Marie-Françoise Plissart e Kinshasa

Inserito da iopensa il Ven, 2005-08-05 09:55

Bruxelles, 6 luglio 2005

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Come sono nate le fotografie su Kinshasa e l’esposizione.

Primo viaggio


Prima inviata a Kinshasa per uno studio di urbanistica di Bruno de MOLLON: cosa era successo dell’architettura dell’indipendenza (anni Sessanta).
E’ stata un mese.

Secondo viaggio


Poi ha incontrato Filip de Boeck che ha visto il materiale prodotto durante il primo viaggio. Sono tornati a Kinshasa insieme.

Terzo viaggio


Durante il terzo viaggio ha fatto un’esposizione delle sue fotografie e durante questo viaggio aveva intenzione di fare un film.
Per poter fare il film sul fiume sono stati necessari 5 giorni per avere i permessi.

Lavorare a Kinshasa


Autorizzazioni


La particolarità di Kinshasa è che le fotografie sono proibite e serve molto tempo per ottenere le autorizzazioni.

Per il resto non ci sono stati particolari problemi. Hanno avuto le autorizzazioni dalla polizia e dalla gente.

La gente


Tutti vogliono partire per questo molti si domandano che senso ha un fotografo che vuole fotografare loro lì dove sono.

Arrivare vicino alle persone è facilissimo. Tutti sono nelle strade, non ci sono facciate.
Uno spirito che è nell’aria, che è in tutto. Forza l’ammirazione non la pietà.

Da un lato la gente ha voglia di essere fotografata. Mi capita quando faccio una fotografia che nel giro di qualche minuto si formi un gruppo.
Molti domandano cosa si fa con le foto, e qui emergono altre questioni, legate al rapporto con i bianchi, le relazioni con i belgi così pieni di procedure (dovevano avere un budge per entrare nella città, il budge che dimostrava che avevano pagato le tasse).
Quando le cose ti appartengono così poco, se senti che hai del potere hai voglia di usarlo, tanto il tempo non manca…

Essere riconosciuti. Tutti lo vogliamo. A questo servono le polaroid: offri qualcosa.
La procedura diventa sempre più complicata anche qui: sempre più guardiani..

Lo sguardo


Essere soli permette di vedere cose che in due non si vedono. Senza la parola. Bisogna.
Cercare di essere in qualcosa che parla. Rappresentare tutto il mondo.
La necessità di avere solitudine, silenzio, tempo

Credo che sia una questione di sensibilità. Il modo di vedere.

A Kinshasa non c‘è turismo. Una città in cui si possono fare fotografie. Inserirsi.

Se siamo dentro ad una situazione non siamo nello stereotipo.
Anche alti, bassi, sguardi diversi.

La macchina fotografica


Una cosa però va detta, non si riesce mai a cliccare una sola volta sul bottone.

E’ stato un po’ diverso con le immagini dei bambini stregoni: un film di 12 fotografie. Solo una foto per ogni bambini. Ma gli incontri erano stati anche prima.

Il clima ogni tanto salva.

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L’esposizione Kinshasa e la selezione delle immagini

L’esposizione è stata costruita con contributi diversi. Barabara (?) curatrice che ha disposto le immagini ed è venuta fuori la carta di Kinshasa. Filip De Boeck fa una conferenza e presenta il video. L’architetto vede le immagini e le prende per la biennale. Hanno integrato con interviste.

L’esposizione presenta immagini realizzate in tutti i momenti.
Immagini fatte in modo diverso.

Nella nostra testa c‘è una parte che classifica, che cataloga. Poi ci sono dei momenti.
Spiriti diversi che si combinano insieme. Dare un ordine, cercare di dare un senso.

Apportare conoscenza. Si sommano gli sguardi.

Immagini diverse da quelle alle quali siamo abituati.
Le donne non riuscivo. C’era troppa responsabilità.
Ci sono i bambini stregoni.

Interessi

Mi interessa l’economia, come funziona, tutto diventa umano. Tutte le informazioni apportano qualcosa. Atteggiamento rispetto alla vita e al lavoro.

Ha appena fatto la transiberiana, tra le tappe anche Vladivostok.
Ha fotografato molto Bruxelles e il Belgio.

Sceneggiatore Maurizio Cohen.