Biennale di Dakar, 6 maggio 2004

Inserito da iopensa il Ven, 2004-05-07 00:57

Diario da Dakar. Prima conferenza stampa, 6 maggio 2004.

Sara Diamond dirige il Comitato Internazionale di Selezione e di Giuria della Biennale di Dakar 2004 e nella sua prima conferenza stampa parla di arte. Non si occupa di logistica, di pareti da imbiancare, di personale insufficiente, ma descrive i temi che affrontano gli artisti esposti ed elenca i criteri che hanno guidato la selezione. Per la prima volta Dak’Art ospita uno sforzo curatoriale, per quanto sputacchiato in un francese faticoso e per quanto preparato prima sulla carta. [Mi resta infatti il dubbio che se non avesse avuto il discorso pronto Sara Diamond avrebbe parlato delle opere che 24 ore prima dell’apertura non erano ancora state installate.]

Lo sforzo curatoriale della Biennale di Dakar 2004

Lo sforzo curatoriale è una novità molto importante perché dimostra un nuovo atteggiamento nei confronti della biennale di Dakar, che comincia ed essere considerata una vera esposizione internazionale d’arte e non più una fortuita coincidenza da elogiare per il semplice fatto che esista. Peccato poi che non condivida quasi nessuna delle considerazioni di Sara Diamond.

L’angoscia formale degli artisti africani

Penso che parlare delle opere analizzando i contenuti sia un po’ fuorviante. Non credo che oggi la priorità degli artisti africani sia parlare di post-colonizzazione, delle conseguenze della globalizzazione, del fenomeno dell’immigrazione, di spiritualità o del futuro del continente. Penso che la priorità degli artisti africani sia la forma. L’indagine sulle tecniche espressive e la cura minimalista delle opere sono una delle tendenze attuali. Gli artisti africani si sentono selezionati in base alla qualità formale del loro lavoro e alla tecnica in cui si esprimono e sono perfettamente coscienti del fatto che se faranno un video o se useranno la fotografia le loro probabilità di interessare critici e curatori aumenteranno in modo sorprendente. Oltretutto i video e le fotografie sono opere facili da trasportare, da spedire, da installare e da riprodurre nel caso qualcosa vada storto. Questo non vuol dire che le loro opere non abbiano contenuti, bensì che uno dei contenuti più importanti sia la riflessione sulla forma, una specie di angoscia formale. Parlo di “artisti africani” e l’espressione è scelta consciamente. Non sto parlando di artisti in generale o di artisti che vivono in un determinato luogo, ma sto parlando di “artisti africani” proprio perché analizzati, cercati, scoperti all’intero di questa categoria critica, dove molti artisti residenti o originari del continente devono trovare il loro posto. E le possibilità non sono molte: o si gioca con gli artisti internazionali o si resta a casa.

I criteri di selezione della biennale di Dakar e la “qualità”

La biennale di Dakar dichiara ad ogni edizione che il vero criterio di selezione degli artisti è la “qualità”. Quando ho cominciato a fare ricerche d’arte contemporanea non avevo la più pallida idea di cosa significasse “qualità”. Andavo alle mostre internazionali, alle esposizioni in gallerie, alla biennale di Venezia e ancora non capivo cosa volesse dire “qualità”: usavo altre espressioni, dicevo “questo mi piace” o “interessante”. Poi ho cominciato a viaggiare e ho capito. Quando si parla di qualità vuol dire che si sta facendo la prima scrematura. Si è davanti ad un panorama dell’arte non strutturato e bisogna cominciare a organizzare i mucchietti. Di qui mettiamo gli artisti che hanno novant’anni e di qui quelli che ne hanno venti. Di qui mettiamo quelli che fanno pittura e di là quelli che fanno video. Di qui quelli che sono due secoli che dipingono figure filiformi e di qui quelli che viaggiano e sperimentano. Una volta organizzati i mucchietti si sceglie cosa prendere e cosa lasciare ed io sono convinta che la qualità formale e la tecnica in cui si esprimono gli artisti sono tra i criteri base con cui li si giudicherà, a partire da case semplicissime come la cura nella realizzazione dell’opera. È esattamente quello che si fa quando si va al mercatino delle pulci: con il costante rischio di giudicare immondizia la roba buona, si cerca, si ignora e si sa che un vaso rotto ha già perso metà del suo valore, anche se è un vaso prezioso.

Io credo che quando la biennale di Dakar parla di “qualità” intende dire che sta facendo una prima scrematura e non una selezione. Secondo quanto detto durante la conferenza stampa, i componenti del Comitato Internazionale di Selezione e di Giuria hanno selezionato le opere per un pubblico internazionale, nel senso che le opere scelte per Dak’Art sono di un livello tale da poter essere presentate anche in altre biennali del mondo; questo secondo me vuol dire che la forma in cui si esprimono gli artisti è stato un elemento chiave nella selezione.

Qualità e forma

Il legame tra forma, tecnica espressiva, qualità dell’opera, selezione e carriera internazionale è stato secondo me un elemento determinante nello sviluppo di un approfondimento tecnico e formale dell’arte africana. La biennale di Dakar è uno specchio di questa tendenza, presente nelle opere degli artisti, ma anche nell’incosciente riflessione curatoriale che ha determinato la selezione delle opere.

Nella sua presentazione Sara Diamond ha dimostrato che Dak’Art sta maturando, ma l’incapacità degli organizzatori di comunicare efficacemente l’evento ai potenziali candidati nel continente fa sì che il Comitato Internazionale di Selezione e di Giuria stia ancora facendo i mucchietti piuttosto che selezionare le opere. Altrimenti come si spiega che molti artisti che hanno partecipato alla Biennale di Bamako siano a Dakar con le stesse fotografie? Come si spiega che l’artista tunisina Fatma Charfi stia esponendo per la quarta volta?

Nota a piè di pagina. Gli artisti come curatori

Un’altra altra tendenza dell’arte contemporanea africana è il fatto che gli artisti organizzano e dirigono progetti curatoriali. In buona sostanza se uno fa o vuol fare l’artista non è che ha poi molti modi per guadagnarsi la pagnotta: può vendere le opere, insegnare, ricevere borse di studio e residenze, fare il grafico oppure può curare esposizioni e workshop. L’unico che viene pagato per delle esposizioni o dei workshop è infatti il curatore, non certo gli artisti, ne consegue che oggi gli artisti fanno i curatori. Altro buon motivo. I finanziamenti per la cultura sono sempre scarsi, ci sono più soldi per i progetti nel sociale o per lo sviluppo dei paesi più poveri. Perfetto: gli artisti fanno i curatori di progetti in cui l’arte è al servizio del sociale e dello sviluppo.

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cara iolanda,
voglio sapere come va il mio amico David Hammons,
dare un saluto per me a Dakar…
per cameroon, ti propone un progetto insieme: una “opera” con Tayou
(viaggio di gruppo in cameroon, con lui). peccato che non hai segnalato le mostre di africa qui a roma,
soprattutto “10 anni 10 voci” con bernie searle,
ed altri; da parlare insieme anche per il prossimo “netizens” a cura della Sala 1, il titolo “la liberta post-mediale” e quindi vogliamo includere qualcuno dall’africa (si tratta del primo vero progetto e concorso con gli artisti del web (abbiamo esposto nel 2003 jodi, cory arcangeli, limitezero, carlo zanni, la vicitrice era Yael Kanarek (www.worldofawe.net)...
buon lavoro, con il tuo diario da dakar, da mettere qui sono le persone (non conosco sara diamond)ed anche non dimenticare tutte le mostre “off”, sempre più interessante. anche se ci sono i VIP (collezionisti americani? è venuto Okwui?)
grazie, a presto,
mary angela
ps: al tuo ritorno, ci sentiamo

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