Sei mesi a Cambridge per AFSAI

Inserito da iopensa il Lun, 2001-01-01 12:00

“Dovresti aiutare Tracy a cucinare” – mi comunicò la responsabile del progetto il primo giorno di lavoro – “Sai cucinare?”. “Sì” – risposi trionfalmente io, felice di poter mostrare le mie abilità di brava massaia tutta italiana. “Bene, dovresti aiutare Tracy a cucinare una jacket patato!” – concluse la responsabile.Una jacket patato?! Ma come? L’Artusi, bibbia della cuoca provetta, non riporta nulla né sotto la J né sotto la P, come si cucina una jacket potato? Ma che cos’è una jacket potato? Lo sconforto fu subito placato da Tracy – la ragazza con problemi di apprendimento da aiutare – che, con buon senso e un po’ di compassione mi seguì nell’elaborazione del menù: prendi una patata, tempestala di buchi con la forchetta, infilala nel microonde e cuocila per 8 minuti. Aprila in due e condisci con formaggio a pezzetti.

Non ci volle molto per accorgermi che c’era stato un malinteso, “ti presento le quattro ragazze con problemi di apprendimento che ti aiuteranno” – avrebbero dovuto dirmi. Nel corso dei sei mesi mi resi conto che il volontariato era un vincolo di mutuo soccorso: io dovevo imparare a fare quello che non sapevo fare e loro a fidarsi di quello che potevo fare. Insomma, dovevamo conoscerci, imparare e fidarci, ben consapevoli che ognuna di noi aveva il suo ricco patrimonio di limiti e virtù.

Il giorno della partenza Tracy aveva avuto la sua prima esperienza lavorativa, Alison aveva imparato la strada per andare in bicicletta fino al centro di assistenza per animali, Giorgina aveva visto tutti i siti Internet delle Spice Girls e Heather mi abbracciava forte perché c’eravamo tanto divertite a disegnare, a giocare nel parco e a guardare gli aeroplani. Per quanto mi riguarda avevo imparato a spaventarmi un po’ meno, pronta per tornare a casa a fare tutte quelle cose che volevo fare, che non ero capace di fare, ma che sapevo di poter provare, magari chiedendo consiglio.

La prima azione di guerra si concretizzò nella compilazione del Future Capital, quel finanziamento per le iniziative di valorizzazione che avevo tutte le intenzioni di conquistare per mettere un tassello al puzzle dei miei sogni: vorrei fare il critico d’arte, la giornalista, l’organizzatrice di mostre, vorrei viaggiare, guardare esposizioni, continuare a specializzarmi… nei sogni non bisogna assolutamente essere tirchi, altrimenti dov’è il divertimento? Il progetto fu così approvato e per un anno collezionai scontrini per presentare il bilancio. I sogni insieme alla fortuna vanno un po’ aiutati, così ho collaborato con una rivista di arte contemporanea (altro che raccomandazioni, tanto vale cominciare mandando articoli…) e vado in giro a vedere esposizione (ospitata dalle persone che ho conosciuto anche durante i sei mesi in Inghilterra).

Forse si diventa cittadini europei proprio quando la cosa non ci stupisce né ci spaventa, perché essere cittadini europei non ci impone di rinunciare a quello che siamo, ma ci offre semplicemente qualcosa di più.