Il contesto senegalese della Biennale di Dakar: l'epoca della presidenza Senghor

Inserito da iopensa il Mar, 2004-03-09 03:25

Léopold Sédar Senghor divenne presidente nel 1960 e pose la cultura come fondamento della sua politica . Per Senghor lo sviluppo dell’Africa era inscindibile dalla valorizzazione della arti africane; queste infatti potevano sostenere la nascita di un forte sentimento nazionale e panafricano, potevano permettere di esportare un’immagine positiva della ricchezza del continente e mostrare al mondo come l’Africa non fosse stata solo influenzata dall’Europa, ma l’avesse influenzata .

La politica culturale di Senghor fu dunque volta a dare una posizione di primo piano alla cultura e a creare un arte “autenticamente africana”, definita da vere e proprie direttive ufficiali ; quest’arte fu strettamente legata al movimento della Négritude. Il termine Négritude fu coniato da Aimé Césaire e diede il nome ad un movimento degli anni Trenta che rivendicava a Parigi l’affermazione e la difesa delle civiltà e della ricchezza del popolo negro; Senghor utilizzò questo termine arricchendolo con la sua visione personale. Da un lato infatti il presidente promosse l’individuazione di caratteristiche tipiche dalla razza negra (ad esempio il senso del ritmo e l’esaltazione del sentimento) e dall’altro incoraggiò l’apertura verso il moderno e l’Occidente (ad esempio lo studio della storia dell’arte europea e l’apprendimento di tecniche artistiche non originariamente africane): quindi da un lato sostenne la riscoperta delle tradizioni e dall’altro l’assimilazione . In particolare Senghor promosse la cooperazione con la Francia, ed i principi della Négritude divennero le linee guida non solo delle arti, ma anche delle sue scelte politiche. Secondo il presidente, il Senegal doveva partecipare alla vita culturale dell’Occidente e persuadere l’Occidente a partecipare alla vita culturale del Senegal e di tutta l’Africa, dimostrando che il mondo negro aveva contribuito alla civilizzazione universale. Nonostante il budget destinato specificatamente alla cultura non fu mai particolarmente elevato , negli anni Sessanta e Settanta furono create nuove strutture amministrative , furono allestite numerose esposizioni , furono costruite infrastrutture e furono fondate istituzioni , scuole , musei ; Léopold Sédar Senghor inoltre non mancò mai nei suoi discorsi di ricordare l’importanza della cultura, associando la sua immagine a quella di protettore delle arti . Il presidente sostenne gli artisti in linea con il suo pensiero con finanziamenti pubblici, con l’acquisto di opere e con esposizioni nazionali ed internazionali: questi artisti sono conosciuti sotto il nome di Ecole de Dakar. Le esposizioni internazionali (dal 1974 al 1985), la scuola d’arte (soprattutto grazie al dipartimento di Recherches Plastiques Nègres ) ed il prestigioso Museo Dynamique ebbero poi un ruolo centrale nella diffusione del pensiero di Senghor. Con la sua politica culturale, Léopold Sédar Senghor inventò un’arte nazionale .

Se da un lato le strategie del presidente permisero lo sviluppo delle arti in Senegal, dall’altro il suo ruolo centrale nel determinare le caratteristiche dell’arte negra limitò le libertà formali ed ideologiche degli artisti . Gli artisti erano infatti valutati e sostenuti in base alla loro aderenza ai principi del presidente e della Négritude, non in base alla loro originalità o alla qualità delle loro opere. L’arte dell’Ecole de Dakar – con l’eccezione di alcuni protagonisti particolarmente creativi – divenne col tempo sempre più ripetitiva e sempre più sterile, cadendo nel decorativismo. La priorità di sostenere ed incoraggiare la creazione di un’arte contemporanea “africana” – legata ad un’identità fedele all’ambiente culturale e alle tradizione locali – produsse vivaci dibattiti in particolare durante il Festival des Arts Nègres del 1966. Le stesse discussioni proseguirono nel contesto della Biennale di Dakar, mitizzando la figura del presidente-poeta e trasformando la sua presidenza in un modello amato ed allo stesso tempo tenacemente criticato .

Négritude e l’Ecole de Dakar

Le direttive ufficiali del presidente Senghor sono il quadro di riferimento della produzione dell’Ecole de Dakar. Per valorizzare la razza negra e promuovere la rinascita culturale del continente, gli artisti furono incoraggiati a produrre “autentica arte africana”, seguendo i “valori africani” legati all’intuizione, all’emozione, al ritmo e alla forza vitale. Gli artisti produssero così opere soprattutto pittoriche di grandi dimensioni in uno stile astratto o semi-astratto: all’interno delle loro immagini si mescolano elementi tradizionali (come maschere ed oggetti artigianali), nostalgia del passato, storie di folclore, miti, spiriti, ma anche scene urbane e paesaggi .

Lo stile degli artisti dell’Ecole de Dakar non è omogeneo: si passa dalle opere figurative fortemente influenzate dalla pittura francese ma con soggetti africani di Iba Ndiaye, allo stile semi-astratto di Papa Ibra Tall legato all’opera di Picasso e ricco di ritmo e simboli (lo stile di Papa Ibra Tall – più che quello di Iba Ndiaye – sarà particolarmente imitato dagli artisti dell’Ecole de Dakar). Anche la qualità delle opere è estremamente varia, con protagonisti originali ed innovativi ed altri che cadono nel banale decorativismo. L’elemento comune a tutte le opere è comunque la totale mancanza di riflessione sociale e la ricerca delle tradizioni africane. Gli artisti non osservano e non giudicano il loro presente, ma esplorano e creano un passato che vogliono “autentico”, in armonia con le linee guida del presidente Senghor. In realtà però le tradizioni inserite nelle loro opere sono una creazione artificiosa, simboli ed elementi decorativi che dimenticano il passato coloniale, che esaltano la purezza della razza non contaminata dagli scambi culturali e che mitizzano una spontaneità ed un senso del sacro lontanissimo dal presente.

Gli artisti dell’Ecole de Dakar rappresentano la politica culturale senegalese degli anni Sessanta ed il pensiero del presidente Senghor; essi beneficiarono di aiuti importanti da parte del governo e godettero di un riconoscimento internazionale ; le loro opere furono acquistate dallo Stato per essere offerte in regalo ad ospiti ed istituzioni straniere, furono utilizzate per arredare uffici pubblici ed ambasciate, furono esposte in Tendances et Confrontations, les Arts Contemporains durante il Festival des Arts Négres del 1966, parteciparono alle esposizioni itineranti e furono ancora presenti durante la Biennale di Dakar, in particolare nelle prime edizioni e nelle esposizioni parallele. Nel 1996 molti degli artisti dell’Ecole de Dakar parteciparono all’Esposizione d’Arte Contemporanea Senegalese e nel 1998 fu organizzata una mostra dedicata al gruppo dalla galleria Yassine.

Tra i componenti dell’Ecole de Dakar si possono ricordare Amadou Ba (1945) , Seydou Barry (1943) , Boubacar Coulibaly (Couloubaly, 1944-1984), Alfa Woualid Diallo (1927) , Boubacar Diallo, Ansoumana Diedhiou (1949), Bacary Dieme (1947), Bocar Pathé Diong (1946) , Cheikh Diop, M’Baye Diop (1951) , Daouda Diouck (1951), Ibou Diouf (1953), Théodore Diouf (1949), Mor Faye (1947-1985), Ousmane Faye (1940), Boubacar Goudialy (1946), Khalipha Gueye (Serigne M’Baye Gueye, 1945), Madema Gueye, Souleymane Keita (1947) , Ousseynou Ly, Mohamadou Mbaye (1945), El Hadj M’Boup (1950) , Abdoulaye Ndiaye (1936), Djibril N’Diaye (1945) , Iba N’Diaye (1928, Senegal/Francia) , Amadou Niang (1961) , Maodo Niang (1949) , Modou Niang, Amadou Seck (1950) , Diatta Seck, Philippe Sène (1949), Amadou Seydou, Younousse Seye (1940) , Papa Sidy Diop, Amadou Sow (1951) , Papa Ibra Tall (1935), Chérif Thiam (1951), Boubacar Sadikh Traoré (Sadikh, 1956) e Ousmane Wade, Amadou Wade Sarr.

L’insegnamento dell’arte in Senegal

In linea con il pensiero di Senghor, la scuola d’arte di Dakar fu organizzata in due dipartimenti, capaci di conciliare il dualismo della visione del presidente, caratterizzata simultaneamente da tradizione e apertura. La scuola permetteva dunque l’accesso all’estetica africana e allo stesso tempo alle tecniche e ai soggetti convenzionali occidentali .

Nel 1960 la Maison des Arts divenne quindi Ecole des Arts du Sénégal, sotto la direzione dei pittori Iba Ndiaye (incaricato del dipartimento Arts Plastiques) e Papa Ibra Tall (responsabile del dipartimento Recherches Plastiques Nègres). Il dipartimento d’arte, diretto da Iba Ndiaye era strutturato sul modello francese e prevedeva un programma tradizionale; la pittura e la scultura venivano insegnate attraverso la copia dal vero, lo studio dell’anatomia, della prospettiva e della storia dell’arte classica e moderna, in particolare occidentale. Il dipartimento di ricerca, diretto da Papa Ibra Tall, proponeva invece un apprendimento più informale e sperimentale dell’arte, con ricerche per esempio sul folklore, sugli strumenti musicali tradizionali e sui materiali africani; gli insegnanti dovevano incoraggiare e guidare con consigli l’espressione libera ed autonoma degli studenti. Nel 1960-61 Pierre Lods, fondatore del Centro d’Arte di Poto-Poto , accettò l’invito di Senghor a collaborare con Papa Ibra Tall; nonostante il comune interesse dei due insegnanti per l’intuizione, l’inconscio e la spontaneità, vi furono dei contrasti, e Papa Ibra Tall lasciò il dipartimento di ricerca per dirigere autonomamente il laboratorio di arti tessili .

La scuola d’arte di Dakar ebbe un peso fondamentale nella preparazione delle nuove generazioni di artisti ed in particolare il dipartimento di ricerca fu uno strumento di diffusione del pensiero del presidente Senghor. Tra gli artisti formati alla scuola d’arte numerosi aderirono ai principi dell’Ecole de Dakar, tra i quali: Souleymane Keita (1947), Amadou Seck (1950), Philippe Sène (1945) e Cherif Thiam (1951).

Gli artisti indipendenti e le tecniche tradizionali

Durante il governo di Senghor alcuni artisti si espressero liberamente, senza adattarsi ai dettami dell’Ecole di Dakar, della Négritude e del presidente . La mancanza o lo scarso supporto statale limitò e rese però molto difficile la loro partecipazione ad esposizioni.

L’arte popolare continuò a svilupparsi anche dopo l’indipendenza del paese, ed in particolare la tecnica della pittura su vetro suscitò l’interesse dei collezionisti . La pittura su vetro – detta fixé-sous-verre o souwères – apparve in Senegal alla fine dell’Ottocento e fu utilizzata per rappresentare motivi religiosi islamici, storie e miti. Con il tempo si inserirono tra i temi ricorrenti anche immagini di bellezze femminili e scene di vita quotidiana. Alcuni artisti emersero per la qualità delle loro opere, tra i quali Gora M’Bengue (1931-1988), Modou Fall, Mor Gueye e Alexis N’Gom . I souwères furono esposti al Villaggio della Biennale durante tutte le edizioni di Dak’Art; nel 1998 il Centro Culturale Francese ne ospitò una mostra curata dall’artista e collezionista Serigne Ndiaye e nel 2002 l’opera di Gora M’Bengue fu oggetto di un’esposizione retrospettiva allestita alla Galleria Nazionale.

Nel 1976 quattro pittori (Mamadou Fall Dabo , Moussa Tine , El Hadj Babacar Sy e Ali Samb) e due membri della Ecole Nationale des Beaux Art crearono il Village des Arts in una zona del Camp Lat Dior (Corniche occidentale di Dakar) non occupato dalla Scuola Nazionale d’Arte e dalla Scuola Nazionale Superiore d’Insegnamento Artistico . A differenza della Cité des Artistes Plasticiens che fu creata dal Ministero della Cultura nel 1979 e gestita fino al 1987 dagli undici residenti, il Villaggio era totalmente svincolato dall’autorità pubblica, anche se diversi Ministri della Cultura inaugurarono lì elle mostre. La sede fu un vivace punto d’incontro per gli artisti e fu caratterizzato da uno spirito pluri-disciplinare; fu organizzata l’esposizione annuale Tenq e fu creato il teatro sperimentale Laboratoire AGIT-Art. Il Laboratoire AGIT-Art era un collettivo informale, costituito da artisti ed intellettuali che si esprimevano in performance; il laboratorio era diretto da El Hadji Sy, Issa Samb (Joe Ramangelissa Samb) , Amadou Sow e Bouna Seye. Secondo Sidney Kasfir il Village des Arts rappresentò un contro-movimento rispetto alla politica culturale di Senghor e alla Scuola di Dakar: in particolare il gruppo di AGIT-Art – impegnandosi politicamente e socialmente ed utilizzando forme d’arte concettuale – prese le distanze dagli artisti contemporanei degli anni Settanta. Il Villaggio fu fatto evacuare nel 1983 per ospitare gli uffici di diversi ministeri.
Infine Papisto Boy (Pape Mamadou Samb, nato nel 1951) è un altro artista indipendente che dipinse – senza l’autorizzazione statale – degli affreschi di quasi centro metri di lunghezza sul muro di un’officina del porto di Dakar (l’opera iniziò nel 1976) . Le sue tele non furono mai esposte al 1989 anche se nel 1980 Hubert Fichte e Leonore Mau gli dedicarono un libro .