Dak'Art 2010: Prospettive e retrospettive sulla Biennale di Dakar

Inserito da iopensa il Dom, 2011-03-06 07:24

Versione originale dell’articolo Iolanda Pensa, Dak’Art 2010: Prospettive e retrospettive in “Domus” online, 3 febbraio 2011. English Version, 04/02/2011.

Nel 2010 la Biennale di Dakar ha festeggiato la sua decima edizione e il suo ventesimo anniversario con il titolo “Prospettive e retrospettive”.

Curioso come un evento ciclicamente in fin di vita sia riuscito a festeggiare così tanti compleanni. Prima la nascita nel 1990, poi la rinascita nel 1992, poi un’altra rinascita nel 1996. Dal 2000 oltre ai compleanni sono cominciati gli anniversari: 10 anni dalla nascita, poi 10 dalla rinascita 2002, e nel 2006 – con l’entusiasmo travolgente della nomina di un direttore artistico – altro che decennale, era un nuovo debutto. Nel 2010, di fronte al traguardo dei vent’anni, ecco le parole che il primo segretario generale della biennale del 1990 e 1992 Amadou Lamine Sall regala al catalogo.

Subito, senza esitare, dobbiamo salutare il fatto che questa manifestazione si sia mantenuta in vita fin dal 1990. Lo dobbiamo allo Stato [senegalese] e alla volontà politica di conservarla buona o cattiva che sia. Da parte mia credo che, anche in stato di decomposizione avanzata, ce la dovremmo tenere. È già un acquisito incontestabile in Africa e agli occhi del mondo. Amadou Lamine Sall
[Toute de suite, sans hésiter, nous devons saluer la préservation de cette manifestation depuis 1990. Nous la devons à l’Etat et à la volonté politique de la conserver qu’elle soit bonne ou mauvaise. Pour ma part, même en état de décomposition avancée, nous devrions la garder. Elle est déjà un acquis incontestable en Afrique et aux yeux du monde. Amadou Lamine Sall]

Dak’Art è la principale biennale d’arte contemporanea organizzata in Africa e l’unica biennale al mondo consacrata alla promozione dell’arte contemporanea africana. Il suo ventesimo anniversario – con una mostra internazionale e una retrospettiva – è un’ottima occasione per analizzarla in prospettiva. Ma cominciamo dalla decomposizione.

Nello stesso momento in cui la Biennale di Dakar si apprestava a salutare il suo ventennale, ecco che anche la Commissione Europea mandava i suoi saluti. Di commiato. “Buona continuazione” – immagino che abbia detto il principale partner economico dell’evento, negando quel sostegno che nelle precedenti edizioni aveva coperto oltre la metà del budget totale e destinando le sue sovvenzioni ad altro. La principale caratteristica della Biennale di Dakar del 2010 è il fatto di essere stata prodotta senza il contributo della Commissione Europea. Non si fa fatica a capire perché Amadou Lamine Sall parli della volontà politica senegalese di conservala: l’altro principale sostenitore economico della biennale è il governo Senegalese.

Come un po’ ovunque nel mondo, la volontà politica è alla base delle grandi manifestazioni culturali. Biennali, festival ed esposizioni universali portano investimenti, creazione di infrastrutture, nuovi posti di lavoro, brandizzazione urbana, visibilità e visitatori internazionali. Il governo senegalese non fa eccezione: nel 1966 ha sostenuto la prima edizione del Festival Mondial des Arts Nègres (presidente Léopold Sédar Senghor), nel 1990 ha creato la Biennale di Dakar (presidente Abdou Diouf) e nel 2004 ha annunciato una nuova edizione del Festival Mondial des Arts Nègres (presidente Abdoulaye Wade). In Senegal il presidente è il patrono delle arti e della cultura e questo suo incarico costituzionale sembra essere strettamente connesso al lancio di nuove grandi manifestazioni. Se per il presidente Diouf (1980-2000) la sua era la Biennale di Dakar, al presidente Abdoulaye Wade (eletto nel 2000) ne serviva un’altra. Il presidente sceglie nel 2004 di organizzare la terza edizione del Festival Mondial des Arts Négres, annunciando cinicamente il suo progetto proprio durante l’inaugurazione della Biennale di Dakar dello stesso anno. Ed effettivamente – dopo lunghe traversie e rinvii – il festival vede la luce poche settimane fa, a dicembre del 2010. Rispetto alla Biennale di Dakar, il Festival Mondial des Arts Nègres è tutta un’altra cosa. Dak’Art è sostanzialmente una mostra d’arte che coinvolge musei, sedi espositive, atelier, gallerie e alcuni spazi pubblici della città; il festival è una vera e propria grande manifestazione: interdisciplinare, propriamente “festiva”, ricca di concerti e spettacoli. Non solo, il festival parla un altro linguaggio: crea uno strettissimo collegamento con l’ormai leggendario festival del 1966 e con l’altrettanto leggendario presidente Senghor e valorizza un’idea di creatività e identità africana transazionale capace di tenere insieme coloro che abitano sul continente e la grande diaspora nera del mondo. In effetti il Festival Mondial des Arts Nègres sta alla Biennale di Dakar come il Monument de la Renaissance africaine sta alla Galleria nazionale della città: se ne può anche discutere, ma è piuttosto evidente la differenza.

Nonostante la chiara preferenza di Abdoulaye Wade per gli interventi monumentali, il presidente conferma il suo sostegno alla Biennale di Dakar del 2010. La manifestazione si svolge con difficoltà organizzative ed economiche, e il suo titolo “prospettive e retrospettive” la dice lunga su come Dak’Art senta di avere davanti un fragile destino ma anche la coscienza di avere ormai acquisito un incontestabile ruolo in Africa e agli occhi del mondo.

La Biennale di Dakar è l’unica biennale focalizzata sull’arte contemporanea africana e la più longeva grande esposizione dell’Africa Sub-Sahariana. L’Africa Sub-Sahariana ha altre biennali. La Biennale di Johannesburg – che ancora oggi è ricordata per essere stata un mostra visionaria e di grande respiro – si estinta dopo solo due edizioni: la prima nel 1995 era piena dello slancio verso il futuro che la fine dell’apartheid annunciava; e la seconda del 1997 diretta da Okwui Enwezor ha fatto chiudere i battenti alla manifestazione ma che ha lanciato la carriera del suo curatore (e di molti degli artisti partecipanti). Negli anni sono poi nate altre biennali, festival e triennali d’arte (in particolare si possono ricordare gli Incontri della Fotografia Africa di Bamako [inserire link], la Triennale di Luanda in Angola e SUD-Salon Urbain de Douala in Camerun), ma nessuno di questi eventi è mai riuscito o è ancora riuscito ad avere la visibilità e il ruolo panafricano e internazionale della Biennale di Dakar.

Dak’Art è osservata, visitata e appare su tutte le mappe che rappresentano le biennali nel mondo, studiata come esempio del franchising africano della Biennale di Venezia. Ma Dak’Art ha le sue peculiarità. La prima è sicuramente la disorganizzazione. In effetti resta da sondare come mai sia così dannatamente difficile trovare un buon elettricista in Senegal. Ancora oggi – dopo vent’anni di esperienza – le opere sono allestite malamente, non arrivano a destinazione, non ripartono imballate a dovere, non sono prodotte dalla manifestazione e sono esposte in un modo tanto mediocre che bisogna veramente essere motivati per riuscire a vederle bene e a capire la produzione in mostra. E qui arriviamo alla seconda caratteristica di Dak’Art: nel corso degli anni la biennale ha esposto oltre 450 artisti all’interno di oltre 100 esposizioni, senza contare i creativi che hanno presentato le loro opere nelle oltre 800 mostre a latere. La manifestazione ha raccolto portfoli, ha prodotto pubblicazioni e conferenze e soprattutto è diventata una fonte primaria sulla produzione artistica dell’Africa e collegata all’Africa.

Per rappresentare che cosa è la Biennale di Dakar e che cosa ha fatto in questi anni, il modo più efficace sarebbe una fotografia di gruppo. Niente opere, esposizioni e allestimenti, ma una fotografia di gruppo di tantissime persone, tutte in piedi in uno stadio che scherzano tra uno scatto e l’altro, o che se ne stanno ritte in posa con l’aria imbarazzata di chi non ha proprio simpatia per il suo vicino di posto. Dak’Art è da sempre una straordinaria piattaforma d’incontro – lo dicono tutte le recensioni fin dai suoi esordi – e lo è per persone estremamente diverse tra loro. L’eterogeneità del suo network è una delle caratteristiche che la contraddistinguono. Non si tratta solo del pubblico dell’arte che viaggia da una biennale all’altra, degli artisti sempre invitati a partecipare alla settimana di inaugurazioni dell’evento o di un pubblico generico interessato a vedere la mostra, partecipano alla biennale responsabili di organizzazioni di cooperazione allo sviluppo, antropologi, sociologi, architetti, ricercatori e turisti. La biennale è interessante per persone molto diverse tra loro e ognuna ha le sue aspettative. Arte contemporanea, arte autenticamente africana, Africa, ripercussioni economiche, sviluppo, trasformazioni urbane, diplomazia culturale, partenariati sono alcune delle parole che ronzano nella testa di chi si avvicina all’evento aspettandosi che la mostra sia capace non solo di mostrare dell’arte (come in effetti dovrebbe dare una mostra) ma anche di fare altro, di più, qualcosa di diverso perché di una biennale africana si tratta. Effettivamente dalla Biennale di Venezia ci si aspetta decisamente di meno. Ciclicamente i partecipanti si scontrano con la realtà che un’esposizione, alla fin fine, è un’esposizione: non può fare tutto e sicuramente non può accontentare un network di osservatori tanto eterogeneo. Lo sforzo di Dak’Art di assecondare richieste diverse e di provare ad accomodare un po’ tutti mediando e cercando compromessi è la principale causa della sua fragilità.

Dal mio punto di vista la biennale più bella è stata Dak’Art 2004, quella che con il suo slancio, la complicità dei suoi organizzatori e il grande impegno che questi hanno dedicato all’evento è stata capace di far sì che per il 2006 fosse nominato il direttore artistico Yacouba Konaté. L’edizione del 2006 è stata ricca di artisti e di opere significative, ma ancora più appesantita da aspettative per il nuovo grande investimento che le era stato concesso. Nonostante l’impegno, Dak’Art 2006 non è riuscita a dare alla manifestazione una specificità e direzione di lavoro che ne garantissero un glorioso seguito. Lo slancio si è piano piano estinto fino a trascinarsi a Dak’Art 2008. L’ultima edizione della biennale ha proposto una mostra internazionale di artisti che non avevano mai esposto prima all’interno dell’evento (belli i video di Cameron Platter, le scenografiche fotografie di Hasan & Husain Essop e lo strano destino della scritta al neon di Claire & Rose) e una mostra retrospettiva di nuove opere dei vincitori delle precedenti edizioni che dava l’impressione di quanto Dak’Art sia il risultato di un’intensa negoziazione e di una continua ricerca di soddisfare le aspettative di governo, partner, finanziatori e stakeholders più che una mostra che sostiene la ricerca artistica e creativa.

Un altro discorso va fatto per il “programma off”, come viene da sempre chiamato il programma indipendente e a latere della biennale che ha prodotto bellissime iniziative. Da sempre la Biennale di Dakar ha inserito tutti questi eventi all’interno della sua comunicazione, li ha sostenuti e li ha considerati parte integrante del suo programma. Giusto per ricordarne alcuni: laboratori come l’“Atelier Tenq” organizzato durante Dak’Art 1996 che ha prodotto il primo numero della rivista “Metronome”; installazioni site specific, come l’opera “Alimentation d’Art” di Dak’Art 2000 che mescolava arte e merce in un negozietto di alimentari; progetti di artisti, come “Exit Tour” del 2006, un viaggio organizzato dall’Art Bakery di Goddy Leye da Douala a Dakar su mezzi pubblici per incontrare creativi e istituzioni culturali dell’Africa Occidentale; partnariati come quello, sempre nel 2006, del network Res Artis portato a Dakar da N’Goné Fall a dare premi e selezionare artisti per i programmi di residenze internazionali. E ancora convegni e, nelle ultime due edizioni, il Festival Afropixel organizzato da Kër Thiossane che nel 2010 ha prodotto la “Valigia pedagogica” (un kit open source per la produzione di arte digitale e design interattivo) e la performance di Trinity Session (una spettacolare proiezione di immagini su un edificio con musica e comparse).

Di fronte al traguardo dei vent’anni, ho pensato che forse un pensierino a Dak’Art lo potevo fare anch’io. Proprio perché la Biennale di Dakar è un acquisito incontestabile in Africa e nel mondo, ho contribuito alle sue voci e alla mia playlist su Wikipedia, nella speranza che la Biennale di Dakar continui a crescere. Anche su Wikipedia.

Iolanda Pensa, CC-BY-SA, 2011
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