Evrim è piena di rabbia

Inserito da iopensa il Mer, 2003-05-21 11:51

Racconto. Seminario sull’apprendimento interculturale ed educazione ai diritti umani nell’area del Mediterraneo – Corso di formazione
Mollina (Spagna-Andalusia), 20-28/05/2003
Evrim è piena di rabbia. Resta silenziosa in un angolo, fuma. Ogni tanto le si avvicina qualcuno, e lei sorride gentile. Offre una sigaretta, chiacchiera distratta; in un attimo i suoi pensieri cupi sembrano dileguarsi, insieme al fumo della sigaretta. Ma Evrim è ancora rigida, animata da un’energia irrefrenabile e violenta, quella della rabbia che la spinge avanti ogni giorno della sua vita.

La sera prima avevamo assistito alla presentazione di un gruppo di rifugiati in Spagna provenienti dal Sahara Occidentale, lo stato inesistente o invisibile tra il Marocco e la Mauritania. “Un incontro informale” – ci avevano detto, ma nessuno ci aveva anticipato che ci sarebbero stati degli ospiti, sapevamo solo del tè. La traduzione dall’arabo era faticosa, i traduttori erano esausti e tutti i partecipanti all’incontro barcollavano stanchi nelle loro postazioni informali: accovacciati su tappeti o sdraiati su materassini.

“Ero arrivata lì pensando che si sarebbe bevuto il tè e si sarebbe chiacchierato di quello che volevamo” – mi dice Evrim il giorno dopo – “ma poi quando ho capito di cosa si trattava ed i rifugiati hanno cominciato a raccontare le loro storie, ho sentito il bisogno di sedermi in modo più composto, di ascoltare con più attenzione: stavano descrivendo i loro drammi, la loro disperazione, la tragedia di un popolo che non ha una terra e non ha il permesso di autogovernarsi. Gli altri invece sembravano quasi divertiti, erano incuranti, distratti, scomposti.” I suoi occhi erano rossi e tutto il suo corpo sembrava rannicchiarsi, per sfuggire a quel ricordo che non solo le dava fastidio, sembrava farle provare vergogna. “Un popolo che non ha una terra e non ha il permesso di autogovernarsi”: i curdi. Non le ho chiesto se parlava dei curdi, non le ho domandato se parlava del popolo che abita le sue montagne e non ho saputo se in fondo quella stessa sensazione di mancanza di rispetto (o semplicemente di attenzione) era la stessa che provava nella sua vita, a contatto con gente che non ha una terra, non ha il permesso di governarsi e sembra destinata solo a miseria e violenza. Invece abbiamo parlato di cambiare il mondo.

E’ strano, di 10 giorni di incontri ricordo le parole più cupe. Ricordo François che si anima raccontando le manifestazioni in Libano e dice “io non voglio essere come i miei genitori, non voglio dover rispondere ‘niente’ a chi mi chiede ‘ma tu che cosa hai fatto per cambiare le cose?‘” Ricordo Slimane e Mohammed che parlano della censura rispettivamente in Algeria e in Marocco, ma sembrano parlare dello stesso paese. Ricordo Ana che combatte per cambiare le politiche giovanili, che crede nel suo lavoro, ma poi racconta delusa di tante energie sprecate. “Ho seguito tutta la prima intifada” – mi dice Annika – “so cos’è la frustrazione”.
E’ strano, di 10 giorni di incontri ricordo le domande che non ho fatto. Evrim mi ha detto che suo marito è curdo, ma non le ho chiesto che cos’è invece lei. Keren portava una collana con la stella di David, ma non le ho domandato di che religione è, così come non l’ho chiesto a nessun israeliano. Mi hanno detto che tutte le ragazze arabe – per una strana coincidenza – erano cristiane, ma non ho capito: forse avrei dovuto chiedere. Eppure tante domande mi sembravano sbagliate e inopportune, e ora mi chiedo se ero l’unica a pensarlo.

Forse un giorno avrò il modo di fare le mie domande, otterrò le risposte precise che desidero e probabilmente non capirò di più, ma soddisferò il mio naturale desiderio di infilare la gente nella caselle giusta, quella dove conducono gli esiti del questionario: se hai risposto sì alla domanda a,b e c, sei ebreo praticante e non credi che la Palestina abbia diritto ad autogovernarsi; se hai risposto sì alla domanda d, ritieni che gli Stati Uniti siano il male e l’Islam il bene…
Domande o meno, di 10 giorni di incontri, ricordo la tristezza, la rabbia, l’impotenza e l’immenso desiderio di cambiare il mondo; ricordo la soddisfazione, l’energia e l’entusiasmo di cambiare il mondo. Perché in fondo è solo di questo che abbiamo parlato.