Intervista a Ian Low

Inserito da iopensa il Ven, 2006-09-29 09:00

Appunti presi durante l’intervista, Cape Town, 29 settembre 2006.

Con la fine dell’apartheid tutto è crollato. Sono crollati i confini. Tutto è estremamente post-moderno e anti-intellettuale. E non c‘è spazio per i poveri. La società in cui viviamo è una società molto giovane ed è diverso lavorare qui che in una società matura. In teoria c‘è un grandissimo spazio per la sperimentazione. Serve spazio per gli intellettuali. I temi dell’arte e dello sviluppo sono presenti, così come ci sono premi per la responsabilità sociale.

In teoria c‘è spazio per sperimentare e per gli intellettuali e per la ricerca. il governo cerca di controllare e implementare

In effetti c‘è tantissimo lavoro. Non è mai stato meglio per gli architetti. Ma prima o poi si romperà il sistema. Al momento navighiamo nella situazione, adattandoci. Serve invece innovazione, ricerca e parlo di ricerche analitiche. Per ora si resta proprio sulla superficie, il discorso è più politico che di ricerca e analitico.

L’architettura ha bisogno di post-produzione. Non si possono guardare solo i materiali, bisogna osservare il contenuto. E i progetti devono essere seguiti da un follow-up. Mentre per ora la valutazione dei progetti è molto self-serving.

Il progetto dell’Africa Centre è difficile da valutare. Ci sono molti interessi in gioco e molte ambiguità.

Il padiglione del Sudafrica alla Biennale di Venezia del 2006 non rappresentava l’ordinarietà. Il curatore ha offerto un ritratto intellettuale, un po’ esterno, giustamente soggettivo.

“Digest of South African Architecture” è una rivista annuale che vuole sollecitare la discussione, il dibattito e dare spazio al pensiero.

Il Design Build Research è un progetto che considera gli architetti come medici della terra. L’idea è quella di far evolvere i metodi di ricerca.

C‘è stata la mostra del 1998 Blank in Olanda sull’architettura del Sudafrica.