3x3 - The Official United States participation in Dak'Art 2004, la Biennale di Dakar off 2004

Inserito da iopensa il Mer, 2004-05-19 02:26

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L’esposizione 3×3 è composta – come lascia ben immaginare il nome – da tre progetti realizzati da tre artisti: Pamela Z, Maria Magdalena Campos-Pons e David Hammons.


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Maria Magdalena Campos-Pons
ha realizzato un’opera nel nuovo spazio espositivo CACAO, un capannone ristrutturato ed equipaggiato con tutti i comfort (tra i quali vanno ammirati i teli bianchissimi e perfettamente installati che servivano per le proiezioni). Non ho trovato particolarmente coinvolgenti i video e le sculture dell’artista, ma ho trovato incredibile la qualità della presentazione e molto carino il coinvolgimento degli studenti dell’Accademia. I ragazzi facevano da guida, raccontavano la storia del progetto di Maria Magdalena Campos-Pons e si sentiva che erano stati coinvolti in tutte le fasi dell’allestimento. Peccato che poi non abbiano visto altro della biennale di Dakar.

Nella foto Maddalena e uno studente dell’Accademia di Dakar nel bar del centro espositivo CACAO.


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David Hammons
ha organizzato una lotteria. Dei biglietti sono stati distribuiti gratuitamente in diversi quartieri della città e alle 16:00 di ogni giorno venivano estratti i vincitori di due montoni all’angolo tra via Bourguiba e VDN. I primi giorni c’era un clima di euforia, con turisti, tamburi, fotografie e curiosi, poi – mi hanno raccontato – la cerimonia è diventata sempre più sbrigativa. Ho trovato lo spettacolo un po’ funereo: in un palchetto decorato di giallo, rosso e con la grande scritta Maggi si urlava gioiosamente il nome del vincitore mentre i partecipanti aspettavano trepidanti il verdetto. L’opera voleva ovviamente portare qualcosa criticando lo spettacolo dell’arte che non porta nulla/a nulla; il problema è che l’opera è sì uscita dalla logica del mondo dell’arte ma per rientrare automaticamente nelle logiche del mercato (con lo sponsor Maggi, le dinamiche degli aiuti umanitari, il paradosso della generosità…).


Pamela Z
oltre a fare una performance al Teatro Sorrano, ha istallato la sua opera sonora Just Dust nella casa degli schiavi dell’Isola di Gorée. Il vernissage è stato un pasticcio, ma lei mi sta proprio simpatica.

Il giorno dell’inaugurazione sono andata all’imbarcadero insieme ad un’orda di altri curiosi. Salah Hassan stava distribuendo dei biglietti ed io sono rimasta l’ultima a mani vuote. Sono momenti imbarazzanti come quando nessuno ti vuole nella sua squadra di pallavolo. Me ne stavo già andando quando Stefano Boeri, che era di fianco a me, si è voltato e mi ha dato il suo biglietto e si è messo in coda per acquistarne un altro. Sono momenti estremamente commoventi, ma il meglio deve ancora venire. Mentre ero in coda insieme a Stefano meditando sulle ingiustizie del mondo e sul fatto che non giocherò mai più a pallavolo in vita mia, è arrivato Issa. Ho restituito il biglietto a Stefano Boeri e trionfante ho detto “ti ringrazio molto, ma non ho più bisogno del tuo biglietto” e mi sono incamminata verso l’ingresso con Issa, responsabile del settore marketing della società marittima di Gorée. Ancora adesso, mentre ci penso, mi godo la rivincita dei perdenti.

Una volta arrivati sull’Isola ci siamo incamminati verso la Casa degli Schiavi. Ero convinta che ci fosse una performance, ma in realtà l’unica azione dell’artista è stata schiacciare play. Loffissimo anche perché Just Dust è un’opera che mal si presta ad essere visitata in compagnia di centinaia di visitatori ciacolanti.


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Il problema della partecipazione ufficiale degli Stati Uniti alla Biennale di Dakar

3×3 è stato senza dubbio l’evento parallelo alla Biennale più importante del 2004, ma è stato anche quello più discusso, soprattutto perché aveva un calendario che spesso coincideva con il programma ufficiale della biennale.

Ci sono alcune cose che non riesco a capire. Quando ho analizzato la partecipazione statunitense alla Biennale del Cairo mi sono accorta che il sistema americano di sostegno agli artisti e di partecipazione nazionale ufficiale è molto rigoroso: quando gli US sono invitati ad una mostra The Fund for US Artists segue sempre lo stesso iter, che si tratti della Biennale di Venezia o di quella del Cairo. Ma la Biennale di Dakar non prevede partecipazioni ufficiali (tipo padiglioni) con un invito all’ambasciata: com’è possibile quindi che gli Stati Uniti presentino una loro partecipazione ufficiale? The Fund for US Artists per selezionare il curatore con il suo progetto deve aprire un appello alle candidature. Vorrei capire meglio quali sono state le altre proposte tra le quali hanno selezionato la mostra di Salah Hassan e Cheryl Finley.

Un’altra cosa che non riesco a capire è per quale motivo Salah Hassan e Okwui Enwezor parlano spesso della biennale di Dakar come di un evento di cui si sentono parte. In realtà Salah Hassan e Okwui Enwezor non hanno mai fatto parte di nessun comitato ufficiale della biennale. Per quanto ne so Okwui Enwezor ha partecipato ad un incontro programmato dal Forum for Contemporary Arts (tra gli eventi paralleli della biennale del 2000) per discutere con Harald Szeemann la partecipazione africana alla biennale di Venezia del 2001 e Salah Hassan è stato invitato alla biennale del 2002 a commentare e discute proprio la partecipazione africana alla biennale di Venezia del 2001, ovvero la mostra Authentic/Ex-Centric per la quale è stato anche molto criticato. Ma allora perché Salah Hassan e Okwui Enwezor si sentono così parte in causa nella biennale di Dakar?


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hello iolanda, hope everythng is well with you. still in dakar? the editor of italian magazine called gulliver asked me for pictures of my Riotpolice project because he/she is writing article on contemporary art in egypt for june issue. you know this magazine?? what is like? they are not giving me any information.

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