La Biennale di Dakar. Una Biennale focalizzata sull'Africa

Inserito da iopensa il Mar, 2004-03-09 03:36

La decisione di consacrare la Biennale di Dakar esclusivamente alla promozione dell’ arte contemporanea africana suscitò fin dal 1993 risposte positive ma anche numerose polemiche: durante tutte le edizioni dell’evento si continuò infatti a considerare la possibilità di accettare anche partecipanti “non africani”. Durante i dibattiti e gli incontri di valutazione emersero quindi le diverse posizioni sulla Biennale e sul suo futuro.

L’influsso dei partner


I partner dell’evento furono fin dal 1993 i promotori della specificità africana di Dak’Art. Molti dei finanziamenti che sostengono ancora oggi la Biennale provengono infatti da programmi per lo sviluppo nel sud del mondo: limitare la partecipazione agli artisti africani permise quindi dall’edizione del 1996 di destinare i fondi esclusivamente alla valorizzazione del continente. I partner, insieme al Governo senegalese, incoraggiarono quindi un progetto legato all’Africa e al suo sviluppo economico: Dak’Art poteva favorire il rafforzamento di un mercato africano dell’arte, creare opportunità di lavoro per gli artisti e per gli specialisti del settore e aprire le porte dell’Africa verso i circuiti artistici internazionali. Allo stesso tempo l’interesse panafricano della Biennale rafforzava i legami con gli altri paesi del continente e permetteva una reale cooperazione ed integrazione.

L’influsso della politica culturale della presidenza Senghor


Nel 1993 la caratteristica “africana” della Biennale di Dakar si legò poi in modo decisivo al passato del Senegal: Léopold Sédar Senghor, primo presidente del paese, aveva infatti già reso famosa Dakar con il Festival Mondial des Art Nègres, aveva già promosso gli artisti (in particolare l’Ecole de Dakar) e aveva già considerato l’arte e la cultura come degli strumenti per lo sviluppo della nazione e del continente . Le novità rispetto alle politiche culturali di Senghor furono però numerose: l’Africa era cambiata e il dibattito sull’arte africana durava ormai da più di 30 anni.

Il contesto delle biennali e dei festival consacrati all’arte africana


Dopo il Festival Mondial des Art Nègres del 1966, sul continente erano nate e stavano nascendo nuove manifestazioni, caratterizzate – come il festival – dalla promozione specifica della cultura africana ; Dak’Art si inserì quindi in un contesto sperimentato e in crescita. La scelta di focalizzare l’attenzione sulle arti visive fu invece legata alla tradizionale attenzione del Senegal per questo ambito culturale e alla situazione dell’Africa. Ouagadougo aveva già guadagnato la fama di capitale del cinema africano e dell’artigianato: mancavano invece manifestazioni d’arte visiva contemporanea e Dakar ne afferrò quindi lo scettro. In realtà la decisione di diversificare gli eventi sul continente (come nel caso ad esempio dello spettacolo ad Abidjan, della fotografia a Bamako e della coreografia a Luanda e poi ad Antananarivo) è anche legata ad una scelta dei finanziatori. Osservando infatti i maggiori sponsor delle manifestazioni culturali in Africa, si può notare che si ripetono, e lo stesso finanziatore tende a sostenere progetti diversificati, evitando la concorrenza tra eventi simili. Inoltre concentrare in una sola città la vivacità di un settore culturale dell’Africa permette una maggiore visibilità, incoraggiando gli specialisti del settore a visitare le manifestazioni: moltissimi eventi ed informazioni sono infatti concentrati in un solo luogo e in un solo momento.

Il rischio della serie “B”


Circoscrivere il campo d’azione di Dak’Art alla sola arte contemporanea africana, diede così un’ulteriore specificità all’evento, permettendo alla Biennale di Dakar di emergere nonostante i fondi limitati, e di caratterizzarsi e differenziarsi rispetto alle altre manifestazioni già esistenti, e in particolare rispetto alle numerose biennali analoghe. La tendenza generale degli eventi internazionali è infatti quella di offrire un panorama dell’arte contemporanea sempre più omogeneo: gli artisti invitati e le opere presentate tendono ad essere ripetute in tutte le città del mondo. Per la Biennale di Dakar il rischio principale – accettando artisti internazionali, ma continuando a disporre di un budget limitato – sarebbe stato quello di trasformarsi in una manifestazione simile alle altre, ma di serie “B”; gli artisti internazionali invitati a Dakar sarebbero stati gli stessi delle altre Biennali, ma con opere meno significative e senza la possibilità di creare progetti innovativi in sede. Limitare invece la Biennale al continente africano permette invece alle esposizioni di presentare un panorama diverso rispetto agli altri eventi (che sono solitamente internazionali), consente a Dak’Art di essere un’esposizione di serie “A” nel suo settore e suscita quindi maggiore interesse anche a livello internazionale.

Dak’Art e la Biennale di Johannesburg


Questa caratteristica della Biennale di Dakar apparve particolarmente felice alla nascita della Biennale di Johannesburg (la Biennale del Cairo non viene mai nemmeno nominata nei documenti). La Biennale d’arte visiva di Johannesburg fu inaugurata nel 1995, con un budget impressionante rispetto a quello di Dak’Art. Gli organizzatori della Biennale di Dakar percepirono immediatamente il pericolo di essere spodestati dal Sudafrica, decisamente più ricco e con più infrastrutture. Tirarono un sospiro di sollievo per aver specializzato e differenziato Dakar (la Biennale di Johannesburg ebbe infatti una dimensione internazionale) e furono felici di programmare la Biennale per il 1996, evitando la concorrenza annuale con l’altro evento africano. Il problema (e lo spauracchio) della Biennale di Johannesburg durò poco: la sua storia finì infatti con la seconda edizione, nel 1997.

Si può sospettare che la Biennale del Sudafrica alla lunga avrebbe vinto per prestigio su quella del Senegal (grazie al budget elevato, alla qualità delle opere in esposizione, ai progetti specifici per l’evento, alla direzione artistica efficace, al prestigio internazionale dei curatori, alla professionalità delle strutture e degli operatori di settore…), ma non ce la fece, fondamentalmente per un semplice motivo: non aveva lo stesso sostegno politico interno della Biennale di Dakar. Per quanto nata come show elettorale del presidente Diouf, per quanto realizzata in massima parte grazie a finanziamenti esteri, la Biennale di Dakar fu sempre considerata dal governo senegalese come un progetto prioritario per il paese. Il sostegno nazionale fu ribadito costantemente nei discorsi introduttivi all’inaugurazione dai presidenti Diouf e Wade, e soprattutto fu confermato dalla storia: l’evento sopravvisse al primo insuccesso del 1992 (tutte le recensioni dichiararono che era positivo avere una Biennale di questo tipo in Africa, ma la qualità dell’evento fu aspramente criticata), sopravvisse ai cambiamenti di rotta del 1993, sopravvisse al confronto con la Biennale di Johannesburg e sopravvisse alle elezioni del 2000. La stabilità politica del Senegal fu una carta vincente per il settore artistico e la presenza dello stesso presidente durante le prime tre edizioni della Biennale permise il consolidamento della struttura.