Nelspruit (Sudafrica): la mia compagnia di stanza

Inserito da iopensa il Gio, 2001-02-01 12:00

Testo pubblicato su “AfsaInfo”, anno IV, n. 2, febbraio 2001.

Si addentra tra le gli animali dell’albergo con foga, sotto il peso opprimente dello zaino. Non una parola. Mi presento – quale ingrato mugugno. “Certo che qui in Sudafrica fa veramente freddo, pensare che dovrebbe già essere estate” dichiaro con tono leggero, sperando che l’accenno meteorologico sollazzi un incontro politically correct. Non abbastanza, la Svezia della mia compagna di stanza è più glaciale del clima. “Quanti animali che girano liberi nell’albero!”- sfrutto l’evidenza. Non risponde e comincia a prepararsi. Ha i capelli lunghissimi, biondi e lisci. Li spazzola come una ballerina di Degas, maliziosa nel suo completo di cotone bianco. Esce quando non la vedo. Balla nell’allegria della prima serata. Si lascia trascinare dal ritmo ridendo, senza grazia ma appassionata nell’euforia dei corteggiamenti. Ha forme generose, un corpo solido e latteo, il corteo di uomini eburnei la osserva affascinato e lei muove la testa, felice. Le giornate passano tranquille e intense; trenta persone da incontrare dall’Africa, Nigeria, Ghana, Togo, Mozambico, Uganda, Sudafrica. E dall’Europa. Tutti membri o partner dell’ICYE, la federazione di cui fa parte anche l’Afsai. Si ride, si scherza, si impara, in italiano, francese, inglese, svedese, finlandese, tedesco della Svizzera, dell’Austria, della Germania. La mia compagna di stanza ascolta con attenzione, ma svogliata. Il terzo giorno della nostra convivenza scopro che vuole fare la giornalista. E’ stata un anno in Giappone. Racconta dei suoi tre mesi in Sudafrica. Come è strana, vittima di un bombardamento di domande, mentre noi pendiamo dalle sue labbra. Risponde con precisione, lentamente come se fosse stupita e infastidita, come se la sua esperienza fosse uguale a quella di mille altri, ma meno interessante. Siamo tutti dei vagabondi curiosi. Non ce n’è uno che se ne stia a casa sua, e non ce n’è uno che voglia starsene a casa sua. Si discute di progetti futuri, di quelli passati e correnti. Non c’è meta impossibile, non c’è progetto irrealizzabile, ci contagia la voracità di scoperte.

Visitiamo un centro per bambini di strada e un centro di rieducazione per minorenni. L’acqua. Una prigione. E’ difficile fare domande. Difficile parlare con una guardia carceraria e difficile capire chi sono questi bambini di strada. Nel centro di rieducazione giovanile ci sono 15 computer. Chissà cosa scrivono i ragazzi con quei computer. Nell’altro centro guardano la televisione. Sembrano vite normali, se è normale andare a prendere l’acqua con i secchi, se è normale vivere senza libertà, se è normale sniffare la colla. Sembriamo turisti interessati mentre visitiamo questi posti, eppure la mentalità è diversa, cerchiamo posti per nuovi volontari, con un atteggiamento quasi imprenditoriale. Gli Europei sono per la maggior parte volontari nelle loro associazioni, appassionati e idealisti. Gli Africani invece lavorano in modo pragmatico. Ogni tanto ci sono delle tensioni tra di noi, incomprensioni, domande polemiche, ma per fortuna mai attacchi diretti. Continuo ad osservare la mia compagna di stanza, lei nordica, io nordica? Le nostre personalità sono così diverse che si fatica a credere che siamo unite da una sola Europa, noi Nord e il Sud dall’altra parte?

Il ragazzo del Togo mi invita ad andare al Festival del Cinema Africano e poi viaggiare fino a Lomé in macchina. Regalo il mio golf preferito grigio ad una ragazza svedese innamorata di un iraniano. Programmo nuovi incontri con gli austriaci per realizzare grandi progetti. Ci si abbraccia e si scrivono messaggi di auguri su pezzetti di carta attaccati alle nostre schiene. Sono curiosa di leggere gli auguri per me. “TO THE BEST ROOMMATE” – ha scritto la mia taciturna compagna di stanza ed io, imbarazzata e contenta per aver rotto il ghiaccio, mi preparo a partire con la soddisfazione di uno splendido incontro, veramente internazionale.