La cena di Domus a Dak'Art 2004

Inserito da iopensa il Dom, 2004-05-16 01:30

Prima di partire per Dakar ho inviato un’e-mail alla redazione di “Domus” offrendo una collaborazione per un articolo sulla biennale. Questa storia di “Domus” era saltata fuori al Cairo. Mai Abu ElDahab mi aveva suggerito di contattare la redazione perché si erano interessati al progetto “Going Places” e avrei potuto scrivere un articolo per loro. Poi come al solito mi ero persa in altre cose. Prima di partire per Dakar il fatto che “Il Corriere della Sera” non mi avesse ancora risposto è stata una buona spinta per provare altre strade. Ho scritto alla redazione e ho incontrato Stefano Boeri, Maddalena Bregani e poi Hans Ulrich Obrist direttamente a Dakar. È incredibile come si riesce a cominciare una collaborazione soltanto quando ti stanno già cercando.

Stefano Boeri, Hans Ulrich Obrist e Maddalena Bregani hanno organizzato per “Domus” una cena e mi hanno chiesto di collaborare con loro nel definire alcuni argomenti per le discussioni/interviste e nell’identificare i nomi degli invitati insieme a Koyo Kouoh.

Una cena divertente. C’era un grande tavolo dove la gente si incontrava e discuteva liberamente; poi c’erano due piccoli tavoli in cui venivano fatte e filmante le interviste in piccoli gruppi: una specie di confessionale. Maddalena Bregani, Stefano Boeri ed io eravamo ad un tavolo; mentre Hans Ulrich Obrist e Koyo Kouoh all’altro. È stato molto interessante anche perché ho spesso coordinato io le discussioni. A ripensarci forse era meglio seguire in modo più regolare la scaletta delle domande che avevamo deciso insieme: 1. rapporto tra arte e città; 2. chi ha il diritto di rappresentare gli artisti africani; 3. su quale progetto stai attualmente lavorando. Credo che Hans Ulrich Obrist abbia scelto di fare in questo modo, mentre al nostro tavolo a seconda del gruppo di persone ci siamo concentrati su una domanda. Decidere le domande da porre è stato interessante. Ne abbiamo parlato a più riprese includendo o cercando di includere diverse proposte.

Al tavolo dove ero seduta io ci sono stati diversi gruppi: Clémentine Deliss e Guadalupe Echevarria (ha parlato soprattutto Clémentine Deliss della tendenza senegalese a fare della parola il vero atto artistico e del progetto Future Academy); Kay Hassan, Moataz Nasr e N’Goné Fall (hanno parlato del loro rapporto con la città: Johannesburg, Il Cairo e Dakar); Okwui Enwezor, Simon Njami e Sue Williamson (su chi ha il diritto di rappresentare l’Africa), Ery Camara, Amadou Sow e Mauro Petroni (sulla Biennale di Dakar e sul rapporto tra arte e città) ed infine Regula Tschumi ed un designer sudafricano (sul copyright in Africa).

Una delle cose più interessanti è stato osservare il comportamento delle persone. Simon Njami è rimasto seduto al bar sorseggiandosi dei bianchini; quando Okwui Enwezor si è accomodato al tavolo delle interviste completamente a suo agio, Simon Njami si è improvvisamente e strategicamente posizionato al suo fianco. Il tono della discussione non si è discostato da questo registro. E’ stata forse l’intervista più strana. Stefano Boeri è partito con la prima domanda su chi ha il diritto di rappresentare l’Africa. La risposta più interessante è venuta da Okwui Enwezor che ha attaccato dicendo qualcosa come sono stufo degli europei che quando osservano l’Africa prendono le distanze… Il motivo per il quale abbiamo incluso tra le domande questa su chi ha il diritto di rappresentare l’Africa è legato al fatto che durante la biennale un sacco di gente stava parlando proprio di questo. Il mercato internazionale si sta aprendo all’Africa e allo stesso tempo alcuni curatori stanno cercando di non perdere il loro ruolo centrale in Africa o sull’Africa. Un’esposizione come quella di Catherine David sulle rappresentazioni arabe si includeva perfettamente in questo dibattito, così come la mostra Africa Remix di Simon Njami e così come la partecipazione statunitense alla biennale di Dakar. La cosa molto strana di questa intervista è stato che “Domus” si proponeva come osservatore esterno insieme a Multiplicity – che lavora da anni nella ricerca seguendo esattamente lo stesso metodo, quello che ha selezionato lo stesso Okwui Enwezor per Documenta di Kassel – ma è stato accusato di rappresentare “gli europei”. In un certo senso la cosa ha dimostrato che non ha nessuna importanza cosa pensi e come ti comporti, l’unica cosa che conta nel dibattito sull’Africa è la tua nazionalità.