La Biennale di Dakar. Incontri e scambi, 11 maggio 2004

Inserito da iopensa il Mer, 2004-05-19 02:24

Le conferenze e i dibattiti della biennale di Dakar sono stati organizzati in modo estremamente caotico. L’unica cosa regolare sono stati i cambiamenti di programmazione che venivano comunicati praticamente ogni giorno. Anche i temi degli interventi non corrispondevano ai temi delle giornate, ma in buona sostanza l’argomento generale che ha guidato tutti gli dibattiti e le comunicazioni è stato la globalizzazione. Anch’io ho fatto un piccolo intervento.C’ero anch’io. Quest’anno tra gli oratori inseriti negli incontri e scambi della biennale c’ero anch’io. Merito di Cédric Vincent che mi ha invitato ad arricchire la sua presentazione sulle biennali internazionali, focalizzando l’attenzione sulla biennale di Dakar, visto che era stato l’argomento dei miei studi. Ho parlato pochi minuti di due argomenti che mi sembrano centrali: il fatto che la biennale di Dakar sia una biennale senza memoria (caratteristica chiave anche della storia dell’arte contemporanea africana) e che sia necessario un lavoro più scientifico nella raccolta, nell’analisi e nella valutazione dei dati anche per poter meglio valutare la biennale di Dakar.

Il mio intervento alla biennale di Dakar

Una delle caratteristiche della biennale di Dakar è che è una biennale senza memoria. Si fa spesso riferimento nei discorsi ufficiali e nelle conferenze al ruolo del presidente Lèopold Sèdar Senghor nella storia culturale del Senegal, ma raramente si fa riferimento al rapporto tra la biennale e le sue precedenti edizioni. Questo ovviamente non vuol dire che la biennale non abbia una storia, tutt’altro, vuol dire che la biennale fa fatica a conquistare una prospettiva storica e a crescere valorizzando il suo passato.

Questo fenomeno di “memoria fragile” della biennale è anche una caratteristica dell’arte contemporanea africana.
Un esempio è il discorso sulla partecipazione africana alla biennale di Venezia. Al di là del metodo di selezione degli artisti, che resta una questione a tutt’oggi molto dibattuta, la partecipazione africana alla biennale di Venezia non è cominciata nel 1993 con la mostra Fusion alla quale si fa spesso riferimento, bensì nel 1922. Inoltre vi è stata una partecipazione nazionale non solo dell’Egitto e del Sudafrica, ma anche della Libia, della Tunisia e dello Zaire.

L’arte contemporanea africana ha lasciato almeno un secolo di tracce che sono spesso ignorate negli studi e nella pratica curatoriale. Le riflessioni – come quelle sul rapporto tra arte africana e dimensione globale – tendono a basarsi non sulla storia, sulla raccolta dei dati e sugli esempi, ma su generiche astrazioni.

Nel discorso sul rapporto tra la Biennale di Dakar e la globalizzazione, può forse essere interessante osservare l’effettiva partecipazione di artisti della Biennale di Dakar ad altre esposizioni internazionali. Se guardiamo i numeri, per esempio vediamo che su più di 250 artisti, 6 hanno partecipato alla Biennale di Venezia (più altri 4 nell’esposizione Fusion del 1993 e 2 in Authentic/Ex-Centric del 2001) e 5 a Documenta di Kassel.

I numeri e i dati sono parametri molto discutibili, ma possono aiutare a rendere più rigoroso e scientifico lo studio della biennale di Dakar e dell’arte contemporanea africana in generale. Inoltre numeri e dati possono facilitare una valutazione della biennale e permetterle di valorizzare tutta la ricchezza del suo passato.

Ovviamente il mio intervento è stato in francese ed è stato molto più caotico.

Ery Camara e la conquista dell’Africa

Mentre raccontava che alla biennale di Venezia non gli è stata fornita la traduzione in francese, Ery Camara mi puntava il dito addosso. È stato un disastro. Mi sentivo veramente a disagio mentre ascoltavo le sue parole d’accusa e i suoi insulti. Non credo che ci sia incontro, dibattito o dialogo quando si mette in discussione lo stesso diritto ad esprimersi. Secondo Ery Camara prima si mostra origine, colore della pelle e passaporto e poi eventualmente si ha diritto alla parola. Mi sarebbe piaciuto domandargli se non aveva voglia di raccontare ai presenti in sala anche quello che mi aveva raccontato il giorno prima davanti alla telecamera, quando aveva definito gli organizzatori della biennale “degli analfabeti culturali”. Non so, ho avuto la sensazione che gli argomenti di Ery Camara variassero drasticamente a seconda dell’audience, pur di soddisfarlo?

Il mondo dell’arte contemporanea africana non fa parte del mondo dell’arte contemporanea. E’ un altro mondo. Il primo e unico caso di contatto tra i due è stato Okwui Enwezor e ora si pone il problema se conservare la separazione o abbattere i muri. Ho l’impressione che chi fa parte del mondo dell’arte contemporanea africana stia facendo di tutto per non perdere il posto. Tutti urlano quanto sono bravi oppure che solo gli africani si possono occupare di arte africana. Simon Njami sembra voler presentarsi al mondo (ovvero a Düsseldorf, Parigi, Londra e Tokyo) come il vero esperto. Salah Hassan sembra voler dire con la mostra 3×3 “guardate come sono bravo e guardate come potrei gestire bene la biennale di Dakar”. Fernando Alvim priva con la triennale di Luanda. Ery Camara invece è più tradizionale, spolvera e si ancora ai vecchi slogan.

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non poi comprendere tutti i tui scrivi, perro semble molto interessante.

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