Danielle Diwouta Kotto, Douala 2003

Inserito da iopensa il Ven, 2003-11-28 03:00

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Intervista all’architetto Danielle Diwouta Kotto. Douala (Camerun), 27/11/2003.

“Padre camerunese, madre francese. Sono quindici anni che sono qui. Ho studiato in Provenza. A Parigi ho studiato architettura del terzo mondo, era il titolo dell’insegnamento. In realtà non si sa niente dell’architettura del terso mondo. Ma tanto i giovani non tornano a lavorare in Africa perché si guadagnano pochi soldi.”

Fotografie di Sandrine Dole e Iolanda Pensa.


Doual’Art prima di essere trasformata in una galleria era un cinema. Nessuno lo notava. Era ordinario, architettura coloniale.

Ho costruito la mia casa nel 2000, per viverci. Ho fatto la CITYBANK. Ho lavorato con la cooperazione svizzera 5-6 anni fa per un edificio di artigiani Era un grande mercato poi trasformato nella zona di NILON, con uffici, laboratori degli artigiani, zona d’esposizione, un cantiere-scuola. Ha funzionato dal 1990-93. Ora lì ha la sede la cooperazione tedesca ma loro non lavorano con gli artigiani.

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Fontana

Non sono soddisfatta del risultato: l’impresa non aveva esperienza, di solito fanno canali. L’esecuzione è stata molto mediocre. Era anche parte del progetto: il cantiere si stava formando per costruire altri tipi di edifici.

Progetto della fontana

L’idea è di fare due fontane in parti diverse del quartiere. Se il progetto funziona verrà imitato.
Vogliamo anche fare una passeggiata lungo il quartiere.
La realizzazione è avvenuta tramite l’unione di diversi attori: la Comunità Urbana e i Comitati di Quartiere: La Comunità Urbana è rappresentata dal sindaco ed è legata al comune; il Comitato di Quartiere è invece un organismo più indipendente. A Bessangue il Comitato di Quartiere lavora molto bene: sanno preparare il dossier di un progetto, hanno trovato il terreno dove costruire la fontana, hanno organizzato gli incontri, hanno lavorato bene insieme a tutte le istituzioni. Nel progetto poi c’è come finanziatore principale l’IRCOD di Salisburgo.

Il progetto è stato commissionato dal centro d’arte Doual’Art.


Architettura in Camerun

Il Camerun ha dei problemi nel presentare i progetti, non è abituato. Per esempio costruire una fontana in Senegal è normale. In Camerun invece non lo è. Il Camerun è certamente più ricco del Senegal (adesso un po’ meno con la crisi economica), abbiamo acqua. Certo che è incredibile che nel 2003 ci sia ancora bisogno di costruire delle fontane… bisognerebbe essere nella condizione di costruire qualcos’altro. Il problema è che il paese non è strutturato. Le strade sono della Comunità Urbana che comincia a ristrutturarle ma si ferma perché finiscono i soldi. La gente accetta troppo. Sono sei mesi che i lavori nelle strade sono fermi. Serve il Comitato di Quartiere. Ma in Camerun sembra che la gente abbia sempre il piano B!

Formazione e architetti

Ci sono diversi problemi per quanto riguarda l’architettura.
1. Non ci sono scuole d’architettura in Camerun.
Non c’è una tradizione di costruzioni. Le imprese sono molto deboli. Di solito si occupano solo della funzionalità e non pensano molto all’estetica. Manca veramente una scuola e il livello è veramente basso.

Ci sono 250 architetti per 17 milioni di abitanti. In realtà poi sono 50 gli architetti che lavorano veramente. Altri sono al Ministero e nove hanno uno studio.

Se il finanziamento arriva dall’estero allora anche l’architetto arriva dall’estero. In realtà è anche perché gli architetti mostrano poco. Sono poco compresi. A 50 anni gli architetti sono completamente scoraggiati.

Il Palazzo dei Congressi per esempio è un progetto cinese maoista. Per esempio il progetto del Festival di Abidjan di 15 anni è con un finanziamento cinese.

La città di Abuja, la capitale della Nigeria è stata progettata interamente da un architetto giapponese: Kenzo Tang negli anni Settanta. In Nigeria l’architettura è comunque più sviluppata che da noi. ci sono 2500 architetti.

I giapponesi hanno finanziato e costruito delle suole in Camerun. Hanno mandato un impresa giapponese a fare delle scuole ovunque sul modello di una scuola giapponese. Se si fa costruire ad imprese estere, certo, dai i soldi, ma i soldi tornano nel paese estero, nelle tasche dell’impresa di costruzione.

La Banca dell’Africa Centrale lavora con un gabinetto francese e costruisce ovunque nell’Africa Centrale.

Per esempio sono tra anni che sono in trattative con l’impresa di petrolio che ha costruito l’oleodotto per un progetto di uffici.
In pratica i locali quello che fanno è eseguire, anche se magari hanno fatto la stessa scuola degli architetti stranieri.

Materiali

2. I materiali vendono importati. I materiali locali sono ancora sperimentali. Per la gente sono un vezzo, qualcosa di originale, ma ci sono rischi perché si usano tecniche sperimentali, non c’è un brevetto. Per costruire qualcosa di semplice si importa un container.
In realtà però i materiali sono la parte più interessante del lavoro in Africa. Io per esempio ho lavorato con la terra. Ma anche lì il problema è che non ci sono buone imprese che lavorano la terra. A Yaoundé la situazione è un po’ meglio. Ho anche lavorato molto con il legno. Ma trovare un buon ebanista è un problema.

I materiali invecchiano molto velocemente qui. Quello che in Europa dura 10 anni qui dura 5. Va anche fatta la manutenzione, ma quella qui non è molto cara. Qui per mettere un chiodo la gente chiama il giardiniere. In compenso però la gente non si rende conto che serve manutenzione, non conosce i materiali. Devo dare delle indicazioni anche alle persone che fanno le pulizie.

Mobili

I mobili che ho prodotto erano per l’esportazione. Non sono riuscita a creare un mercato. Ed il problema era anche uscire dallo stadio artigianale e passare a quello industriale o semi-industriale. Non credo che sia un problema di macchine ma di persone. A volte forse si saltano le tappe e questo crea dei problemi. Manca una formazione adeguata. Forse è perché non abbiamo avuto la fase di passaggio delle “congregazioni di artigiani”.

I mobili sono in massello. Ho partecipato ad una mostra che è stata fatta in diversi paesi: CCF Douala, Abidjan, Dakar, 1995-97.
Nel 1998 ho partecipato a Dak’Art.

E’ molto interessante lavorare in un luogo e usare il materiale. Qui uso WENGE, che fa incrostazioni nel legno. Le forme che scelgo dipendono da dove mi trovo.

Città di Douala

Il nostro passato coloniale è prezioso; ci sono edifici anni 60 e 70. La città si sta trasformando: ci sono intere zone dormitorio.

A Douala l’architettura è essenzialmente privata. A Yaoundé, la capitale, è più pubblica.
Io lavoro per banche, imprese. Quindi lavoro essenzialmente in centro, dove sono questi tipi di edifici. Lavoro soprattutto nella ristrutturazione di vecchi palazzi. Faccio 2-3 case all’anno. Le case le faccio soprattutto per mostrare il mio lavoro: sono come dei biglietti da visita.

L’urbanistica è uno dei problemi della città. Gli architetti sono isolati. Sono in pochi quelli che si rivolgono ad un architetto. I funzionari non bastano. Non ci sono concorsi pubblici. Per esempio il progetto “Projet de Grand Douala” (un progetto di riorganizzazione da Wouri fino alla pagoda, per ingrandire il centro) hanno chiesto ai francesi di farlo.

In Camerun non c’è spazio pubblico. L’unico angolo pubblico sono le strade della gioia – le avrai viste – quelle vie tutte piene di bar.

L’architettura contemporanea africana

L’architettura contemporanea africana va decodificata per permettere un accesso alla sua ricchezza. La città è un ambiente, non è un architettura: ci sono oggetti senza un filo conduttore. Si fa tanto bricolage: architettura senza architetti. E questo aspetto di bricolage domina tutti il paesaggio e dà il senso dell’architettura in Africa. Ma c’è molto di più.

Intendo studiare diverse fasi e diversi aspetti dell’architettura africana:
Coloniale e rielaborato
Le colonizzazioni hanno influenzato il continente con le loro caratteristiche [Douala ha avuto 4 colonizzazioni diverse]. I francofoni non sembrano fieri della loro architettura coloniale, ma non ha senso, perché è comunque l’architettura che domina le nostre città. I paesi anglofoni hanno invece scuole di architettura dagli anni Cinquanta. Quello che è patrimonio sembra dichiarato dai francesi più che dai camerunesi.
Questi edifici coloniali sono stati rielaborati, nel senso che sono stati tolti i simboli di potere, ma gli Stati spesso non hanno cambiato gli edifici. E’ un’assurdità perché in questo modo – senza modificare gli edifici – si subisce l’architettura e il significato degli edifici – senza realmente analizzarlo.

Residenze
E’ un campo in cui gli architetti usano di più l’immaginazione.

Luoghi sacri e di culto

Tutte le città coloniali sono centrate sull’esterno.

Nel 1959 un testo sulla città e l’urbanistica dava istruzioni per le costruzioni e divideva la città nella città bianca (Bonanjo, Akwa, con case e negozi) e in quella indigena (New Bell, con le case).
Non si usa questo testo per costruire a Douala, ma non ce ne sono altri. la Comunità Urbana non dice niente. In pratica si fa quello che si vuole.

L’architettura è un lusso. Nel nostro contesto di disordine l’architettura dovrebbe partire dalla base. Ci vorrebbero degli architetti scalzi, che partono dalla base: fare un muro dritto. Dicono che io sono molto critica, ma come si fa altrimenti a far capire alla gente che c’è qualcosa che non va.

Nel 2005 ci sarà a Lagos un incontro tra gli architetti africani che sono nel consiglio.

Certo, con l’architettura ci si adatta al ritmo, ma l’architettura può anche cambiare le abitudini. In Africa c’è la vita africana e la vita europea. Di solito o si sta da una parte o si sta dall’altra. Si educa anche il gusto. Bisogna anche mostrare quello che è bello, creare dei riferimenti.

In Africa non ci sono molti scambi; non è una società aperta: ci sono associazioni e famiglie, ma si tratta di gruppi chiusi. 15 anni fa c’erano più stilisti e architetti.
Per affermarsi bisogna passare dall’Europa. Qui saltiamo delle tappe (come con i cellulari), ma non sappiamo dov’è l’essenziale.

Barriere architettoniche

La gente qui non ci pensa molto. Un disabile non è mai solo. E ci sono pochi vecchi.”

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salut,Danielle

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désiré.diboundou@paris.fr

Désiré.DIBOUNDOU
4 villa chevreuse
91 130 Issy les moulineaux
(France)

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