Jean-Hubert Martin, Milano 2004

Inserito da iopensa il Gio, 2004-03-18 07:33
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Intervista a Jean-Hubert Martin, curatore dell’esposizione Magiciens de la Terre di Parigi del 1989, della Biennale di Lione del 2000, diretttore artistico del PAC e del Museo del Presente di Milano e del Museo d’Arte di Düsseldorf. A Düsseldorf aprirà a luglio l’esposizione Africa Remix. Milano, 17 marzo 2004.

Nella foto una delle sculture di Takashi Murakami esposte da Jean Hubert Martin alla Biennale di Lione del 2000 Partage d’exotismes.


Interesse per l’arte contemporanea africana

Il mio interesse per l’arte contemporanea africana è legato alla curiosità. Il mio punto di vista è quello occidentale.
La prima esperienza di ricerca che ha avuto è stata in Russia. In Russia aveva incontrato l’ambiente degli artisti ed era rimasto affascinato da Ilya Kabakov. Al tempo lavorava a Berna e aveva insistito perché non si facesse una collettiva di artisti russi, ma una personale di Kabakov. Non avrebbe mai immaginato il successo rapidissimo che avrebbe poi ottenuto. In quell’occasione si accorse dell’interesse di fare ricerca. “Ebbi la sensazione che stavo veramente facendo il lavoro del curatore”. “Poche persone osano affermare un gusto personale”.

“Avevo già molto viaggiato in Africa, ma prima di Magiciens de la Terre avevo visto poco. Avevo avuto la sensazione che ci fosse però qualcosa da andare a vedere”. Per fare le ricerche hanno contattato tantissime persone e istituzioni. “Siamo andati a vedere”.

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Nella foto un dettaglio dell’installazione Kitchen di Liza Lou selezionata da Jean-Hubert Martin per la Biennale di Lione del 2000. Kitchen è una riproduzione in scala 1:1 di una cucina, realizzata con delle perline colorate.


Magiciens de la Terre

Magiciens de la Terre non voleva assolutamente essere un’esposizione rappresentativa, non ha mai voluto rappresentare l’arte dei diversi continenti.

Non ho MAI esposto artigianato, non ho MAI parlato di artigianato. Io ho sempre parlato di arte contemporanea, anzi sono stato proprio accusato di parlare di arte contemporanea ponendo tutte le opere in mostra alla pari di qualsiasi altra produzione artistica.

“Rifarei l’esposizione esattamente come l’ho fatta. Era un’esposizione che aveva completamente senso in quel periodo. Certo, oggi le cose sono cambiate, si sa molto di più, ci sono nuove generazioni di artisti.”

“Mi sono sbagliato per esempio sul Sudafrica. Ho sottovalutato il Sudafrica. Erano anche tempi un po’ difficili con l’apartheid. Conoscevo solo le incisioni prodotte nelle township.”

Abbiamo cercato anche di documentare tutti i testi esistenti sull’arte africana. Ma i testi erano pochissimi. Ricordo che nella biblioteca occupavano due ripiani.

In Magiciens de la Terre non furono esposte le opere degli artisti africani già conosciuti, come quelli della scuola di Dakar o di Abidjan. Jean Hubert Martin non aveva trovato in quelle opere un interesse ed era cosciente che non avrebbero suscitato nessun interesse. “Ho scelto cose che potevano ottenere interesse. Non volevo che dicessero che erano sottoprodotti”.

All’epoca non c’era nessuna apertura. Negli anni Sessanta Sessantotto si era andati verso l’Europa dell’Est, ma poi negli anni Settanta l’interesse si era già concluso e il sistema si era di nuovo chiuso. Oggi c’è la stessa chiusura quando si parla di religione.

La selezione di Magiciens de la Terre è stata fatta da un comitato. I ricercatori portavano il materiale da visionare, altre persone inviavano informazioni, si discuteva e tutti insieme si prendeva una decisione. Mi ero riservato la possibilità di decidere anche contro la maggioranza, una clausola che ho usato comunque molto poco.

Una delle critiche che mi sento spesso muovere è “l’idea era buona, ma servivano altre opere”. Sì, ma se avessi usato altre opere non ci sarebbe stata Magiciens de la Terre! Poi mi sono stati mossi altri attacchi, come il fatto che le opere fossero decontestualizzate o che nel comitato di organizzazione ci fossero solo Occidentali. Sono comunque aspetti che la mostra non aveva ignorato, sui quali si aveva riflettuto.

Fu molto attaccato da “Revue Noire” e “Third Text”.

Il rapporto con Simon Njami e Africa Remix, la prossima esposizione

La prossima esposizione sarà Africa Remix organizzata da Jean-Hubert Martin e David Elliott e curata da Simon Njami. La mostra aprirà a Düsseldorf il 23 luglio 2004 e poi andrà in tournée in Europa, a Parigi, Londra e Tokyo.
Simon Njami e David Elliott si sono conosciuti alla Biennale di Dakar. Il progetto della mostra è nato nel 2000 e con il progetto si è incoraggiato Simon Njami a viaggiare e a far ricerche in Africa. La mostra presenterà la giovane generazione, molta diaspora. Anche numerosi artisti egiziani.

Simon Njami e Jean-Hubert Martin hanno ancora punti di vista diversi. Una volta Jean-Hubert Martin ha detto a Simon Njami che se avesse applicato il suo metodo non sarebbe mai stato possibile realizzare un’esposizione pari a Magiciens de la Terre e Simon Njami gli ha risposto che allora non avrebbe dovuto organizzarla; avrebbe dovuto seguire il metodo anche se il risultato non avrebbe portato a niente.
Per il catalogo dell’esposizione Africa Remix stanno lavorando ad un’intervista/colloquio che preparano via mail sul senso dell’arte, su che cosa può essere definito arte e su chi può definirlo; il punto di partenza sono le bare del Ghana.

Il rapporto con Okwui Enwezor

Senza dubbio con Okwui Enwezor abbiamo un modo molto diverso di interessarci all’arte. A me interessa soprattutto la creazione, il senso. Okwui Enwezor lavora soprattutto in modo teorico, senza rapporto con la dimensione concreta, con gli artisti e le opere. Non parla di opere. Sono tra le persone molto deluse da Documenta: rimprovero a Okwui Enwezor il fatto che ci fossero pochi artisti africani e molti video e video-documentari, anche se alcuni più poetici.

Il rapporto con Seven Stories

Era un’esposizione intelligente, ma c’erano opere buone e mediocri insieme ed era un’esposizione difficile da leggere. Parlava poco di arte e a volte le opere erano selezionate più per parlare del contesto che per il loro valore. “Gliel’ho detto a Clementine Deliss”. “Eppure fare un’esposizione non è difficile”.

Il rapporto con la Biennale di Dakar

Non ha avuto nessun rapporto con la Biennale di Dakar. E’ stato invitato a vederla un paio di volte, ma non è mai stato invitato a far parte della giuria o a partecipare a qualche simposio. Probabilmente perché non ha invitato nell’esposizione Magiciens de la Terre nessuno degli artisti dell’Ecole di Dakar che sognavano di essere introdotti nel sistema dell’arte. “E’ strano perché molti dei miei collaboratori sono stati invitati. Mi hanno telefonato dicendomi “allora che faccio, vado?”. L’ultima volta che sono stato in Senegal risale a 5-6 anni fa”.

La Biennale di Dakar è un utile luogo di incontro, si radunano tutte le persone specializzate nel settore, ma la qualità dell’esposizione – almeno fino a qualche edizione fa – non era molto alta. Ricorda che David Elliott era tornato furioso dall’esperienza di Dakar.

Il mercato dell’arte contemporanea africana

Non esiste un mercato dell’arte africana, né in Occidente né in Africa e credo che ci sia anche un problema di relazione con il pubblico.

Certo eravamo perfettamente coscienti delle implicazioni che Magiciens de la Terre avrebbe avuto sul mercato.
Soprattutto i giovani artisti sono molto preoccupati della promozione. Anche eccessivamente preoccupati.

Ruolo sociale dell’arte

Sono totalmente per l’arte sociale. Non so quale poi sia il risultato, ma perché no. Perché non un coinvolgimento degli artisti e dell’arte nel tessuto sociale.

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