Per me il Salève è un posto terrificante

Inserito da iopensa il Dom, 2004-10-10 22:05

Andavamo a passare i fine settimana o le domeniche al Salève, quand’ero bambina e venivamo a Ginevra a trovare i nonni. Ci caricavano in macchina, ci facevano vomitare a tutti i tornanti e poi ci scaricavano trionfanti davanti alla casa del Salève. La più bella vista sulle Alpi, l’aria buona, la magia delle montagne, le mucche, i cancelli con il filo spinato, una splendida casa. Un posto delizioso.

Il Salève – inteso come l’edificio costruito dalla famiglia Naville alle porte di Ginevra – era al tempo della mia infanzia uno chalet di legno con due parti in costruzione, senz’acqua corrente, senza luce elettrica e con davanti una specie di prato pieno di detriti edili ed una pozza fetida alla quale non avevamo il permesso (né il coraggio) di avvicinarci.

Arrivati si preparava la tavola in una stanza ghiacciata e, tra l’entusiasmo frizzante degli adulti, si consumava il canonico arrosto con patate ed insalata. Osservando dalla finestra, tutti ammiravano le sfumature dei monti, l’intensità dei colori, l’imponenza delle vette e il magnifico panorama sulla catena montuosa più imponente d’Europa. Dopo pranzo veniva organizzata una gita ai progressi del cantiere domestico che ciclicamente stimolava con mia grande sorpresa ammirazione e vivaci dibattiti. Non ho il ricordo che la casa sia mai cambiata in modo significativo durante la mia infanzia e giovinezza, ma ricordo il Salève circondato da macerie. Come se aspettasse qualcosa.

L’atmosfera d’attesa dominava anche i pomeriggi. Gli adulti si appollaiavano su delle sdraio al sole chiacchierando e guardando la più bella vista sulle Alpi mentre i bambini potevano giocare. Il Salève si prestava abbastanza bene ad attività come la corsa in salita, la caccia alle grotte, le case sugli alberi, la lotta nel fango, la raccolta botanica, la fotografia, il disegno, l’acquerello, la scrittura e l’osservazione del panorama. Eravamo in trappola. Nessun mezzo di trasporto né di comunicazione e circondati da persone che sognavano di essere nell’Ottocento leggendo ad alta voce le tragedie di Racine durante il meriggio e credendo che tutti i bambini fossero lieti tra mucche e avventure bucoliche.

Una noia tremenda. Solo l’insofferenza che provavo verso mia cugina mi intratteneva.