Testi sul sistema dell'arte

DiARTgonale

Inserito da iopensa il Sab, 2007-03-24 10:56
DiARTgonale

DiARTgonale is a Cameroon-based art magazine directed by Achillekà Komguem and produced in collaboration with a collective of artists and intellectuals, among whom Goddy Leye, Alioum Moussa, Lionel Manga, Emile Youmbi, Hervé Youmbi, René Yatcho. DiARTgonale was first published in January 2007 (January-Febrary 2007, n.0); it’s second issue is coming out and it will also present the Ars&Urbis International Workshop promoted by doual’art in collaboration with iStrike Foundation and the DUTA Biennale (March-April 2007, n.1).

Domande

Inserito da iopensa il Mer, 2007-02-21 10:25
Domande

Gli stagisti generano domande.

We, the Italians

Inserito da iopensa il Mer, 2007-01-24 17:17

I’m not the fucking Italian pavilion.

Intervista (audio) a Iolanda Pensa - Intervista realizzata nell’ottobre 2006, a cura di Tiziana Cavallo

Inserito da iopensa il Ven, 2007-01-05 23:38

Arte africana: “Moltiplicare le prospettive”
Iolanda Pensa, critico d’arte, parla dell’industria culturale africana e della realtà internazionale dell’arte contemporanea “made in Africa”.

Intervista realizzata nell’ottobre 2006 a cura di Tiziana Cavallo
Ascolta

Cape Town per la rivista "Flair"

Inserito da iopensa il Ven, 2006-12-01 10:00

Visionaria Kaapstad. Versione originale dell’articolo pubblicato sulla rivista “Flair” dicembre 2006-gennaio 2007.
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Millennium Goals e lamentele

Inserito da iopensa il Mar, 2006-11-28 13:42

Testo presentato alla Fondazione Adriano Olivetti, Roma, 27 novembre 2006 in occasione di New Crossroads su invito di Rossella Biscotti.

New Crossroads – Presentazione del nuovo lavoro di Rossella Biscotti & Kevin van Braak. Il video, realizzato all’interno di una township a Citta’ del Capo in Sud Africa, documenta il lavoro di un gruppo di ragazzi intenti a costruire, in una giornata, una struttura dalle caratteristiche fortemente
contemporanee. Ne discutono le curatrici Cecilia Canziani e Iolanda Pensa.

Il video New Crossroads di Rossella Biscotti e Kevin van Braak


Il video New Crossroads di Rossella Biscotti e Kevin van Braak è un’opera. Un’opera video a tutti gli effetti. Con questo intendo dire che per essere compresa e/o apprezzata, l’opera di Rossella Biscotti e Kevin van Braak non ha bisogno di essere contestualizzata: non è necessario tracciare la storia e le fasi della collaborazione che ha permesso la sua realizzazione, non è necessario conoscere il contesto all’interno del quale è stata prodotta e non è nemmeno necessario sapere cosa c’entra il Sudafrica e l’Africa con tutto questo. Il video New Crossroads è un’opera, come dicevo. E devo ammettere che proprio questo è il motivo per il quale trovo questo lavoro particolarmente interessante. Ma è anche il motivo per il quale questo lavoro ha suscitato reazioni così conflittuali a New Crossroads e Cape Town.

Arte e Millennium Goals


Una volta parlando con Rossella mi lamentavo dei Millennium Goals. Mi lamento sempre dei Millennium Goals. I Millennium Goals sono – come saprete certamente – gli otto obiettivi del millennio che le Nazioni Unite vogliono raggiungere entro il 2015: sradicare la povertà e la fame estrema, ottenere l’educazione primaria per tutti, promuovere la parità tra i sessi, ridurre la mortalità infantile, combattere l’HIV/AIDS eccetera eccetera. Questi sono anche gli obiettivi che moltissimi progetti artistici realizzati in Africa si prefissano di raggiungere. Peccato che questi siano sostanzialmente una lista di problemi da risolvere e l’arte non ha l’obiettivo e non deve avere l’obiettivo di risolvere dei problemi.
Abbiamo una parete vuota sopra il camino e ci piacerebbe un’immagine con dei cavalli che la riempia; abbiamo la cupola di una chiesa che avrebbe bisogno di un po’ di colore e cerchiamo una persona che l’affreschi; abbiamo un quartiere con un tasso estremamente alto di criminalità e vogliamo qualcuno che possa animare i giovani per toglierli dalla strada. Questi sono i nostri problemi, non quelli degli artisti; se lo diventano, quello che otterremo è un po’ di decorazione.
L’approccio basato sul problem solving è in assoluto l’approccio più diffuso nelle politiche sociali, ma non solo, anche in quelle culturali. Se si osservano i formulari dei finanziamenti – in particolare quelli destinati all’Africa – si legge che per prima cosa il candidato deve contestualizzare il progetto e deve spiegare quali bisogni soddisferà. Fioriscono così progetti che si iscrivono armoniosamente nel cammino verso il raggiungimento dei Millennium Goals. Organizziamo una biennale per formare un nutrito gruppo di persone ai mestieri culturali e per permettere agli artisti africani di iscriversi all’interno del mercato dell’arte internazionale, riducendo la povertà e migliorando la formazione della popolazione (sto parafrasando gli obiettivi della Biennale di Dakar); organizziamo un progetto nel difficile e degradato quartiere di New Crossroads per migliorare le condizioni abitative degli abitanti (e sto parafrasando le finalità dell’organizzazione Public Eye di Cape Town). Tutto diventa un progetto di sviluppo, almeno sulla carta.

Questo aspetto della carta è veramente fondamentale. Personalmente credo che sia totalmente leale e sensato scrivere i progetti per soddisfare i requisiti e le richieste degli enti finanziatori. Si adatta il linguaggio alle richieste che ci vengono fatte e soprattutto si adatta il linguaggio all’approccio politico di chi ci finanzia. La realtà è che quando si è una piccola organizzazione non si ha la forza (né amministrativa né finanziaria) per poter negoziare delle nuove politiche di finanziamento. Per questo motivo è sensato adattare il nostro linguaggio, sulla carta. Nella realizzazione del progetto si ha poi la libertà di agire e produrre rimanendo bene ancorati al NOSTRO approccio senza dover necessariamente adottare letteralmente un sistema basato sul problem solving. Forse questa questione del mio odio profondo per il problem solving e per i Millennium Goals merita ancora due parole.

L’esempio di doual’art


L’esempio che trovo più emblematico e chiaro è quello dell’organizzazione e centro d’arte camerunese doual’art.
doual’art si occupa dal 1991 – ben da 15 anni – di interventi urbani e azioni sulla città di Douala. Douala è la città più grande dell’Africa Centrale, è una città portuale ed è una città abbastanza grande (circa 3 milioni di abitanti, ovviamente minuscola rispetto al Cairo o a Lagos che ne hanno ben oltre 10 milioni). Il lavoro di doual’art è particolarmente interessante per l’approccio e la consapevolezza che mostra.
doual’art ha lavorato negli ultimi anni in particolare nel quartiere di Bessengue, una favela a tutti gli effetti vicinissima al centro, e collocata in una specie di valletta inondata regolarmente durante la stagione delle piogge. Bessengue è praticamente la summa dei problemi elencati nei Millennium Goals: ce li ha tutti. Non ha fognature, strade, sistema elettrico e acqua corrente. Ha una mortalità infantile altissima, un ambiente insalubre, un profondo ancoraggio a tradizioni che rilegano donne e giovani alla condizione di spettatori passivi, senza il diritto di potersi esprimere all’interno delle assemblee di quartiere. Non avere strade significa non avere camion che ritirano l’immondizia e non poter avere fognature. Non avere fognature e acqua corrente significa una diffusione spaventosa di epidemie, colera e dissenteria tra i bambini, che ovviamente sono sempre i più fragili e i primi a morire. E non avere elettricità e illuminazione vuol dire un numero sconvolgente di violenze sessuali.
Se uno osserva dall’esterno la situazione di Bessengue la prima cosa che viene istintivo pensare è che bisogna costruire la strade, le fogne, mettere la luce e l’acqua corrente: incamminiamoci insieme alle Nazioni Unite verso un mondo migliore. Ma la questione non è così semplice. Le questioni non sono mai così semplici. Il terreno sul quale sorge Bessengue appartiene al governo e il governo non ha nessun intenzione di mettere i servizi di base: vuole che la gente vada a vivere da un’altra parte, non vuole avere una favela di fianco al centro amministrativo in una zona che se edificata decentemente potrebbe rendere denaro. La gente di Bessengue d’altra parte non ha nessuna intenzione di spostarsi, abita lì da 12 anni e lì ha la sua casa e la sua comunità. Stiamo anche parlando di un governo che certo si fa un po’ fatica a definire democratico, uno dei più corrotti del mondo, dove il nuovo sindaco di Douala è stato nominato (non eletto) e dove i giornalisti spariscono o vengono picchiati ferocemente dalla polizia quando osano insinuare che forse non va proprio tutto bene.
I progetti culturali non sono sostenuti dal governo del Camerun e per questo – paradossalmente – godono di molta libertà. Gli artisti e le organizzazioni culturali – per quanto con molte difficoltà economiche – possono quindi ritagliarsi uno spazio d’azione.
doual’art produce interventi urbani a Douala e lo fa per migliorare le condizioni di vita dei suoi abitanti, ma non non utilizza un approccio basato sul problem solving. Quello che fa non è occuparsi dei problemi, ma delle aspirazioni. Gli artisti sono coinvolti nei progetti sia nella produzione di opere sia nella realizzazione di infrastrutture sia come facilitatori. Come facilitatori gli artisti partecipano attivamente alle riunioni con la comunità e le organizzazioni locali, e quello che fanno è essenzialmente creare confusione: trasportano le discussioni in un altro mondo che funziona con altre logiche e che ha altre finalità, e in questo modo permettono alla gente – compresi donne, giovani e bambini – di esprimersi liberamente. Nel caso in cui si costruiscano o si rinnovino delle infrastrutture viene chiesto agli artisti di lavorare su alcuni elementi di queste influenzando il progetto e la sua estetica. Quando invece gli artisti sono invitati a produrre delle opere, sono semplicemente invitati a fare quello che vogliono, ovvero il lavoro. L’idea è che l’opera – come credo appunto dovrebbe essere – non ha l’obiettivo di risolvere dei problemi, ma di fare altro. Proprio nel senso di “fare altro”. Rompere delle logiche consolidate, portare su altre strade, distrarre dal contesto per permettere di osservarlo con altri occhi.

Fare il proprio mestiere


Rossella Biscotti e Kevin van Braak hanno fatto questo: hanno fatto il loro mestiere, hanno prodotto un’opera e l’hanno creata liberamente, restando coerenti con il linguaggio e con il loro modo di lavorare. Non si sono incamminati insieme alle Nazioni Unite verso un mondo migliore. E non hanno improvvisamente deciso una volta arrivati a New Crossroads che – visto il contesto – era meglio lasciar stare quello che fanno di solito, aiutare e investire diligentemente per partecipare alla realizzazione dei Millennium Goals. La sindrome del buon samaritano pare sia una malattia che si prende rapidamente quando si mette piede sul continente africano e la sindrome dei buoni sentimenti politically correct pare che sia ancor più contagiosa in Sudafrica. Stiamo della Rainbow Nation, la nazione arcobaleno, la nazione che più di tutte ha investito sull’immagine (e ripeto – sull’immagine) di un mondo migliore. Intervistando curatori, critici, architetti e artisti nel mio ultimo viaggio a Cape Town le espressioni che ho sentito ripetere più spesso sono due “it’s a problematic issue” (è una questione problematica) e PC. PC sta per Politically Correct, politicamente corretto. Una nazione in cui si è diffusa una sigla per dire Politically Correct a me dà immediatamente l’impressione che ci sia qualcosa che non va. Essere Politically Correct è talmente prioritario da offuscare semplicemente il resto. Il paese è così lanciato nel cammino verso un mondo migliore che tutto sembra dover partecipare.

Come dicevo all’inizio, una volta parlando con Rossella mi lamentavo dei Millennium Goals. Ero amareggiata da come si chiedesse a tutto – compresi i progetti artistici – di risolvere i problemi: favorire il dialogo interculturale (gli immigrati o le persone “di origini diverse” sono ovviamente considerate dei problemi), coinvolgere e animare gli abitanti dei quartieri (il successo dei progetti viene solitamente contabilizzato dei finanziatori contando il numero dei partecipanti e il coinvolgimento di un vasto pubblico) e aderire all’iniziativa delle Nazioni Unite. Tutto senza pensare che la gente – anche in Africa, anche a New Crossroads – è mossa dei sogni, dalle aspirazioni, dal bisogno di qualcosa di eccezionale. “E un artista costa meno di un sociologo o del circo” – mi ha risposto Rossella.