Medhat Shafik, Milano 2001

Inserito da iopensa il Mer, 2001-02-21 23:05

Intervista a Medhat Shafik. Milano 21 febbraio 2001.

Il luogo

Ho lavorato in alcuni luoghi che mi hanno ispirato molto. Per esempio quelle mostre che abbiamo fatto nelle province. Anche se a volte vengono considerati posti da snobbare invece… ad esempio la mostra che ho fatto a Cervia in un ex-pescheria.
Il tema era il fuoco. E’ una vecchia pescheria che è diventata lo spazio espositivo del Comune di Cervia Era una personale. La cosa che più mi affascinava erano questi quattro banchi fatti di marmo. Ci sono sul lato due canali in marmo, gli scarichi.
Entrando in un luogo del genere, con il marmo, il luogo dove venivano i pescatori e dove facevano l’asta e distribuivano il pesce. Rispettare la dignità del luogo. La mostra prima di me era quella di Somaini, un grande scultore… lui ha fatto schermare tutto lo spazio: aveva fatto schermare con dei pannelli neri tutto, le finestre non si vedevano da tutti i lato e lì ha messo il suo lavoro. Per me invece è diverso, il dialogo con lo spazio è importante. Quando sono entrato ho chiesto di lasciare tutto com’era. Mi piace dare dignità al luogo e farlo parlare in rapporto alla mia idea. La mia idea è il fuoco e ho cercato il materiale nelle fonderie con le quali lavoro: vecchi crogioli, terre rosse del mattone macinato, matasse di zinco, le staffe stesse, bilancieri di carta fatta a mano con dentro con i trucioli di ferro. La mia idea è quella di trovare valori semantici, lavorare sul vocabolario: il fuoco come metafora. Come raffreddare il fuoco? Lavorare con l’idea del fuoco e metterlo in un ambiente architettonico vuol dire quasi dare l’idea del caldo… la mostra era d’estate…
Ho ripristinato l’acqua, quindi c’era questo fluire dell’acqua dentro i piccoli canali laterali: l’acqua era vera e fa parte della storia del luogo.
Questa lavoro era stato fatto apposta per questo luogo. Ho dialogato con un luogo che per me è anche strano… io cerco il luogo arcaico, un luogo con una storia antica. Invece questo luogo era quasi antropologia, diventa costume: lavorare con dei luoghi così diversi, rispetto al mio normale vocabolario visivo. Qui c’era una matassa di materiali, ferri, materiale delle fonderie e io dovevo cercare di riordinarlo per dare la sensazione di… la mia idea era il risveglio della Fenice. Un idea dedicata a tutte le guerre, contro tutte le guerre. L’unica arma di un artista è l’utopia. Non so se combattiamo contro i mulini a vento.

Un’altra mostra che abbiamo fatto La Croce e il Vuoto, l’abbiamo fatta a Mantova. Una bella mostra c’era Zuma, Zauchin… Io entrando in questi ex-magazzini di Palazzo Ducale di Mantova mi hanno affascinato i sotterranei: ci sono mattoni a vista, archi, quel mondo un po’ alla Piranesi, sembrano Le Prigioni di Piranesi… però non c’era quell’angoscia, quella soppressione dello spazio, l’incombenza del luogo… no, c’era una dimensione quasi alchemica, magica del luogo. Anche lì ho lavorato sul tema del “ripristinare”: lavorare con il mattone, i miei totem di legno che sono con busti, bitumati, quindi ho lavorato sull’idea dell’ancestrale, dell’alchemico. Il sovraintendente era molto entusiasta, mi aveva chiesto cosa avrei sognato di fare, ed io ho detto che avrei preso tutto questo sotterraneo, e avrei portato delle grandi pietre e avrei fatto lavorare anche il fruscio dell’acqua, lo scorrere, per farlo diventare un giro infinito, circolare in questo spazio: l’acqua e la pietra… la pietra graffiata, nel senso di… lasciato il segno, una parola, la poesia, una parola all’infinito… Quei messaggi in un luogo così chiuso che vorrebbero quasi essere trasportati con l’acqua e portati chissà dove.
Il luogo è sì uno spazio finisco, ma quando noi lavoriamo, ognuno di noi, lo scrittore, il poeta, l’artista in genere, quando entra nei luoghi già fa un’elaborazione mentale, un dialogo mentale con il luogo. Già il suo spirito sente i sussurri del tempo, il trascorrere delle ere, degli anni, crea già un linguaggio dentro di sé.

La prima cosa che ho voluto fare arrivato in Italia è stato di imparare nel modo più dignitoso l’italiano. Perché sentivo all’inizio la difficoltà di farmi capire… mi sentivo come un bambino, non riuscivo a rappresentare il mio mondo, era un angoscia, una cosa terribile… poter esprimere il proprio mondo, le proprie cose. Non basta il quadro, c’è anche la parola e la gente, il fatto di discutere con la gente allarga lo spazio mentale sicuramente. E’ c’è anche il contributo di chi lavora su di te, sul tuo linguaggio. Io credo che anche quello.. perché in fondo ognuno lavora con i suoi strumenti. Il mio inconscio che si espande e diventa tridimensione e chi lavora con la parola ne prende spunto, entra da quella finestra e poi naviga anche lui, reinterpreta, elabora, ricrea un altro linguaggio parallelo, che non è secondario all’opera, ma è altro, è parallelo, equivalente ed ha un’identità nuova. Mi permette di scoprire un altro lato. Ho avuto la fortuna che in genere mi hanno capito, ma anche a sorpresa

[Nelle opere pittoriche] molte forme che possono essere questi graffiti, per me sono vocii del tempo, dei luoghi, anzi sono un pullulare, una traccia. Sento questo segno che si muove che è palpitante e vivido è una presenza dell’essenza del luogo. Non è un’azione ben precisa ma sono dei percorsi degli uomini, che possono essere metafora, percorsi di vita, camminamenti, luoghi, suoni. E poi ci sono anche gli spazi silenti, la meraviglia del deserto: sembra che non ci sia la vita invece è palpitante.

Credo nel luogo nel senso più antropologico, io lo rappresento in questo senso, come massa, come un agglomerato, un gruppo, un gruppo di persone, delle folle. Fisicamente il segno mio non lo rappresenta, non rappresenta un uomo, una persona che va. All’inizio c’era, queste persone, delle carovane, adesso è diventato qualcos’altro, è diventato la traccia più vitale, quel qualcosa che…

[Padiglione dell’Egitto alla Biennale di Venezia del 1993] Era il lavoro di tre artisti, uno scultore, un architetto ed io: l’architetto ha dato il taglio del lavoro. La mia idea era quella di un percorso di ascesi. Questo percorso di ascesi… entrando in un luogo neutrale, come quello della Biennale, un parallelepipedo bianco, entrare e vedere un momento di buio, di spaesamento, una tabula rasa dal mondo esterno, annullare la luce esterna. Questa è uno spazio che ha fatto l’architetto, un labirinto di ferro arrugginito. E uscendo da questo labirinto si entra in un luogo più… si incontrava l’altro lavoro dello scultore, un po’ basato sull’idea di Sanfal in modo un po’ arcaico: queste forme giocose, danzanti. Alla fine veniva l’approdo, il luogo finale, il luogo dell’acqua: delle sculture, grandi parallelepipedi di pietra, l’idea delle fonti d’acqua. L’idea delle opere era di cambiamento, di ascesi, la luce di dentro che si espande sul mondo esterno, quella pace, l’amore del mondo e delle cose che esce verso l’esterno. Un bagliore, l’idea di creare una luce che si espande dall’intimo all’infinito. Sembra che la cosa abbia toccato il segno. Venivano molte persone che dicevano “lei ci ha fatto rivivere dei momenti”, questa pietra che sembra portare il segno dell’Assiria o dei Paesi Sumeri, dell’Egitto: ha portato della luce.
L’idea dell’installazione non c’era mai stata nel nostro padiglione, c’erano state grandi presenze, ma l’idea di creare un ambiente non c’era mai stata. Quando in Egitto ci hanno scelto hanno voluto questa idea, che è un lavoro di dialogo con l’ambiente, il dialogo tra cultura e arte.
[Creare un ambiente in un altro ambiente neutrale] in quel caso lì sì, un parallelepipedo neutrale, uno spazio espositivo.

Invece a Como era una chiesa, una cosa splendida per me un luogo sacro, un luogo che dialoga con l’infinito. L’idea della Via della Seta è una metafora di tutta la vita, tutta l’esistenza dell’uomo, la seta, l’oriente, il portarla da 600 anni a Como, in Occidente. L’idea, che ha detto bene Elena Pontiggia, del viaggio dall’Est all’Ovest, dalla fonte del sole al tramonto. E’ un metafora esistenziale che si rappresenta nel cuore di una chiesa, nel luogo del sacro. Il mio sogno è sempre di lavorare sull’opera nella sua totalità, la comunicazione calda, della quale si vergognano molti artisti, sempre dai tempi del minimalismo e del concettuale. L’opera è sempre un lavoro concettuale, io rappresento un qualcosa ma per dire qualcos’altro. Facendo un percorso si crea qualcosa di profondo, una sensazione calda tra me e chi guarda. E’ come se il mio inconscio prendesse forma in tre dimensioni.

[Biennale del Cairo del 1997-98] Io sono sceso per fare una grossa installazione. Ho portato un opera di 6 metri per 3 metri, però mi sono trovato… Per molta generosità mi hanno dato il muro d’entrata del Museo Egiziano dell’Arte Moderna, proprio la facciata del museo, l’entrata. Ma lì era difficile collocare… C’erano delle discussioni tra me Giò Pomodoro: io ho messo quest’opera, l’ho attaccata e lui diceva “Medhat lasciala così, che va benissimo!”. Aveva ragione, se mi hanno dato un muro grandissimo per mettere un’opera… mi hanno anche dato la possibilità di mettere tutte queste installazioni davanti e in tutto il centro del museo potevo fare quello che volevo… ma non centrava niente, non era un ambiente, un salone… ed io ho fatto riempire queste palle di iuta, ma poi alla fine le ho fatte mettere nel magazzino, va bene questa opera e basta. Io penso che sia per onestà intellettuale, non è che uno deve scendere con un progetto e poi fa… comunque mi è anche andata bene, mi hanno premiato…

[La ricerca di un luogo intimo] io amo quei luoghi, da piccolo andavo nelle chiese, io sono copto, e amo quei luoghi, la penombra, il silenzio, la traccio de sacro. Ma anche la gioia di vivere, di sentire che la vita è un dono, bisogna godersela, viverla intensamente.
Io penso che l’arte deve riconquistare la dimensione profetica, la dimensione “altra”, la dimensione emozionale per comunicare qualcosa, per dare qualcosa. E’ ovvio che io lavoro con la forma, che ricerco con la forma, però questa fuga in avanti verso la meccanizzazione, crea dall’altra parte un vuoto, un buco nero nello spirito dell’uomo contemporaneo. Se non viene colmato questo con quelcosa che lo accompagna nella vita, nell’esistenza, cos’altro rimane? L’arte deve essere una compagna di vita, di viaggio. Ma anche la gioia di giocare come un bambino… e anche quando sono con la mia famiglia cerco dei residui, dei ciottoli chissà da dove vengono, dalla risacca, chissà da dove vengono… da quale mare. Queste sono materie che raccontano. Non è il colore che uno prende da un barattolo, sintetica. Questi sono i valori cromatici, materici: la materia che ha la sua storia, la sua vita, la sua esistenza. Quando il verbo è presente mostra migliaia di significati, di significanti che portano ad altri significanti. Quando metto un oggetto consumato dal tempo, ha vissuto, ha una sua esistenza… questo oggetto messo lì porta con sé molti vocaboli, un alone di vocaboli, di significati, di magia che è altro. Ovviamente perde la sua funzione, non è più quell’oggetto, è un vocabolo dentro la composizione poetica, oppure la nota dentro la composizione musicale.

[Le stamperie] la spontaneità… La prima volta che sono andato da Upiglio… avevo fatto incisione in Accademia, ma non era… Sono andato lì “dammi le lastre…vediamo…”. Ho preso le lastre, garza, mi sono messo a lavorare, stucchi, di tutto. Io voglio lavorare così, vedremo… Mi sono messo lì e di primo getto il risultato sembra… hanno un loro percorso, come la pittura. Ho lavorato quasi in modo alchemico, come quello che amo quando lavoro con gli impasti sulla tela. Anche lì nello stesso modo, pensavo come poteva essere come poteva essere il risultato, ma non mi interessava molto. Dicevo, prima o poi uscirà qualcosa, queste forme, questi graffiti porteranno ad un negativo…
Ho trovato la gioia a lavorare. Quando ero da Upiglio a lavorare sembrava di essere ritornati nelle botteghe di una volta. Quel sotterraneo in Via Olmetto, è un ambiente… siamo a Milano, nel centro storico, ma sembrava quasi… sentivo il tepore dei tempi, bello.

Questa carta l’ho bagnata tutta e ho messo le mie sculture in pietra arenaria e buttarle sopra per fare il calco. Queste vorrei portarle per il progetto di palazzo Arroni a Spoleto. In questi muri… intervenire, lavorare con i muri e questa corta, vede questa carta che fa da supporto , quasi fosse uno strappo di questo luogo.

Vicino a Francoforte espongo in due spazi. Uno è una ex-chiesa… onestamente quando sono entrato ho detto “no, qui metterò solo quadri”. Poi però pensando, ho visto il presbiterio… E’ una chiesa anglicana, quindi un luogo un po’… asettico. Nel presbiterio qualcosa di luce, qualcosa che porti il bagliore, qualcosa che dia magia a questo luogo. Ecco, nella galleria, che è lì nella città, sembra una vecchia stalla, di campagna, c’è la pietra che si vede, i grandi travoni che sorreggono in verticale e anche in orizzontale. Questi travoni mi hanno dato una sensazione forte. Dove ci sono questi travoni, 8 di legno molto grossi, sembrano i travoni dei torchi di una volta, hanno un aspetto mastodontico. Io lì prenderò i fili quasi invisibili e appenderò queste balle, sono leggerissime, peseranno 4 o 5 chili, ma danno l’idea della massa, del volume… le dovrei attaccare dall’altro in tutto il centro della gallerie e lontane da terra proprio di 2 o 3 millimetri. Sembrano posati, ma si muovono. Il peso della leggerezza, legato all’idea del colore, del tessuto, della seta.

Io sento molto i luoghi, le presenze della collettività.

A me piacerebbe esporre al Cairo in un luogo “vero”, un luogo sacro, un luogo della storia. Ma anche nel deserto. Fare delle cose e fotografarle nel Sinai. C’è una positività, un luogo sacro. Anche malgrado abbia avuto delle traversie storiche, io sento il rispetto, non merita di essere così un luogo massacrato… Io ho un grande rispetto dei luoghi in genere. I luoghi sacri… sono quelle finestre che ognuno di noi ha per abbracciare l’infinito, per dialogare con il sacro che dentro di noi che è l’essenza, il valore altro… Per questo ho cercato di imparare l’italiano abbastanza bene, perché è il rispetto del luogo dove vai, se entri in un luogo devi… devi entrare in dialogo con quel luogo, devi imparare le sue regole, devi rispettare le sue regole. Il dialogo è la base di tutte le cose.

[L’ambiguità, l’ipocrisia] Noi viviamo in un epoca che ci sta portando ad una velocità… sembra che l’uomo si stia estraniando da se stesso. Penso che sia il contributo di un artista che viene da una civiltà “altra”, da un mondo “altro”, la provenienza dal Medio Oriente nel mio caso. Penso che un luogo così, una grande civiltà. Se non portiamo il valore dell’uomo al centro delle cose, se non portiamo il valore profetico dell’arte, la magia, l’arte può essere la parola scritta, la musica, ma se non mettiamo l’uomo al centro la situazione ci sfugge, entriamo nel buco nero dello spazio, del cosmo. L’uomo e il fuoco, l’uomo e la natura, la natura che è più forte, che aggredisce… malgrado la grande modernità, il buco nero, il vuoto… si perde il significato delle cose, si perde il significato del silenzio, il vuoto, della parola sussurrata. Se l’arte non conquista questa dimensione riflessiva, meditativa. In questa apparente fuga dalla realtà c’è la massima potenza modificatrice. Lo sguardo critico della realtà… è inutile che per seguire la modernità si usino i linguaggi della modernità… usare l’alluminio, o materie per apparire moderno, ma non per il valore semantico, ma proprio come linguaggio per apparire moderno. Noi artisti si tende ad essere gli “altri”, quelli che guardano fuori dalla finestra le cose e vedono il mondo che scorre. E amano questo scorrere del mondo e vivono nell’utopia di come cambiare il mondo.
C’è anche un lato negativo, se uno si chiude troppo entra nella fobia dello spazio chiuso.

Mettere al centro l’umanità, non l’uomo singolo. Rappresenta l’antropologia.

La poetica di un artista, la poetica interessa di più, qual è il tuo mondo. E’ ovvio che il mondo di un artista fluisce dal suo passato, l’abbraccia, ma poi diventa figlio del mondo.

La Biennale è la cosa più eclatante del mio lavoro.