Articolo. Vestirsi in Africa. Percorso dal quotidiano all'alta moda

Inserito da iopensa il Gio, 2004-07-01 22:46

Versione originale di L’Africa in Passerella in “Africa”, n. 4, luglio-agosto 2004, pp. 38-41.

Quanto dista la vostra spalla destra da quella sinistra? Quanto sono lunghe le vostre braccia? E la vita? Ce l’avete stretta la vita? Se Figurella pubblicizza le diete con il centimetro, di certo non c’è bisogna di portarsi dietro il metro per andare a comprare dei vestiti: si entra in un negozio, si sceglie, si prova ed, eventualmente, si compra. Questo miracolo si chiama prêt-à-porter. I capi pronti da indossare sono abiti disegnati/copiati da stilisti e prodotti industrialmente con un’etichetta che ci suggerisce la taglia, come lavarli e chi li ha inventati. Ebbene, se il fenomeno del prêt-à-porter è esploso negli anni Sessanta, di certo non è scoppiato ovunque: la maggior parte della popolazione del mondo continua prima di tutto a comprarsi i tessuti. E allora come si fa?

Prima operazione: scegliere il materiale

In Africa si può scegliere tra materiali tanto diversi quanto è vario il paesaggio e lo spirito commerciale degli abitanti del continente. E non solo, la ricerca e la sperimentazione sugli ingredienti della moda è l’aspetto che caratterizza più di qualsiasi altro lo stile della haute-couture africana, che accoglie ogni stimolo, valorizza le tradizioni del continente, mostra il suo legame e la sua indipendenza dal gusto occidentale e contamina le sue creazioni con influssi provenienti da tutto il mondo.

Il batik è l’icona del tradizionale stile africano e allo stesso tempo è il simbolo del métissage continentale. Questo materiale stampato a cera con decori irregolari e colori vivaci è nato in Indonesia e alla fine dell’Ottocento è stato importato in Africa da commercianti olandesi; ancora oggi i tessuti più pregiati sono prodotti in Europa, mentre si diffondono sempre più versioni cinesi e nigeriane meno costose e realizzate con tecniche più semplici. I tessuti stampati sono anche ingredienti fondamentali nell’alta moda; tra i tanti lo stilista ivoriano Pathé O l’ha utilizzata per creare colorati completi camicia-pantalone di cui Nelson Mandela è un celebre estimatore, mentre la stilista sudafricana Marianne Fassler ha ideato una gonna che nella vivacità e nell’ampiezza verde e gialla nasconde dei ritratti dello stesso presidente.

Nonostante la storia del batik dimostri la vivacità degli scambi e di contatti internazionali che hanno sempre dominato il continente, questo materiale è un’icona delle tradizioni africane. Dopo l’indipendenza, gli Stati dell’Africa sentivano il bisogno di dare forza ai loro paesi, promuovendo una ricchezza e una specificità nazionale. La scoperta, la riscoperta o l’invenzione delle tradizioni facevano parte di una propaganda “autenticamente africana” che ancora oggi crea fraintendimenti trasformando il continente – agli occhi del mondo e spesso degli africani stessi – in un immenso cartellone pubblicitario new age: “Africa: vera, primordiale ed incontaminata”. L’artista contemporaneo anglo-nigeriano Yinka Shonibare ha scelto di usare il batik nelle sue sculture proprio per l’ambivalenza di significato di questo tessuto: da un lato icona di un’artificiosa propaganda tradizionale, dall’altro simbolo di un gusto in continua evoluzione, come dimostrano anche le sempre nuove stampe che dominano il materiale (come quelle che immortalano personaggi politici, computer, astronavi, automobili …).

Il bogolan è un tessuto caratteristico del Mali realizzato tingendo una stoffa con colori vegetali e dipingendo con l’argilla dei decori. L’artista franco-maliano Aboubacar Fofana si è cimentato in un’interessante interpretazione di questo tessuto, creando degli arazzi astratti e animati.

Tra materiali tradizionali e tessuti di ogni sorta, anche l’abbigliamento occidentale di seconda mano fa parte degli ingredienti della moda africana. Gli abiti usati dal primo mondo e regalati alle organizzazioni umanitarie finiscono in vendita sulle bancarelle del terzo mondo. Magliette, scarpe, jeans, calzini… tutto viene fagocitato dal mercato locale che reinterpreta ogni capo aggiungendo riparazioni e adattamenti.

Una delle stiliste che più si interessa alle mescolanze culturali e al recupero è la senegalese Oumou Sy, che veste le sue modelle come sculture adorne di ogni materiale, dalle perline ai campioncini di profumo, dai cd recuperati alle calabas del Mali, unendo suggestioni provenienti dal Sudafrica al Nord Africa, dal Giappone all’Europa. A Dakar questa brillante imprenditrice ha inoltre fondato il primo cybercafé dell’Africa Occidentale che – sempre nell’ottica delle contaminazioni – ha chiamato “Metissacana”; ha creato la scuola-laboratorio di moda Leydi e collabora come costumista per teatro, cinema e musica.

Seconda operazione: selezionare il proprio stile.

Il pagne è il grande classico ed intramontabile indumento africano. “Il pagne è polivalente come tutte le cose essenziali in Africa” – dichiara il presidente del Senegal Senghor all’inaugurazione della “Manifattura Senegalese di Arti Decorative” del 1966. Esattamente come l’asciugamano descritto da Douglas Adams nella Guida Galattica per Autostoppisti, il pagne è un pezzo di stoffa rettangolare che serve un po’ per tutto: si può indossarlo come un pareo, si può legarlo alla schiena per trasportare i bambini, si può avvolgerlo sulla testa per ripararsi dal sole o accostarlo all’uscio per creare una tenda.

Se il pagne è il non modello per eccellenza, l’Africa annovera poi una lunga lista di capi cuciti. La scelta è ampia e per questo i sarti spesso mettono a disposizione della clientela cataloghi fotografici tra cui selezionare i modelli: abiti tutti pizzi e plissé, tailleur professionali, giacche dalle spalle abbondanti, camicie strette, sciancrate, morbide o squadrate… Anche i clienti si possono presentare con delle idee: un disegno, una pagina strappata da una rivista di moda, il nome di un cantate o di una star alla quale si vuole somigliare. Si prendono le misure e si discute su tutto: tipo di allacciature, ampiezza degli spacchi, forme della scollatura e, ovviamente, prezzo.

I modelli sono infiniti, con tagli occidentali, più tradizionali o un po’ e un po’. Ogni regione, città e quartiere ha la sua moda e le sue preferenze: cambiano i sarti, cambiano i materiali in commercio, cambiano le esigenze religiose, climatiche e sociali e ovviamente cambia il gusto.

Un capo dell’Africa occidentale molto conosciuto è il boubou, un completo costituito da gonna stretta e foulard per le donne, pantaloni per gli uomini ed una casacca/camicia per tutti. “Sono le mogli dei missionari che non volevano che andassimo in giro nudi e allora ci hanno fatto indossare un sacco” – mi spiega scherzando la giornalista culturale Aretha Louise Mbango della radio camerunese nazionale CRTV – “ma noi quei sacchi li abbiamo trasformati e abbelliti facendoli diventare la nostra moda”. Che sia stato l’Islàm o i missionari cristiani ad introdurre il boubou, ancora oggi – grazie soprattutto all’efficace propaganda politica – quest’abito è riconosciuto come il tipico abbigliamento africano, in contrasto con il gusto e lo stile Occidentale. Lo stesso boubou presenta poi infinite variabili che sfilano regolarmente in passerelle specializzate. Tra gli stilisti che si sono maggiormente cimentati nella rielaborazione e interpretazione del boubou si può ricordare la senegalese Diouma Dieng Diakhaté che è stata una delle ideatrici della sua versione da sera con ricami pregiati ed inserti.

I musulmani sono suddivisi in confraternite e gruppi, ognuno caratterizzato da un diverso abbigliamento. Per prendere il caso più vistoso i cosiddetti Ibadou, ovvero “i figli di Allah”, seguano anche nell’Africa subsahariana l’Islam ortodosso e si vestono seguendo uno stile simile a quello diffuso nel Nord Africa, con braccia e gambe coperte, un’ampia blusa abbastanza lunga da nascondere il sedere ed un velo per le donne.

Lo stile più diffuso tra i ragazzi di città è il funky americano. Molti giovani imitano le star dell’hip-pop e del rap, indossando pantaloni larghi con il cavallo basso, canottiere sopra le magliette e scarpe da ginnastica immense. Contaminazioni funky sfilano anche sulle passerelle, nelle creazioni degli stilisti senegalesi Xuly Bët, Claire Kane, Mara e della sudafricana Marianne Fassler.

Ed infine.

A questo punto non resta che una cosa da fare: sfilare.

Le tecniche tradizionali

La ricerca su materiali, tecniche e decori tradizionali è promossa da una parte da governi e organizzazioni internazionali, dall’altra da stilisti e designer. I governi e le organizzazioni internazionali tendono a vedere la creatività tessile, con tutte le sue applicazioni nella moda e nell’arredamento, come un efficace strumento di sviluppo economico per il continente africano ed in particolare per i suoi artigiani; stilisti e designer colgono nella ricerca soprattutto una fonte di nuovi stimoli.

In Senegal già nel 1964 nasceva, per volere dell’allora presidente Senghor, un primo laboratorio di arazzi all’intero della scuola d’arte di Dakar, divenuta poi l’impresa commerciale “Manifattura Senegalese di Arti Decorative” e trasferita nella vicina città di Thiès. Anche la Biennale d’Arte Contemporanea di Dakar ha ospitato la creatività tessile in un salone specifico nel 1996 e 1998 e dal 2000 la include nell’esposizione di design.

L’Unesco ha organizzato dei laboratori creativi per incoraggiare le artigiane-imprenditrici di alcune aree geografiche dell’Africa a sperimentare nuove tecniche e ad inserire nel loro lavoro i metodi di marketing, concezione, produzione e vendita sviluppati dal design industriale contemporaneo.

Il creatore di gioielli Mickaël Kra è stato invitato dall’associazione EED a dirigere un laboratorio con partecipanti della Namibia e del Botswana per creare una collezione realizzata con la tecnica tradizionale San che utilizza e decora i gusci delle uova di struzzo.

Adattare i materiali tradizionali, come la rafia, la corteccia battuta e i decori sui gusci delle uova di struzzo, ad una produzione semi-industriale è oggi la sfida più interessante: la produzione attraverso i metodi tradizionali non riesce ancora a garantire degli standard di qualità, rendendo il processo di lavorazione estremamente lungo e costoso. Le creazioni ottenute attraverso tecniche e materiali tradizionali restano per ora vezzi artigianali destinati ad un mercato molto ridotto, elitario ed essenzialmente occidentale.

L’acconciatura femminile

Nel Nord Africa il velo è sempre più diffuso. Le ragazze più giovani di città lo scelgono di tessuti sgargianti o a righe colorate e lo portano ornato con spille e orecchini. “E’ l’idea recente del velo indossato come un qualsiasi altro indumento” – mi spiega l’artista egiziana Iman Issa – “ma prima non era così, le donne della borghesia che indossavano il velo in Egitto lo facevano per fare una dichiarazione politica; oggi al contrario sembra che chi non indossa il velo voglia schierarsi”. Nell’Africa subsahariana soltanto le musulmane appartenenti a gruppi ortodossi lo indossano, mentre le altre – soprattutto da sposate – portano un foulard acconciato a volte con tanta fantasia da creare delle sculture astratte.
Come ovunque nel mondo, le capigliature africane sono acconciate in ogni modo e seguendo le esigenze stagionali delle mode. C’è chi si stira la chioma per ottenere ordinati caschetti, chi la intreccia con l’aggiunta di estensioni sintetiche colorate, chi li annoda per creare piccoli o grandi dreadlocks e chi si diverte o si nasconde con una parrucca. Negli ultimi anni si è molto diffusa anche la moda dei capelli cortissimi, soprattutto tra le donne d’affari: segno che la mancanza di tempo è un problema cronicamente internazionale?

Per saperne di più

Il video del laboratorio creativo organizzato dall’Unesco a Douala in Camerun del 2003 si può scaricare dal sito di Sandrine Dole www. sandrinedole.free.fr. sandrinedole.free.fr, che ha realizzato le immagini ed è stata una delle coordinatrici dell’atelier.

African Style di Michela Manservisi è il primo saggio in italiano sulla moda dell’Africa contemporanea. L’argomento è avvincente e i diversi capitoli presentano uno spaccato eterogeneo ed interessante della produzione africana, peccato però per i grossolani difetti. Il saggio – per quanto mai noioso – ha il tono di un comunicato stampa, cade spesso nella retorica e non è per niente rigoroso, soprattutto nel citare le fonti. Solo per ricordare qualcuno, hanno collaborato al testo anche Francesco Reggiani (autore di Vestiti della Natura, nov/dic 1999), Claudia Mazzucco (di L’Africa in Passerella, nov/dic 1997) e Alessandro Fornari (di Quando la storia è scritta con l’argilla, aprile/maggio 2000), tutti autori di articoli pubblicati sull’ormai tristemente defunta rivista “Africa” diretta dalla stessa Michela Manservisi.