Articolo. Moataz Nasr

Inserito da iopensa il Lun, 2003-09-01 12:00

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Versione originale di L’Egitto a Venezia in “Africa”, n. 5, settembre-ottobre 2003, p. 24.

Moataz Nasr ritrae l’Egitto e la sua gente. I colori sono quelli della sua terra, gli spazi sono il caos della città. Il Cairo diventa sulle sue tele un insieme di macchie: panni stesi ad asciugare, tetti di case, gente seduta a chiacchierare. I soggetti si intuiscono, non si vedono, sono sciolti sulla tavolozza, affettuosamente accarezzati dal pennello. Nelle installazioni Moataz Nasr crea invece degli ambienti che raccontano storie di fragilità, indifferenza e solitudine. Prende pochi elementi e con semplicità li ripete, per rendere il suo linguaggio internazionale, comprensibile e poetico.Nella video installazione Un orecchio di fango e l’altro di pasta si attraversa un corridoio scuro che termina in una grande stanza. Sulla parete più ampia sono attaccate piccole orecchie di pasta di pane e argilla; sulla parete di fronte tanti volti sfilano in un video, persone sorridenti che alzano le spalle per dire “e a me che me ne importa!”. Un orecchio di fango e l’altro di pasta è un proverbio egiziano nato da una storia. Un giorno Goha – un buffo personaggio protagonista di tanti racconti moraleggianti – tornò a casa allegro come al solito, quando la moglie – intenta a preparare il pane – cominciò a lamentarsi. “Ahhh, in questa stamberga manca tutto! I tuoi figli mi fanno disperare!” – urlò a Goha, e lui, annoiato dalla solita litania, prese una manciata di pasta di pane ancora molliccia e appiccicosa e se l’attaccò ad un orecchio, andandosene in cortile. La moglie, senza perdersi d’animo lo seguì, continuando “ahhh, non si può andare avanti così! devo sempre fare tutto io…”. Goha raccolse allora da terra un po’ fango e se l’attaccò all’altro orecchio. “Sì, sì...” – annuiva guardando la moglie e, mentre lei ancora gridava, lui sorrideva beato, con le sue orecchie ben chiuse dal fango e dalla pasta di pane.

L’installazione La Terra, il Cielo e Ciò che sta in mezzo è composta da tre ambienti. Il Cielo è una stanza spoglia, finché non si alza lo sguardo. Un nuovo soffitto fatto di tanti listelli di legno si è sommato al vecchio: il cielo è oltre, simboleggiato da una luce ed imprigionato tra questi listelli di legno, abbastanza distanti da permettere ai raggi di penetrare, ma abbastanza vicini da non permettere di vedere cosa c’è oltre. La Terra è un’opera sulla quale si può camminare, una scacchiera composta da blocchi di creta e contenitori pieni d’acqua. Sui blocchi di creta si può stare in equilibrio, sono abbastanza grandi, ma la cottura li ha crepati creando pendenze e fragilità. Il vero problema sono però i contenitori pieni d’acqua: anche stando solo sui quadrati di creta è inevitabile trovarsi circondati dall’acqua e nell’acqua ci sono frammenti di vetro: per affrontare la partita ci vuole troppo coraggio. Ciò che sta in mezzo è un labirinto: delle lunghe pertiche di legno toccano il pavimento e il soffitto, ma la stanza è troppo bassa per loro, così si piegano dolcemente, adattandosi. Possiamo girare con attenzione tra questi giganteschi ostacoli, tanto grandi e allo stesso tempo tanto precari; oppure possiamo tirare dritto fino al lato opposto della stanza, infischiandocene di quello che può succedere.

Moataz Nasr è nato nel 1961; ha esposto in mostre personali e collettive in Egitto (dove vive) e in Europa. Nel 2001 ha vinto la Biennale del Cairo, nel 2002 ha vinto un premio della Biennale di Dakar in Senegal e oggi espone alla Biennale di Venezia, una delle più importanti mostre internazionali d’arte.