Articolo. Dak’Art 5 Maggio – 5 Giugno 2000

Inserito da iopensa il Sab, 2000-07-01 12:00

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Dak’Art 5 Maggio – 5 Giugno 2000 by Iolanda Pensa is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported License.

Versione originale di Dak’Art 2000 in “Flash Art”, anno XXXIII, n. 223, estate 2000, pp. 46-47.

La quinta Biennale di Dakar sa di vernice fresca. La professionalità si misura in pulizia e installazioni. Le esposizioni fuori programma sono fitte e convulse, una corsa a mostrarsi nella settimana internazionale dell’Africa Occidentale. Le opere, selezionate in base alla qualità – come ama ripetere il presidente della giuria David Elliott (direttore del Moderna Museet di Stoccolma) – profumano un po’ meno d’esotico e un po’ più di contemporaneità: il comitato internazionale della giuria ha fatto un passo avanti e così anche la biennale.

Meno artisti, ma molti giovani e donne, provenienti da tutta l’Africa, con opere di ogni genere, recenti e importanti, per suscitare maggior impatto. Fotografie, installazioni, sculture, quattro video e poca pittura. La Biennale si riserva comunque l’indiscutibile diritto di rimuovere le opere che possano turbare la morale. Questa sorte è capitata alla fine della prima settimana ad alcune fotografie di Essien Mfon che ritraevano il corpo nudo di una donna con un seno mutilato.

Tra gli autori dei video troviamo i sudafricani Tracy Rose, con convulse immagini di un nudo, e Andries Botha, che ha collocato alla parete sette pannelli di grandi dimensioni con inquietanti carte geografiche costruite a mano. Il risultato è un meticoloso lavoro di scrittura su pelli quasi trasparenti che, da lontano, danno l’effetto di un lavoro realizzato al computer. Di fronte ai pannelli ha posto dei televisori in cui saltavano agli occhi le immagini nitide dell’uccisione di un maiale e le dettagliate riprese di un corpo maschile, vecchio e nudo. A Dakar, paese in maggioranza musulmano, un lavoro di questo genere suscita forti reazioni, confermate dalla collocazione appartata di questi filmati e di quello di Tracy Rose.

Il video di Mounir Fatmi rompe il silenzio sul problema degli artisti selezionati in base alla nazionalità. L’artista domanda a dei passanti parigini: chi sono gli “altri”? Arruffate le risposte, in cui emerge il desiderio del giovane marocchino di confondere le idee sul tema della provenienza. A circondare il video i tesserini di plastica. Mounir Fatmi viaggia portandoli con sé e chiedendo alle persone che incontra nel mondo di scrivere sopra il loro nome, che poi lui traslittera in caratteri arabi. L’eventuale “Mario Rossi” si confonde così in mezzo ai nomi di ogni altra provenienza, tutti appiattiti nella stessa scrittura, per noi quasi indecifrabile, e valorizzati nella loro individualità: a ciascuno un tesserino, uguale e diverso. Mounir Fatmi è il risultato dei suoi spostamenti: il suo ironizzare con grandi valige a dodici manici sulla difficoltà dei viaggi mostra una caratteristica comune di molti artisti africani, spesso criticati per non vivere nel loro paese d’origine.

Vince il premio Senghor la svizzera tunisina Fatma M’seddi Charfi, con virtuose installazioni in cui il lavoro certosino di creazione e catalogazione di piccoli esseri misteriosi, diventa ordinato e pulito gioco di bianco e nero. Premio rivelazione per la sudafricana Bernadette Searle che ha appeso al soffitto grandi pannelli verticali, disposti a quadrato, dove si è fotografata nuda, ricoperta di una polvere rossastra e a tracciare un impronta dalla quale il suo corpo è sparito; per terra, in forma di quadrato, la spezia che la ricopriva, ad accompagnare con il profumo le immagini. Il senegalese Manady Seydi traduce i proverbi dell’etnia wolof con uomini in bilico e vince un altro premio. Abbarbicate su scalette, le sue sculture semplici e solide simulano i rapporti umani difficili e fragili, così evidenti nei detti tradizionali. Premi per le sculture di Jems Robert Koko Bi della Costa d’Avorio e per gli autoritratti di Samuel Fosso della Repubblica Centrafricana che ha dovuto competere con le fotografie di Zwelethu Mthethwa, di Angèle Etoundi Essamba e di Essien Mfon. Ricevono premi per il design Valérie Oka della Costa d’Avorio, il malgascio Zoarinivo Razakaratrimo e il senegalese Bouna Sall Ndiaye. Secondo il regolamento le opere premiate diventano proprietà della Biennale, questo spiega l’onorificenza senza premio per il nigeriano Ola dele Kuku, che non ha voluto lasciare a Dakar scrivania e cassettiere. Meritevole di nota infatti la sua presenza alla Biennale, con mobili elaborati, tanto più maestosi tra le piccole sedie degli altri designer.

Sono stati scelti a rappresentare l’arte di diverse parti dell’Africa e del mondo: per l’Africa del Nord Mohammed Ounouh, per l’Africa australe Kay Hassan, per l’Africa centrale Bili Bidjocka, per l’Africa occidentale e l’Oceano Indiano Christine Chetty’s, per l’Africa occidentale Kofi Setordji e ovunque dal mondo, Ana Maria Pacheco e Marc Latamie.

Marc Latamie ha allacciato due isole attraverso l’Oceano Atlantico e la storia: la Martinicca, da dove proviene, e Gorée, una piccola isola di fronte a Dakar dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO e diventata simbolo della tratta degli schiavi. Proprio nella “Casa degli Schiavi” di Gorée ha collocato le sue opere fatte con lo zucchero importato espressamente da lui, dall’unica piantagione della Martinicca. Un viaggio inverso: prima quello senza ritorno dei neri da vendere come schiavi nelle Americhe e nei Caraibi per coltivare le piantagioni di zucchero, e poi quello più turistico dello zucchero che scimmiotta la nuova economia della Martinicca. La religione cattolica dà un’altra nota di bianco alla composizione: in cima ai cumuli di zucchero, una Madonna in gabbia e un’altra a troneggiare in mezzo ad un esercito di soldatini di plastica. La colonizzazione ha lasciato, spostato, imposto e convertito.

La Galleria Nazionale è la sede delle esposizioni individuali, luogo di partenza e unico punto certo dell’itinerario di Bili Bidjocka, autore appunto di un itinerario cartaceo che può diventare reale, se si prende come guida un tassista paziente. Proprio come la linea spezzata del lavoro dell’artista camerunese, il percorso della Biennale si snoda tra singhiozzi e frammentazioni, colpa della mancanza di un’unica sede e merito della vivacità delle esposizioni fuori programma, disseminate in tutta la città.

Molte le collettive di artisti senegalesi decoratori di case per liberi professionisti di Dakar, qualche lavoro originale di artisti presenti alle passate edizioni della Biennale e un paio di esposizioni più coraggiose.

Vicino ad una delle vie principali di Dakar, si scopre l’esposizione nella “boutique d’alimentation”. Tutta la città è ritmata da queste boutique, dove si comprano due sigarette, una porzione di latte in polvere e il commerciante si arrampica per afferrare del Nescafé. Il negozio sembra una vetrina verticale con le scatole ordinate fino al soffitto, con il bancone a pochi centimetri dalla porta d’ingresso. Alimentation d’art è la rivalsa della zuppa Campbell sull’arte. La zuppa finalmente fa la zuppa e gli artisti si intromettono confondendosi nel ordinato disordine dell’Africa. La situazione è sconcertante e divertente: i prodotti di questo piccolo bazar africano non ricordano né i colori, né le luci, né la ricchezza che si trova nei grandi supermercati occidentali e le opere degli artisti capeggiati da Peter Wollenweber si inseriscono con poesia e lirismo tra gli scaffali.

L’esposizione più interessante è il risultato del programma di Man-Keneen-Ki, un’associazione di artisti che lavorano con i bambini di strada, incoraggiandoli all’arte per dare loro un lavoro e un mezzo per comunicare. In un ambiente completamente nero ci si avventura con una torcia, senza sapere cosa aspettarsi, inciampando e provando uno spiacevole disagio. Si osservano le fotografie di Sada Tangara di diciassette anni e le opere pittoriche del quindicenne Babacar Sy; l’ambiente comincia ad essere più familiare, ci si abitua al buio e si scopre nelle poesie del diciottenne Khalifa e nelle interviste a due bambini di dieci e undici anni la normalità di un mondo disarmante. Seduti con una torcia in mano si entra nella vita di chi vive nelle strade sporche, chi viene picchiato da bambini più grandi, da grandi che non li vogliono intorno. Con una torcia si fa luce su quello che non si guarda, che non si capiva e che ora diventa più chiaro, proprio come gli occhi che si sono abituati ad una stanza dove non vogliamo stare. Saliti al piano superiore in un video i bambini ci augurano la buonanotte, fissandoci con gli occhi tranquilli e in bocca un pezzo di stoffa imbevuto nel solvente, la droga dei poveri. Usciti dalla sede della mostra, l’esposizione diventa opera incompiuta, I Bambini della Notte continuano a guardarci, vivono in via Ponty, in centro a Dakar.