Articolo. Minsk

Inserito da iopensa il Mar, 2003-07-01 12:00

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Versione originale di Prospettiva Minsk: viaggi & costume in “Gulliver”, luglio 2003, pp. 146-160.

Imponente. Minsk sfoggia al primo sguardo tutta la potenza dell’Impero Sovietico. Eppure, sotto questa eredità di passato, brulica tutta la leggerezza del presente.


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Nel 1944 la capitale della Bielorussia fu quasi interamente ricostruita e divenne il luogo ideale per accogliere un sogno urbanistico grandioso, “la città degli operai”. Il classicismo stalinista disegnò Minsk, con edifici di rappresentanza, possenti industrie e condomini alveare per i lavoratori. Viale Francyska Skaryny accolse i palazzi più prestigiosi e le statue degli eroi del comunismo, trasformandosi così nel cuore chilometrico della città, ancora oggi ideale per le parate militari e per le lunghe passeggiate.

La grande arteria di Minsk si anima fin dal mattino. Sotto lo sguardo vigile e onnipresente della polizia, un esercito di spazzini strofina i marciapiedi, spala la neve e lucida i maestosi edifici. Dalla metropolitana fuoriescono gli abitanti: lavoratori, burocrati, studenti dell’università e bambini in divisa pronti per la scuola. Oltre ad essere il centro governativo, prospettiva Skaryny è anche sede commerciale, amministrativa e culturale di Minsk. Ci sono uffici, Internet café, ristoranti, parchi e musei. Il Museo della Grande Guerra Patriottica racconta la Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista bielorusso e tutta l’architettura del quartiere sembra testimoniare quello che è successo dopo. Il KGB (che ha mantenuto il nome) continua ad intercettare telefonate dalla sua sontuosa sede: un palazzo a forma di tempio con portale corinzio, non lontano da McDonald’s. Di fianco, il centro commerciale GUM vende costosi prodotti occidentali ed economici prodotti bielorussi (come il caviale, la vodka e i CD di musica piratata), mentre i locali intorno sfornano pietanze a base di funghi, la passione culinaria dei bielorussi. “L’ambiente è ruvido, ma i rapporti umani sono molto stretti” – racconta l’artista bielorusso Pavel Radetski, che ora vive a New York – “La gente è meno influenzata dalle mode e per questo è meno superficiale ”.

Del centro storico (a nord di prospettiva Skaryny) è rimasto molto poco, solo il fascino. Tutto quello che sembra antico è stato infatti ricostruito, ma ciò non toglie che sia un’ottima zona dove trascorrere una piacevole serata, con cenetta, passeggiata tra i vicoli e balletto a teatro.

La periferia è invece il luogo ideale per le notti underground, da scovare come in una caccia al tesoro. Dal punto di vista architettonico i quartieri periferici sono il più maestoso risultato del periodo sovietico. Anche se a prima vista possono sembrare solo squallidi ammassi di condomini, in realtà sono la gigantesca ripetizione di uno studio urbanistico innovativo. Negli anni Cinquanta e Sessanta gli architetti furono infatti messi alla prova per disegnare dei quartieri residenziali autosufficienti, capaci di accogliere la massa di lavoratori impegnati nelle industrie. Furono così ideati dei “progetti tipici”, ovvero dei progetti conformi e approvati, da ripetere in tutta l’Unione Sovietica utilizzando blocchi di cemento prefabbricati: Minsk ne è l’apogeo.

Un’altra perla della periferia è il grande mercato di via Kupala. Per colpa della rigidità del clima, la vita del paese tende a concentrarsi all’interno di spazi chiusi, nelle case, negli edifici, nei sotterranei: il mercato non fa eccezione. E così, in un enorme contenitore che sembra un mastodontico campo da tennis coperto, mille bancarelle e banconi espongono in bella vista prodotti nazionali ed internazionali (vino, champagne, solette per le scarpe di pelliccia, detersivi, colbacchi, vestiti…). Uomini e donne – grandi spesso come uomini – trasportano, vendono e comprano. Ma da dove arriva tutta questa gente? Se domandiamo, la lista dei paesi rappresentati è lunghissima: Bielorussia, Ucraina, Georgia, Azerbaigian, Russia, Kazakistan, Armenia… tutti ammassati e nascosti nel mercato.

Il periodo sovietico della città non ha lasciato soltanto tracce nell’architettura. Dal punto di vista politico la Bielorussia resta infatti un baluardo del comunismo. Alexandr Lukashenko – chiamato spesso “l’ultimo dittatore dell’Europa” – guida il paese dal 1994 e conserva alcune pessime abitudini: la polizia controlla e frena le manifestazioni; ogni tanto sparisce qualche membro dell’opposizione e le liberà di stampa e di espressione sono ostacolate da leggi e cavilli. Ma nonostante queste difficoltà, giovani e artisti non perdono l’entusiasmo.

Gli artisti

Il concerto Under the bridge è senza dubbio la più rumorosa manifestazione di questa energia. I Drum Ecstasy – un celebre gruppo rock bielorusso – organizza infatti un evento annuale notturno, sotto un ponte della città. Musica, percussioni e fuochi illuminano di allegria illegale tutti i partecipanti, fino all’inevitabile arrivo delle forze dell’ordine, e alla fuga generale. Ma la creatività si esprime anche in spazi non necessariamente illegali, attraverso enti culturali, gallerie e riviste, tutte attente a raccontare la ricchezza e il dinamismo nazionale.

Una volta all’anno si svolge a Minsk Navinki, il Festival Internazionale della Performance; l’Association for Contemporary Art pubblica “Partisan” e allestisce esposizioni in città e all’estero; l’ente per il design cura la rivista “Pro Design” e organizza mostre; l’associazione giovanile “New Faces” promuove scambi internazionali, concerti e campagne di sensibilizzazione. I musei e le gallerie d’arte della città ospitano collettive di artisti e la Nova Gallery è impegnata nel sostenere la fotografia; il suo direttore Uladzimir Parfianok coordina inoltre il sito di ricerca teorica “Photoscope”.

La fotografia è senza dubbio il linguaggio più amato e sviluppato dagli artisti bielorussi: durante il periodo sovietico era la tecnica usata per fare propaganda pro e contro il potere; oggi è la tecnica usata per mettere in discussione il passato, per raccontare le emozioni più intime e per esaltare la bellezza senza bandiere.

Mikhail Garous nelle sue fotografie incornicia dettagli, attento alla purezza delle forme e alla perfezione dell’immagine: oggetti comuni, particolari naturali e splendidi corpi femminili vengono isolati, quasi fossero l’ideale da raggiungere in un mondo estremamente difettoso.

Anche Pavel Radetski cerca la nitidezza del dettaglio, ma per aggredire; nella serie Spatial Being dei particolari identici del corpo vengono messi a confronto senza giungere al dialogo: così due bocche non servono a parlare e due braccia non servono ad agire. La solitudine e l’impotenza vengono però combattute anche con umorismo.

ragazza-capelli-indietro200.JPGAndrei Mayorov fa il verso alle grandi dive americane, fotografando ragazzotte di campagna in pose da soubrette, e la coppia di artisti poliedrici Tsesler e Voichenko realizzano poster di propaganda sociale, leggeri e spudorati (per esempio la banconota nazionale – tremendamente svalutata – è riprodotta con l’indicazione “ultra light”).

Raccontare i problemi e la situazione del paese è un’urgenza profondamente sentita dagli artisti, così come ricostruire una propria identità. I confini attuali della nazione sono il risultato della storia recente, ma il cristianesimo ortodosso e la lingua bielorussa risalgono a circa dieci secoli fa. La seconda guerra mondiale devastò gli edifici e ridusse a metà la popolazione; l’esercito nazista e le purghe staliniste trasformarono poi gli abitanti: gli ebrei furono deportati, l’antica nobiltà e gli intellettuali furono eliminati ed una nuova ondata di lavoratori arrivò dalla Russia. Il paese divenne negli anni Cinquanta e Sessanta la potenza industriale dell’Unione, la religione fu ovviamente proibita e il russo fu imposto come lingua veicolare. Solo oggi la Belarus (Belarus invece di Bielorussia, con il suo nuovo nome per sottolineare la separazione dalla Russia) ha il permesso di frugare nel suo passato per riscoprire la sua ricchezza e la sua autonomia cultuale.

L’orgoglio linguistico è la manifestazione più significativa di questa ricerca.. La percentuale di persone che effettivamente parlano il bielorusso è molto piccola. Senza prendere in considerazione la minoranze di altre nazionalità, la maggior parte della popolazione parla in realtà il russo ed un dialetto che mescola russo e bielorusso, chiamato Trasianka. “Parlare Trasianka non è per niente prestigioso e le persone colte dovrebbero evitarlo” – racconta Olga Gapeeva, giovane scrittrice e membro del gruppo letterario “Schmerzwerk”. Esistono invece due principali varianti del bielorusso: la Tarashkevitsa è la lingua più autentica, formalizzata in una grammatica del 1929 e amata soprattutto dai giovani e dagli intellettuali progressisti; la Narkamauka è invece la lingua riformata nel 1933, studiata oggi nelle scuole. La questione della lingua non è per niente marginale: parlare il bielorusso significa riappropriarsi di un’identità secolare quasi scomparsa – grazie a guerre, bombardamenti e purghe – nel giro di poco più di 50 anni. Parlare bielorusso significa poi riuscire a leggere la letteratura nazionale e sentire lo stretto legame con le proprie origini.

Anche la musica e la fotografia indagano nel passato: la musica mescola ritmi del folclore popolare ai suoni più moderni, e la fotografia recupera vecchie immagini, trasformandole e usandole per dare delle radici al linguaggio contemporaneo.

02-11-89-6-donne e uomo150.JPGNella serie Alphabet of Gestures, Igor Savchenko per esempio elimina i visi da vecchie pellicole scovate nei mercatini; le mani diventano gli indizi per viaggiare nel tempo, tracce per riscoprire un’atmosfera diversa, dominata però da emozioni ancora attuali: tenerezza, affetto ed insicurezza. Olga Sazykina nell’installazione Table-cloth from Petals utilizza la sua corrispondenza per cucire la storia: foglietti di carta intensamente scritti diventano una tovaglia che racconta ricordi personali.

Analizzare il passato, mette però in luce anche gli aspetti più drammatici della storia. La tragedia di Chernobyl è una recente eredità che tuttora inquina la vita del paese. La centrale nucleare che esplose nel 1986 si trova in effetti in Ucraina, ma circa il 75% delle scorie radioattive ha contaminato il territorio bielorusso. Le opere degli artisti raccontano. Galina Moskaleva ha realizzato un’inquietante serie di fotografie per non dimenticare: dei ragazzini bielorussi mostrano le tracce sul collo dell’operazione chirurgica che hanno subito per il cancro alla trachea. Sergey Kozhemyakin ha creato delle immagini sovrapponendo delle vecchie fotografie ad un blocco di cemento: il passato continua a pesare sul presente. Anche la situazione politica attuale – decisamente lontana dalla democrazia – è un argomento presente nelle opere degli artisti. Artur Klinov ha creato sugli alberi di un parco delle piccole casette per uccelli; nonostante queste sculture dovrebbero essere affettuosi ristori, nessun animaletto sembra invogliato ad avvicinarsi: i rifugi sono infatti delle abitazioni cupe ed inospitali, pesanti come il clima che spesso si respira in Bielorussia.

Bisogna stare attenti. Non ci vuole molto perché un’associazione sia chiusa: basta che il suo logo non sia riprodotto esattamente come è stato registrato, oppure basta sia stampato nel posto sbagliato sulla carta intestata. Con due ammonimenti l’ente ha finito di vivere e comunque anche se riesce a sopravvivere non ha proprio una vita facile: continua a pagare tasse sui finanziamenti che riceve dall’estero, e non ne riceve molti. I giovani e gli artisti bielorussi non sembrano però scoraggiarsi. Le organizzazioni programmano attività, i gruppi musicali fanno concerti (anche quelli illegali) e la vita a Minsk si anima sempre con nuove esposizioni e pubblicazioni.

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Who is Olga Gapeeva?

Rodrigo from Brazil

Thank you anyway.

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