Articolo. 1965 Milano – Khyber Pass

Inserito da iopensa il Lun, 2003-12-01 12:00

Versione originale di 1965 da Milano a Kabul in “Gulliver”, n. 12, 2003 dicembre-gennaio, pp. 136-152.

Sabato 30 luglio 1965 ore 11:30. Partenza dopo laboriosa sistemazione del bagaglio. L’assetto della macchina è preoccupante: il retrotreno è evidentemente sovraccaricato.

Era il 1965 quando quattro studenti universitari partirono in automobile: destinazione Pakistan. Erano gli anni della Turchia laica e della rivoluzione bianca in Iran (con il voto alle donne e la modernizzazione del paese); erano gli anni tranquilli dell’Afghanistan e dello sviluppo industriale del Pakistan. Erano gli anni del successo dei Beatles e delle nuove indipendenze in Africa; dei capelli cotonati e di Gigliola Cinquetti che non aveva ancora l’età.
Si erano preparati acquistando per cinquantamila lire un’automobile di seconda mano – una Ford Custom Line del 1955 – grande come un transatlantico da strada, con 4.000 centimetri cubici di cilindrata e cambio automatico. Una di quelle vetture che vanno bene come macchine di rappresentanza per distinti diplomatici (quando l’auto è nuova) o per gruppi di zingari allegri (quando l’auto è meno nuova ed ha un possente bagaglio). Probabilmente a questi ultimi dovevano somigliare, quando varcarono il confine dell’Italia, scivolando a sud fino ad Istanbul, attraverso la Jugoslavia e la Grecia. I soldi del viaggio erano contati e sepolti tra i sedili posteriori dell’automobile, accessibili solo tramite un ingegnoso sistema di carrucole, debitore della pesca sportiva. La Ford era riempita e ricoperta di pezzi di ricambio, taniche per l’acqua e la benzina, attrezzi da lavoro, un set da campeggio, un frigorifero portatile, un kit completo e abbondante di medicinali, passaporti densi di visti, molte corde e fil di ferro.

Tutto era nato su una mappa. La Kümmerly & Frey di Berna pubblicava una carta stradale del Vicino Oriente e lo sguardo dei partecipanti focalizzò l’obiettivo: la città del Pakistan Peshawar, sull’ultima piega a destra della cartina. Non esistevano ancora guide turistiche per un’impresa simile ed il viaggio poté contare solo su quella stessa cartina, un’automobile, un aspirante medico (Piermaria), un aspirante architetto (Attilio) e due futuri ingegneri (Gianpiero e Carlo Maria). Tutti di fretta, perché a settembre c’erano gli esami.


Più di trentacinque anni dopo inseguo il grande viaggio di mio padre, Carlo Maria. Ho venticinque anni (esattamente quanti ne aveva lui nel 1965), sogno sulle carte geografiche e punto a Est. “Babbo, vado a Teheran in macchina” – annuncio. “Ah, bene” – mi risponde – “ci deve ancora essere la cartina stradale della Kümmerly & Frey di Berna di sopra”.

Le strade dell’ex-Jugpslavia – devastate dalle guerre – attraversano cinque nazioni, senza contare Montenegro e Kosovo; in Turchia sta crescendo l’islàm ed i curdi combattono per l’indipendenza; in Iran è obbligatorio il velo per le donne da quando nel 1979 avvenne la rivoluzione di Khomeini; in Afghanistan ed in Pakistan dominano i regimi islamici. Negli anni di Internet e della telefonia cellulare, dei DVD e della musica piratata, del métissage e della globalizzazione, la città di Peshawar è diventata lontanissima.

Parto con mio cugino, corrispondente a Teheran per quotidiani e riviste svizzere e francesi. Deve riportare in Iran il suo furgoncino e lo accompagno come inesperta co-pilota, attraverso la Grecia e la Turchia. E’ quasi inverno, bisogna fare in fretta: potremmo rimanere incastrati sulle montagne, a spalare neve.

Domenica 31 luglio 1965. Rapide formalità jugoslave e poi…altre due ore perché le dieci persone greche possano tutte vedere i timbri e controllare non la macchina ma le cartacce! La strada diviene stretta e a curve. Il frigorifero non funziona.

In novembre le navi per la Grecia sono crociere per camionisti e albanesi che tornano a casa. Il ristorante scaraventa ininterrottamente mussaka nei piatti dei viaggiatori, sfamandoli con montone, pomodori, melanzane, uova, cipolle e aglio, il tutto a forma di lasagne. Arrivati a destinazione, troviamo l’autunno, che colora di giallo e rosso ripide strade montuose, più vicine all’Albania che al turismo e alle spiagge greche. Mi metto alla guida e tra curve e tornanti sorpasso venticinque camion in un’ora e mezza. Tra vampate di adrenalina, mi faccio aiutare dai camionisti che mi precedono; aspetto il loro segnale e mi scaravento verso la salita con il piede affondato nell’acceleratore ed un grugno determinato sul viso. Il nostro è un itinerario commerciale: Turchia, Iran, Afghanistan e Pakistan si raggiungono così, con una nave dall’Italia ed una strada lunga e stretta.

Lunedì 1 agosto 1965. Visita notturna a Istanbul. Caos indescrivibile di macchine: tutti suonano, strombazzano. La nostra Ford si perde in un mare di taxi americani di tutti i generi che fanno godere alla ricerca del pezzo raro. Bancarelle di frutta in letti di felci. Carrettini con liquidi colorati in brocche di vetro. Non si riesce a fare a meno di diffidare un po’ di tutti. Visi levantini con baffi e lunghi nasi e un fervore di vita anche a mezzanotte.

Devo assolutamente guidare io a Istanbul. Dall’alto del furgone, sventolo il braccio fuori dal finestrino per fermare le auto e infilarmi nel traffico. Dribblo a destra e sinistra, mi impossesso del clacson. Dalla mia altezza ho l’impressione di dominare il caos della porta d’Oriente, il privilegio di vivere anche solo per un attimo la quotidianità di una città che mescola indistintamente il nuovissimo con il vecchissimo, le discoteche alla moda con i bazar, le auto di lusso con i rottami, l’eleganza ed i sapori orientali con la contemporaneità. Istanbul ci regala la suprema delizia del freschissimo baklava, il più raffinato e sbrodoloso dolce di miele e pistacchi pressati.

Martedì 2 agosto 1965, notte. Un po’ di crisi per il modo di guidare dei camionisti turchi che pasticciano molto con l’interruttore dei fari e si dilettano a far dei camion una luminaria multicolore. Giovedì 4 agosto. Attraversiamo un tratto di deserto e la sabbia, fine e impalpabile, penetra ovunque. I chilometri si fanno sempre più lunghi e la strada continua a peggiorare. L’asfalto è un ricordo, ma la gente è simpatica. Ci accompagna il ronzio del frigorifero.

Al volante camionisti e automobilisti spalancano gli occhi increduli e le donne velate ridono e mi salutano con la mano: trovano buffa una ragazza che guida un furgone, mentre un uomo le siede accanto. Piove. I camion non rinunciano mai agli abbaglianti e l’asfalto è fangoso, un miscuglio scivoloso di acqua e avanzi di pneumatici. Il nostro itinerario segue una linea quasi retta, che taglia la Turchia longitudinalmente, procedendo lentamente tra le colline, su e giù. Mio padre nel 1965 ad Ankara curvò a destra e poi a sinistra, per toccare l’incanto della Cappadocia ed accarezzare la costa del Mar Nero. I nostri percorsi si ricongiungono a Erzorum, verso l’altipiano e l’Iran.

Mercoledì 3 agosto 1965. Fin dall’ingresso in Turchia, mi ha colpito lo stato di militarizzazione. Molti campi, caserme, colonne sulle strade. Il servizio di vigilanza anche urbana è svolto da soldati. E tutti mezzi americani in dotazione. Soldati allegri, un po’ bambini come tutti i soldati del mondo, salutano festosi al nostro passaggio. Il busto o la foto di Ataturk è esposta ovunque: si comprende come sia veramente il padre dei turchi. C’è uno spirito di modernizzazione ovunque notevolissimo. Case, trattori, automezzi. La gente è certo cambiata. E’ molto europea anche se nel viso e nel modo levantina. E’ una sensazione sottile, ma sembra aver acquistato nuova fierezza, viene spontaneo notarlo. Questa mitizzazione di Ataturk aiuta ancor oggi nella spinta in avanti. Di contro, nelle campagne e nei bassi delle città, si vedono uomini che sembrano paria e donne che sfuggono lo sguardo dello straniero.

Mio cugino ha nel furgone un’immagine del profeta Ali: un’icona iraniana, con rosari pendenti e suntuosi decori in plastica. “Non sarebbe il caso di nasconderla nel cruscotto?” – gli chiedo a un tratto dopo aver osservato le reazioni di benzinai stupiti e di lavavetri insospettiti. “No” – mi risponde – “non c’è nessun problema; è solo che gli sciiti, i seguaci di Ali, in Turchia sono perseguitati”. Sconcertata, rinuncio alla discussione e accetto il nostro pericoloso e cartaceo coinquilino. Oggi la Turchia mostra la riscoperta delle tradizioni e soprattutto dell’islàm sunnita. Ataturk tenne le redini del paese dal 1919 al 1938 e lo trasformò, dandogli l’indipendenza, la laicità ed un nuovo alfabeto; ma anche togliendo il velo alle donne ed il fez (il cappellino rosso ottomano) agli uomini. Il cambiamento era verso il progresso e la modernità; mentre oggi – il nuovo cambiamento – sembra essere verso la riscoperta della propria identità.

Lunedì 8 agosto 1965. Giungiamo alla frontiera. Formalità solite (carte e moduli a non finire): sono gentili e caotici. Al di là del confine iraniano il mondo cambia: pianure riarse e basse catene che cingono le valli con ripidi calanchi e rocce scoscese. Donne coperte di veli. Case di terra. Corriamo veloci su una strada molto buona ora, asfaltata, alla volta di Tabriz. Vediamo due soldati parlare con un motociclista e proseguiamo tranquilli. A pochi metri uno di loro fa un cenno con la mano e poi ALT!!! Vedo a destra il soldato imbracciare il moschetto, poggiando a terra il ginocchio. A sinistra, davanti a noi, un contadino che camminava tranquillo si butta di colpo nel fosse. “Frena! Frena!” – urla Piermaria. Meno male, ci è andata bene. Controllo (il primo!). Cambia il regime.

Sei ore alla frontiera con l’Iran. Indosso sulla testa il velo obbligatorio e resto immobile, castigata nella mia preoccupazione. Il furgone è intestato alla moglie di mio cugino: un errore imperdonabile per la burocrazia iraniana. “No problem” – ci dice il doganiere – “lasciate qui il mezzo e poi tornate tra una settimana con i documenti necessari!”. Impensabile, bisogna trovare una soluzione. Telefoniamo all’ambasciata iraniana di Berna, telefoniamo al Touring Club, telefoniamo ad amici, parenti, vicini di casa. Finalmente chiamiamo la persona giusta: l’ambasciatore svizzero a Teheran invia il fax più denso di timbri che abbia mai visto. Forse la burocrazia si combatte con la super burocrazia e sventolando il nostro documento ufficiale vinciamo le resistenza doganali, circondati da un vivace gruppo di passanti che ormai fa il tifo per noi.

Giovedì 11 agosto 1965. Un automobile si avvicina. Sentiamo un cordiale “buongiorno”. Un iraniano simpatico ci fa festa. Scende la moglie, veneta! Ci invitano nella loro casa di Babal a pochi chilometri dal Mar Caspio. A costo di ritardare la marcia, accettiamo volentieri. La casa è patriarcale, grande, con un delizioso giardino interno con pozzo e vasca. Lui si è laureato in legge in Inghilterra ed è contro lo Scià. Figlio di un proprietario terriero, ha rotto con il comodo tran tran ed è passato a sinistra. Fino a quando resisterà? Il frigorifero ha ricominciato a non funzionare.

Teheran ha un traffico spaventoso, migliaia di Paykan (le automobili nazionali di tutte le forme e colori) spingono, fremono e strombazzano per le vie della città. I grandi affreschi sugli edifici ritraggono i martiri della guerra contro l’Iraq ed i cambiamenti politici che hanno scosso il paese. Con il mio velo in testa visito la Biennale d’arte contemporanea, intervisto il direttore, chiacchiero con artisti che il governo non sostiene e compro il mio primo quadro, che con disinvoltura esporto sottobraccio alla frontiera dell’aeroporto. Mi aspetta un lungo volo: da Teheran a Milano, da Milano a Parigi e da Parigi a Johannesburg in Sudafrica per un convegno. Migliaia di chilometri in poche ore, mentre il viaggio di mio padre prosegue in automobile.

Domenica 14 agosto 1965. Alla frontiera pratiche a non finire. Il primo incontro con l’Afghanistan è quasi scioccante. Oltre al deserto… la gente. Veste di stracci ancora più stracci. Tuniche e giacche di aspetto quasi militare. Visi di varie razze tra fez, turbanti e papaline. Le donne scompaiono sotto veli che coprono anche la faccia. Una reticella segna il posto di occhi e naso. Pare l’elmo di antichi guerrieri. Gruppi di nomadi e molti greggi di montoni e cammelli popolano il paesaggio. I villaggi dei contadini sono cinti da grosse mura e arricchiti da bazar pieni di piccole cose: manca forse l’essenziale. La pompa dell’auto perde e non si trovano i ricambi. Non si riescono a cambiare i soldi. Siamo ai confini del mondo: a 9.000 km da casa, digiuni, poveri, con la macchina rotta. Cosa si vuole di più da un viaggio di piacere? Speriamo di tornare a casa.

In poche ore l’umore di quattro studenti italiani dispersi nell’Asia centrale risorge con la collaborazione della Little Italy di Kabul. Tutti si danno da fare per aiutare, ospitare e consigliare. L’ambasciatore italiano – cognato di Moravia – li invita a pranzo e gli addetti consolari sorseggiano whisky con loro; giocano a ping-pong con un architetto di Torino e Padre Angelo, sacerdote cattolico tuttofare, li guida in escursioni afgane. “Ci hanno fatto una gran festa” – racconta oggi mio padre – “di italiani che arrivavano fino a Kabul in auto ce n’erano proprio pochi. Oggi invece tutto il mondo conosce l’Afghanistan, ma attraverso la televisione e la guerra. E’ così diverso: noi abbiamo potuto ammirare la sua bellezza”.

Venerdì 19 agosto 1965. Su e giù per la catena in un aprirsi di visioni grandiose fino alla sorpresa finale dei laghi di Bandie Amir. Un gran canyon ed in fondo i laghi: grandi bacini i cui bordi sono carbonati depositati. Colori e colori. Azzurri e verdi e viola nell’acqua. E i rossi e gialli delle rocce che sovrastano. E il sole, e il cielo. Bamiyan, antico centro buddista, lascia il visitatore stupito e interdetto. A migliaia le celle dei monaci scavate nel tufo, aprono la loro porta verso una grande valle verde e verso i monti con la neve in fondo. E i grandi buddha scavati nella roccia… passi la retorica, è tutto troppo bello.

A Kabul arrivano anche le notizie. L’ingresso in Pakistan è impensabile, ci vogliono tre giorni per ottenere il visto di rientro in Afghanistan: manca il tempo. La frontiera con l’Iraq è chiusa, un’epidemia di colera blocca il passaggio per il ritorno. Dovranno percorrere la stessa strada in quindici giorni, rinunciando a visitare Baghdad e la Siria.

Ancora oggi mio padre racconta con emozione il suo viaggio verso il Pakistan, che ha visto da lontano al confine del Khyber Pass. Un viaggio non finito, un po’ come tutti i viaggi; un’impresa possibile, forse perché si sapeva poco ed era difficile essere veramente coscienti delle difficoltà. “Preparalo bene il tuo viaggio fino a Teheran” – insiste mio padre prima della mia partenza – “se vuoi ti posso dare il mio diario, le fotografie di Piermaria e il film in Super 8: la pellicola non si è rovinata, è rimasta bellissima”.

Sabato 20 agosto 1965. Abbiamo ripreso la via dell’Occidente. Un sottile senso di malinconia riempie l’anima. Nostalgia e desiderio. Già si pensa a nuovi viaggi.