Cape – Contemporary African Culture, Biennale di Dakar, 7 maggio 2004

Inserito da iopensa il Ven, 2004-05-07 23:40

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Susan Glanville-Zini sta lavorando a Cape – Contemporary African Culture, la rinascita della Biennale di Johannesburg.

Diario da Dakar, 8 maggio 2004.


Ricapitoliamo

La Biennale di Johannesburg ha proprio una strana storia creata in solo due edizioni. Nel 1995 l’evento è nato come celebrazione artistica della nuova internazionalità sudafricana dopo la fine dell’apartheid e ha promosso soprattutto gli artisti locali. Nel 1997 la direzione è passata al sociologo-curatore di origine nigeriana residente a New York Okwui Enwezor che ha orchestrato un’esposizione completamente nuova: artisti internazionali (soprattutto della diaspora), gusto internazionale, dimensioni internazionali. La biennale di Johannesburg è diventata con Enwezor un argomento di discussione, di accesi dibattiti, di interesse per tutti il pubblico dell’arte: gli spettatori autoctoni criticavano il totale disinteresse del curatore verso la realtà locale; gli spettatori occidentali applaudivano quest’Africa vivace, ricca, contemporanea. Ma la storia era solo cominciata. Proprio durante l’edizione alla moda del 1997 l’evento perse a metà del progetto l’appoggio del governo sudafricano che “ha tagliato i fondi che aveva già stanziato” – come mi spiega Susan Glanville-Zini. Ad ogni modo mancavano i soldi, l’evento affondava nei debiti, le voci di corridoio sussurravano che Okwui Enwezor avesse speso più del previsto ed Okwui Enwezor veniva nominato curatore di Documenta di Kassel. Un attimo, rifacciamo. Mancavano i soldi, l’evento affondava nei debiti, le voci di corridoio sussurravano che Okwui Enwezor avesse speso più del previsto ed Okwui Enwezor veniva nominato curatore di Documenta di Kassel. Immaginatevi come erano incazzati i sudafricani.

Cape – Contemporary African Culture: La nuova biennale di Johannesburg

Otto anni dopo la brusca chiusura della Biennale di Johannesburg Susan Glanville-Zini sta lavorando alla programmazione dell’esposizione biennale “Cape – Contemporary African Culture”, cercando una continuità con la biennale di Johannesburg versione 1995. Già, quella di cui non aveva parlato nessuno. “Il Sudafrica ha bisogno di una piattaforma per gli artisti” – mi spiega – “Una biennale che promuova il dialogo tra il Sudafrica e il resto del continente”. Va bene, va bene, lo ammetto: sono prevenuta. Ma che senso ha nel 2004 parlare di “Contemporary African Culture”? Che senso ha dire che non c’è una piattaforma di dialogo tra il Sudafrica e il resto dell’Africa se siamo a Dakar – la biennale del dialogo tra artisti e operatori del settore africani? Vuoi il dialogo: parla. Non è che uno per discutere con degli operatori del settore deve per forza farsi la sua biennale. Può anche telefonare, puoi andare alla biennale di Dakar, puoi fare qualcosa che non sia inventare una nuova già vecchia biennale.

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Mentre ascolto in taxi il progetto di Cape, la cosa che credo mi dà più sui nervi è la perfetta linearità delle argomentazioni di Susan Glanville-Zini: c’era una biennale attenta alla scena locale e africana, c’è stata una versione che si è allontanata dal vero obiettivo sudafricano, non c’è più una biennale in Sudafrica, creiamo una nuova biennale che finalmente si occupa di cultura contemporanea africana visto che ce n’è bisogno, visto che gli artisti africani hanno bisogno di incontrarsi e discutere. Sarà anche un discorso con una sua linearità, ma non è poi così logico e ovvio. Sinceramente avrei preferito delle argomentazioni diverse: gli amministratori di Città del Capo vogliono promuovere il turismo; possiamo vivere di rendita della popolarità della biennale del 1997; non siamo in grado di sostenere finanziariamente un evento di vaste proporzioni internazionali per cui preferiamo focalizzare l’attenzione sull’Africa e la diaspora; il nostro mercato dell’arte ha bisogno di una scossa; la biennale di Dakar è francofone e noi possiamo creare qualcosa di anglofono. Basta che uno non mi venga a dire nel 2004 che gli artisti dell’Africa e della diaspora hanno bisogno di una piattaforma di dialogo.


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Ho finalmente visto il CD. Contiene un video molto carino che racconta “Cape”: progetto e obiettivi. La cosa interessante è questa idea dell’alternanza: un anno si fa una piattaforma e un anno si fa l’esposizione. Il tutto dovrebbe partire a settembre 2005 e dovrebbe poi avere regolarità annua. Sarebbe interessante andarci.

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