Articolo. Cinquantesima Biennale di Venezia. L’Europa dell’Est tra sogni e conflitti

Inserito da iopensa il Mar, 2003-07-01 12:00

Licenza Creative Commons
Cinquantesima Biennale di Venezia. L’Europa dell’Est tra sogni e conflitti by Iolanda Pensa is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported License.

Versione originale di un box all’intero di Prospettiva Minsk: viaggi & costume in “Gulliver”, luglio 2003, pp. 146-160.

L’Europa dell’Est racconta i suoi confini e la sua ricchezza a Venezia.

La Biennale di Venezia è in effetti un misto di arte, politica e geografia. Quando fu creata, l’esposizione d’arte contemporanea più importante d’Italia funzionava in modo molto semplice: le nazioni del mondo erano invitate a costruirsi dei padiglioni nei Giardini della Biennale e ad esporre ogni due anni le opere dei loro artisti. Grazie a cinquanta edizioni, il sistema è diventato un po’ meno semplice: dove mettere per esempio tutti i paesi che all’epoca non esistevano nemmeno? Oggi nella Biennale convivono due universi: quello nazionale (dei padiglioni) e quello internazionale (delle mostre).

L’Europa dell’Est invade tutte le esposizioni, con diciassette padiglioni e più di trenta artisti alle mostre internazionali.

I padiglioni nazionali svelano la recente geografia dell’Europa Orientale. Ai Giardini troviamo gli Stati da più a lungo indipendenti: Polonia, Romania e Ungheria. La Repubblica Ceca e le Repubblica Slovacca tornano “Cecoslovacchia” sotto lo stesso tetto, mentre l’Unione Sovietica anche a Venezia rispetta le sue nuove frontiere. La Russia occupa la sede nei Giardini, mentre Georgia, Armenia, Ucraina e repubbliche baltiche si sono trasferite in centro. Stesso destino per le repubbliche balcaniche: Serbia e Montenegro vincono la villetta, mentre Croazia, Bosnia Erzegovina, Macedonia (FYROM) e Slovienia stanno in affitto.

Meno intrappolati da problemi immobiliari sono invece gli artisti dell’Europa dell’Est invitati alle mostre internazionali, coordinate dal direttore della Biennale Francesco Bonami e assegnate a curatori indipendenti. Geografia e frontiere si sciolgono lasciando il posto a scelte tematiche, e gli artisti dell’Europa dell’Est si ritrovano uniti a raccontare il loro presente e il loro passato.

L’esposizione Sistemi Individuali raduna nove opere dall’Est. Secondo il curatore sloveno Igor Zabel, gli artisti – soprattutto quelli dell’Europa Orientale – si confrontano con dei sistemi: osservano il comunismo, il totalitarismo, il capitalismo, la modernità e rispondono attraverso riletture personali o cercando vie di uscita.

Il video di Pavel Mrkus (nato nella Repubblica Ceca nel 1970) crea così un fastidioso conflitto tra la fredda efficienza del presente e la lenta meditazione antica, mescolando l’immagine di un robot in movimento con i suoni di un tempio buddista;

Roman Opalka (nato nel 1931 e vissuto tra Francia e Polonia) evita invece le prese di posizioni e conta: la sua opera – cominciata nel 1965 – consiste nel contare da zero all’infinito e mostra come il tempo sia l’aspetto essenziale della realtà.

Tra sogni e conflitti – come recita il titolo della Biennale – altri artisti dell’Europa dell’Est si trovano poi nelle esposizioni curate da Francesco Bonami e da Carlos Basualdo; nei progetti Interludes e Stazione Utopia e negli eventi paralleli alla Fondazione Querini Stampalia e sull’Isola della Giudecca.

La Biennale di Venezia e gli artisti dell’Europa dell’Est mescolano così arte, politica e geografia, trasformando le loro opere (ed i loro padiglioni) in strumenti di conoscenza e di riflessione sul mondo.