Sei mesi a Cambridge

Inserito da iopensa il Ven, 1999-10-01 12:00

Sono tornata già da un anno. A pensarci sembra di aver immaginato tutto. La prima notte da sola in una di quelle case inglesi che si vedono nei film, con il giardino davanti e il giardino dietro. Il primo giorno di lavoro mi presentarono il personale dell’ufficio e le quattro ragazze con problemi di apprendimento che avrei dovuto aiutare. “Ma io non sono capace” mi vedeva da dire mentre mi affaticavo a capire le loro parole, le parole del personale e le parole che mi tuonavano nella testa, quelle che meccanicamente dicevano ancora e ancora “ma io non sono capace”. “Dovresti aiutare Tracy a cucinare, sai cucinare?” – “Sì” – risposi trionfalmente, felice di poter mostrare le mie abilità di brava massaia tutta italiana. “Bene, dovresti aiutala a cucinare una jacked patato!” – Una jacked patato?! Ma come? L’Artusi, bibbia della cuoca provetta, non riporta nulla né sotto la J né sotto la P, come si cucina una jacked potato? Ma che cos’è una jacked potato? Lo sconforto fu subito placato da Tracy, quella da aiutare, che con buon senso e un po’ di compassione mi seguì nell’elaborazione del menù: prendi una patata, tempestala di buchi con la forchetta, infilala nel microonde e cuocila per 8 minuti. Aprila in due e condisci con formaggio a pezzetti.

Non ci volle molto per accorgermi che c’era stato un malinteso, “ti presento le quattro ragazze con problemi di apprendimento che ti aiuteranno” – avrebbero dovuto dirmi. Nel corso dei sei mesi mi resi conto che il volontariato era un vincolo di mutuo soccorso: io dovevo imparare a fare quello che non sapevo fare e loro a fidarsi di quello che potevo fare. Insomma, dovevamo conoscerci, imparare e fidarci, ben consapevoli che ognuna di noi aveva il suo ricco patrimonio di limiti e virtù.
Il giorno della partenza Tracy aveva avuto la sua prima esperienza lavorativa, Alison aveva imparato la strada per andare in bicicletta fino al centro di assistenza per animali, Giorgina aveva visto tutti i siti Internet delle Spice Girls e Heather mi abbracciava forte perché c’eravamo divertite a disegnare, a giocare nel parco e a guardare gli aeroplani. Per quanto mi riguarda io avevo imparato a spaventarmi un po’ meno, avevo imparato a cucinare una jacked potato, ad affrontare un branco di bambini della periferia, a compilare un modulo del comune per la richiesta di finanziamenti, ed ero pronta per tornare a casa a fare tutte quelle cose che volevo fare, non ero capace di fare, ma che sapevo di poter provare, magari chiedendo consiglio.

La prima azione di guerra si concretizzò nella compilazione del Future Capital, quel finanziamento per le iniziative di valorizzazione che avevo tutte le intenzioni di conquistare per mettere un tassello al puzzle dei miei sogni: vorrei fare il critico d’arte, la giornalista, l’organizzatrice di mostre, vorrei viaggiare, guardare esposizioni, continuare a specializzarmi… nei sogni non bisogna assolutamente essere tirchi, altrimenti dov’è il divertimento? Così ho proposto di creare un sito Internet sull’arte contemporanea africana, la fondazione di un’associazione no-profit per la promozione della cultura e ho spiegato che con tutto questo volevo diventare un’esperta, specializzata in arte contemporanea africana appunto. Il progetto fu approvato (le diverse settimane che ho passato a dare credibilità alla mia proposta non sono state inutili) ed è in effetti un anno che colleziono scontrini per poter presentare il bilancio. I sogni insieme alla fortuna vanno un po’ aiutati, così ho collaborato con una rivista di arte contemporanea (altro che raccomandazioni, tanto vale cominciare mandando articoli…) e vado in giro a vedere esposizione (ospitata dalle persone che ho conosciuto anche durante i sei mesi in Inghilterra).

Cosa vuol dire per te essere un cittadino europeo? Sinceramente non oserei mai mettermi la mano sul cuore, irrigidirmi e ammettere con orgoglio che “Sì, mi sento un cittadino europeo”. Ma dopo aver rinunciato alle manifestazioni patriottiche, devo però ammettere di sentire l’Europa vicina per un viaggio o per un eventuale lavoro, di essere contenta di poter pagare in futuro con gli Euro e di aver trovato in ogni paese dove sono stata persone che esprimono in lingue diverse dalla mia esattamente gli stessi sogni pieni di paure e confusione. Forse si diventa cittadini europei proprio quando la cosa non ci stupisce né ci spaventa, perché essere cittadini europei non ci impone di rinunciare a quello che siamo, ma ci offre semplicemente qualcosa di più.