Ousmane Dia e le interviste da Casa Bianca, Ginevra 2004

Inserito da iopensa il Sab, 2004-03-27 06:30

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Ousmane Dia è uno scultore ed è il responsabile dell’associazione CAP di Ginevra e Tambacounda. Dal 2001 ha promosso l’organizzazione dell’atelier annuale Tambacounda-Gèneve-Dakar che ha avuto sede ogni anno in una delle diverse città del progetto. Per l’edizione del 2004 il progetto è stato modificato ed è diventato aperto a partecipanti di tutte le nazionalità; ha come obiettivo la creazione interventi urbani e di un museo d’arte contemporanea permanente (nella foto la pianta del museo a cura di Andrea Bassi). Per quanto inizialmente l’intervista abbia preso la piega “intervista da Casa Bianca”, il discorso si è fatto man mano più sciolto e si è concentrato sull’atelier. Intervista a ginevra, 26 marzo 2004. Testo trascritto il 27 marzo 2004.

L’Atelier 2004

L’edizione del 2004 è diversa rispetto alle tre precedenti.

1. I partecipanti. Per le prime tre edizioni i partecipanti erano persone delle tre città incluse nel progetto: Tambacounda, Ginevra e Dakar: ora invece il progetto è aperto a partecipanti di tutte le nazionalità.

I partecipanti per questa edizione sono stati selezionati dalla direttrice del Centro d’Arte Contemporanea di Ginevra. I partecipanti pagano solo il biglietto aereo per Dakar, ma durante le 3 settimane di soggiorno in Senegal tutto il resto è pagato.

2. Le attività. L’atelier del 2004 prevede due attività, ovvero il progetto urbano e il progetto pedagogico.

Il progetto urbano prevede la realizzazione di cestini della pattumiera che verranno realizzati in cooperazione con la facoltà di design dell’università di Kyoto, con gli artisti e gli artigiani locali e con il comune di Tambacounda che si occuperà della raccolta e del riciclaggio (con il sostegno dell’organizzazione di cooperazione internazionale ENDA).

Il progetto pedagogico prevede invece la realizzazione di una classe d’arte per ragazzi tra i 14 e i 16 anni. Il Ministero dell’Istruzione ci ha garantito che se creiamo una classe d’arte invierà un insegnate. In tutta la regione non esistono classi d’arte. E poi io sto programmando con la mia classe della stessa età un’attività di scambio con 25 ragazzi che andranno a Tambacounda e lavoreranno con i ragazzi del luogo e realizzeranno un video.

3. Il perimetro: un museo d’arte contemporanea per il Senegal

Il progetto prevede la realizzazione di un museo con una zona all’aperto, una sezione al chiuso, un dormitorio e una sala refettorio.

Caratteristiche generali del progetto

Ovviamente il progetto si basa sul concetto di scambio e di incontro, ma dà anche molta importanza al contesto e all’ambiente locale dove è realizzato, mettendo alla prova gli artisti con una situazione alla quale non sono abituati e con strumenti di lavoro che non conoscono. L’atelier dura tre settimane. Gli artisti non hanno l’obbligo di realizzare qualcosa ma hanno molte possibilità di incontro. La priorità assoluta è data ai residenti di Tambacounda: chiunque voglia partecipare ad un atelier ha il diritto di farlo; non ci sono limiti alla partecipazione locale. I partecipanti sono artisti che si esprimono con moltissime tecniche: per questo il progetto è ovviamente multidisciplinare e crede nell’importanza della comunicazione come strumento di pace.
Il progetto ha senza dubbio anche un ritorno per gli artisti, non saranno i soldi ma magari la possibilità di viaggiare e di mostrare il loro lavoro all’estero.

Organizzazione e partecipanti

L’organizzazione ha due sezioni, una di Tambacounda e una di Ginevra.
A Tambacounda i membri dell’associazione sono persone come il segretario dell’Alleanza Francese e la direttrice del Centro Culturale della città…

L’organizzazione del progetto ha avuto anche il sostengo del presidente Wade che ha pagato i biglietti degli artisti di Dakar che sono venuti a Ginevra durante la seconda edizione del progetto nel 2002. Anche recentemente quando il presidente è stato a Ginevra mi ha ricevuto ed è molto interessato a quello che stiamo facendo.

Il progetto è stato essenzialmente finanziato dalla Svizzera, mentre il Senegal dà piuttosto un sostegno logistico. Tutte le autorità locali (città, regione, polizia, esercito) hanno dato il loro appoggio.

Ousmane Dia è uno scultore che nato e cresciuto a Tambacounda. Ha frequentato l’accademia di Dakar fino al 1992 e nel 1998 è stato ammesso ad un corso di specializzazione d’arte a Ginevra, dove tuttora vive. Dal 2003 insegna in un college di Ginevra (scuola per ragazzi di 14-16 anni).
Mi occupo soprattutto di scultura monumentale e sono molto impegnato politicamente. Le mie opere usano anche materiali di recuperazione. Per le Nazioni Unite ho realizzato un’opera sulla pace: una spirale con in cima un tavolo e delle piccole sedie lungo la spirale che però non arrivano mai a raggiungere il tavolo, intitolata “Quando passeremo a tavola?”: questa è la mia visione di come sia la pace legata alle Nazioni Unioni. L’accademia è stato un periodo molto duro per me, ma sono stato incoraggiato quanto l’organizzazione ICARE mi ha selezionato tra tutti gli artisti della scuola per esporre le mie opere in un progetto itinerante in Europa: il progetto poi non è stato realizzato ma ha avuto la sensazione che non dovevo mollare. Io sono la terza persona di Tambacounda che ha frequentato l’accademia d’arte. Sono stato incoraggiato da mio zio che è un artista ora a Saint Louis.

Un passo indietro: l’inizio dell’intervista

“Sono grande, nero e con i capelli rasta” – mi spiega al telefono Ousmane Dia per farsi riconoscere al Café Remour e ho l’impressione di sentire nella sua parlata un forte accento del Cantone svizzero di Vaux.

Tambacounda e la sua ricchezza culturale

“A Tambacounda si trovano culture di ogni genere; il posto confina con cinque effettivi paesi e lì c’è una ricchezza di culture inimmaginabile. Non è come a Ginevra, dove uno può girare senza trovare niente di tradizionale. Tambacounda ha una ricchezza e una varietà culturale incredibile. Il mio paese, il Senegal, ha una grande ricchezza culturale…”. Sono un po’ perplessa e mi sto già annoiando. Sono anni che sento tutti parlare di “ricchezza culturale” e di “tradizioni” e comincio a trovare la cosa piuttosto irritante. Stracolma di sarcasmo sorrido e domando “ed esattamente quale paese invece non ha una grande ricchezza culturale?”, ma senza rispondermi Ousmane Dia prosegue con il suo entusiasmo. Al che cambio discorso “programmate di fare qualcosa durante la Biennale di Dakar?”.

la Biennale di Dakar

“No. Il progetto non ha niente a che vedere con la Biennale di Dakar.”

A questo punto mi spiega che la Biennale di Dakar non dovrebbe essere una priorità per il paese e che se fosse lui ad essere il direttore rigirerebbe tutto e cambierebbe tutto: la Biennale non ha prodotto niente, è solo un grandissimo spreco di soldi. A questo punto dico “sì va beh, ma tanto non sono mica soldi del Senegal, sono soldi dell’Unione Europea” e Ousmane Dia risponde “sì ma in questo modo è l’Unione Europa che detta le regole”. I senegalesi dovrebbero creare una vera biennale senegalese, presentando un progetto e lasciando agli sponsor la decisione di finanziarlo oppure no, ma senza dettare condizioni. Va cambiata la struttura della Biennale e tutta la sua organizzazione perché la Biennale non lascia tracce: non ha portato uno sviluppo delle arti nel paese, ma sono gli artisti che hanno sviluppato dei progetti, sono gli artisti che hanno preso in mano la situazione e si sono dati da fare. In Senegal non c’è un museo d’arte contemporanea e l’Accademia è in uno stato disastroso. Basterebbe saltare un’edizione della Biennale per avere i soldi per rinnovare l’Accademia e creare un museo.

Mi vengono in mente due cose: 1) che questa storia del museo di arte contemporanea del Senegal continuo a sentirla e francamente mi domando che opere d’arte ci metterebbero dentro (solo opere senegalesi? tutta l’Ecole de Dakar?), come farebbero a comprarle e come farebbero a mantenerlo. In effetti però uno spazio museale sarebbe necessario anche per ospitare la Biennale e conservare le opere di vincitori della Biennale (che restano di proprietà senegalese); rinnovare l’Accademia non è poi una cattiva idea anche se oramai la formazione va sempre di più nella direzione di workshop e attività internazionali. 2) L’altra cosa che mi viene in mente è che Ousmane Dia io l’avevo già incontrato!

Al che sbotto “Ecco! Credo che noi c’eravamo già incontrati durante la biennale del 2002. Esponevi forse negli eventi off insieme ad un altro artista? Mi ricordo il biglietto d’invito e mi ricordo che c’eravamo parlati e mi avevi detto che vivevi a Ginevra.” Mi osserva un po’ perplesso e allora gli domando “Tu non hai esposto durante la Biennale di Dakar?” e Ousmane Dia mi risponde “può darsi”.

Quel “può darsi” lì mi ha fatto una pessima impressione. Ma che risposta è? Alla Biennale di Dakar uno non è che può parteciparvi “può darsi”, o ci va o non ci va, non è mica una questione di opinione. E lì ho avuto il sospetto che questa era un’intervista da Casa Bianca.

Le interviste da Casa Bianca

Le interviste da Casa Bianca sono un fenomeno piuttosto interessante. Le migliori che ho avuto sono state con il nuovo direttore della Galleria Falaki del Cairo Tarek el-Akkad e con Ousmane Dia. Quello che avviene è molto semplice, la persona intervistata prende a modello un responsabile delle relazioni con la stampa della Casa Bianca e – esattamente come potrebbe fare costui o costei – elargisce risposte vaghe, ambigue, retoriche e rassicuranti. Il progetto ed i suoi responsabili vengono nominati continuamente e continuamente elogiati; non vengono mai descritti i problemi e vengono usate frasi come “preferisco non rispondere a questa domanda” o “è necessario che mi consulti con gli altri responsabili prima di poter rispondere a questa domanda”. In un atmosfera da complotto internazionale vengono però fatte delle rivelazioni, elargite con commenti tipo “off the record” ovvero “che rimanga tra noi”, oppure “non prenda appunti, queste sono solo cose che si dicono così per dire”, oppure “non prenda appunti, questa è solo la mia opinione”. Ovviamente le rivelazioni sono cose tipo “il programma della galleria” oppure “l’opinione del curatore su un’esposizione che ha visitato”…