Articolo. Il centro di Dakar: Pikine

Inserito da iopensa il Lun, 2004-03-01 12:00

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Versione originale di Sulle strade di Pikine: La sorprendente periferia di Dakar in “Africa”, n. 2, marzo-aprile 2004, pp. 16-21.

Tre anni dopo “le elezioni del cambiamento” Abdoullaye Wade ed il suo Partito Democratico non sembrano aver cambiato molto. I giovani che hanno sostenuto il nuovo presidente sono delusi, ma esprimono le loro opinioni senza paura e si rimboccano le maniche. Sono giovani senegalesi, molti dei quali vivono a Pikine, l’immensa città satellite di Dakar che mostra tutta la miseria e i drammi del paese, ma anche il suo spirito d’iniziativa.Gabriel ha ventisei anni, parla ondeggiando come un rapper americano e sogna di andare a lavorare in Europa, per fare i soldi e comprarsi un’automobile. E’ cattolico ed elettricista non praticante. Sopravvive arrangiandosi, facendo qualche lavoretto e dormendo un po’ a casa della nonna a Pikine e un po’ a casa di sua madre a Dakar, dove sono ospite.

Il furto

Il mio primo giorno in Senegal comincia tra le urla. Sento correre, gridare, sbattere le porte. Dopo pochi minuti una piccola folla è entrata in casa. Uomini e donne, giovani e vecchi circondano un ragazzo accasciato a terra. Lo picchiano con le mani, con un bastone. Lo insultano e da lontano vedo la sua faccia sanguinare. “Tu non sai chi siamo noi! Tu non sai da dove veniamo!” – urla Gabriel sudato e furente – “Noi veniamo da Pikine!”. I poliziotti entrano in casa. Trascinano fuori il ragazzo, lo battono sulla testa, lo prendono a calci e lo portano in commissariato. “Vieni” – mi dice Gabriel rasserenato e tranquillo – “facciamo colazione”. Lo osservo ancora spaventata e lui comincia a raccontare.

Il ladro era entrato in casa dal giardino ed era stato sorpreso mentre cercava di rubare il videoregistratore. Una volta lanciato l’allarme tutto il quartiere lo aveva inseguito e poi picchiato. “I ladri vanno picchiati molto per fargli passare la voglia” – mi spiega paziente Gabriel – “altrimenti sniffano un po’ di colla ed il giorno dopo te li ritrovi ancora in casa: la polizia mica li arresta, non c’è abbastanza spazio nelle carceri: li porta in commissariato, li pesta un altro po’ e poi li lascia andare”. Inorridisco e non riesco a capire: non capisco come si riesca a picchiare qualcuno e poi fare colazione tranquillamente e non capisco perché Gabriel urlava Pikine mentre colpiva la testa insanguinata di un ladro. “Perché a Pikine i ladri li uccidiamo”.

Pikine

Pikine è l’immensa ed incontrollata città alle porte di Dakar, talmente priva di servizi da risultare la sua naturale periferia. Gli abitanti gravitano sulla capitale per lavorare, studiare, comprare, curarsi e sbrigare pratiche. Ogni giorno l’esodo si ripete insieme ad un incredibile e mastodontico ingorgo. Ci si sposta con quello che si trova: car rapide (gli autobus privati gialli e blu), taxi, bus di linea, clandos (i taxi “clandestini”), carretti o semplicemente a piedi. “Mangi demm afari” – vado ad occuparmi delle mie faccende – risponde la gente in wolof quando gli si domanda dove sta andando; rassegnata affronta la circolazione lenta e difficile, le strade senza asfalto, il caos ed il terribile inquinamento. “Viaggiare è faticoso” – mi assicura Gabriel mentre ci uniamo ai pendolai di Pikine, schiacciati in una car rapide che di “rapide” ha solo il nome.

La nascita di Pikine

A partire dagli anni Cinquanta, gli abitanti in esubero di Dakar ed i contadini che arrivavano dai villaggi furono isolati e bloccati dall’amministrazione francese nella zona più esterna della penisola del Cap-Vert, dove appunto sorge la città. Nel giro di pochi anni la migrazione verso la capitale fu però così inaspettatamente massiccia che il progetto urbanistico coloniale è oggi quasi irriconoscibile: ovunque palazzine, edifici bassi, baracche e giacigli si addossano gli uni agli altri senza soluzione di continuità, dal centro alla periferia. Pikine è un dormitorio sovraffollato sempre in crescita dove acqua, corrente elettrica e servizi igienici sono ancora un lusso, mentre normale è miseria, disoccupazione e delinquenza. A differenza del centro, qui i pochi negozi hanno grate che separano i commercianti dai clienti e l’immenso mercato è tristemente celebre per le aggressioni. I quartieri sono organizzati per famiglie e gruppi etnici: la solidarietà è una necessità ed una protezione.

La nuova energia di Pikine

Le difficoltà sociali ed il degrado sono onnipresenti, insieme però ad una grande energia. Molti giovani sono nati qui e provano la rabbia e il desiderio di migliorare le cose, di cambiarle e di fare strada. A differenza dei loro genitori non sono più così legati ai villaggi d’origine: loro sentono di essere “di Pikine” e quando parlano usano lo slang wolof-inglese, forse per immaginarsi in un ghetto americano, come in un film. Questo spirito di appartenenza alla città pericolosa e dimenticata è una delle principali spinte verso il cambiamento: i giovani sognano la rivincita sociale e si armano di spirito d’iniziativa, come tanti gruppi musicali senegalesi incoraggiano a fare. Negli ultimi anni diverse organizzazioni locali ed internazionali hanno aperto centri di assistenza, di aggregazione ed Internet Café; la zona ha la sua emittente radio Oxy-Jeunes dal 1999 ed i figli della periferia di Dakar cominciano ad occupare posti di lavoro rilevanti. Il merito è senza dubbio legato all’istruzione, anche se la situazione statale è ancora molto difficile.

Le scuole

Le scuole pubbliche senegalesi sono spesso fatiscenti e sovraffollate, senza materiale didattico (ovvero libri, lavagne, cartine geografiche, ma anche carta e penne…) e con insegnanti insoddisfatti. La debolezza del sistema scolastico pubblico genera malcontento e scioperi, ma dà anche un forte impulso alle scuole private, presenti oggi in tutti i quartieri di Dakar e perfino di Pikine. Il costo dell’istruzione privata è proporzionato al reddito della famiglia; i professori seguono gli alunni anche nel pomeriggio e assicurano una preparazione tale da permettere il superamento dell’esame di diploma, tutt’altro che garantito nelle scuole pubbliche. I genitori sono sempre più coscienti dell’importanza dell’istruzione, si organizzano in associazioni e sostengono le iniziative delle scuole, come la raccolta di fondi per l’acquisto di libri o la corrispondenza internazionale. Accompagno Gabriel nella scuola privata avviata da sua sorella Awa e da suo cognato Issa.

Imprenditorialità

Awa ha vent’otto anni e due bambini. Con il marito ha investito un piccolo capitale nella creazione della scuola Serigne Saliou Borom Diamono dove studiano i suoi figli. Le attività di Awa sono però molteplici: vende biglietti della lotteria in un ufficio dello stato, affitta degli spazi nel suo frigorifero e del suo freezer alle vicine di casa, commercia in prodotti di pulizia importati dall’Italia da una cognata e ogni tanto subaffitta una camera. Lo spirito di iniziativa di Awa non è però un’eccezione in Senegal, dove uomini e donne emergono nella celebre arte dell’arrangiarsi. L’arte dell’arrangiarsi – che in termini economici si chiama “settore informale” – domina circa il 60% delle attività imprenditoriali del paese e comprende ogni sorta di piccola attività che sfugge ai calcoli sul reddito medio nazionale: vendita di succhi di frutta fatti in casa, ristorazione di strada, commercio di prodotti coltivati nei giardini, pulitura del pesce al mercato… Le donne in particolare sembrano essere le più abili nelle piccole attività imprenditoriali, mentre gli uomini sognano di andare a lavorare all’estero.

Lavorare all’estero per fare i soldi

Sono soprattutto i giovani che sognano di partire: vogliono andare a lavorare in Europa e negli Stati Uniti e vogliono tornare a casa con i soldi necessari per avviare un’attività imprenditoriale. In Africa non è facile mettere insieme un capitale: appena si risparmia qualcosa i parenti lo vengono a sapere ed inevitabilmente il gruzzolo deve essere condiviso con i familiari più bisognosi. L’unico sistema per accumulare il denaro per fare un investimento è andare il più lontano possibile dalla famiglia, dove c’è lavoro ed i salari sono alti. In Senegal dagli anni Ottanta e con la presidenza di Amadou Diouf (al potere dal 1981 al 2000) la gente ha cominciato ad avere meno difficoltà ad ottenere il passaporto ed ha avuto inizio il fenomeno dell’emigrazione, esploso poi alla fine degli anni Novanta. “Ho un cugino che vive in Italia” – si sente ripetere spesso – “a Bergamo”. Nel nostro paese vivono circa 40.000 immigrati senegalesi con permesso di soggiorno (dati Istat 2000). Alcuni sono riusciti a partire per l’Italia raccogliendo i soldi tra i parenti, altri hanno messo da parte il denaro necessario lavorando per anni in città (lontano dalla famiglia lasciata al villaggio) e risparmiando ogni centesimo, altri ancora sono stati aiutati dalla loro confraternita. Molti dei senegalesi che vivono in Italia fanno parte della Confraternita dei Mourides.

L’Islàm Nero e la Confraternita dei Mourides

L’Islàm si è diffuso in Senegal attraverso la predicazione di mistici sufi, che hanno adattato e trasformato la religione di Maometto dandole caratteristiche proprie. La venerazione dei santi (morti o ancora vivi) e l’organizzazione in confraternite sono gli aspetti più evidenti di questo “Islàm Nero”, come viene spesso definito. Quella dei Mourides è la confraternita islamica più influente del Senegal. Appartenere ad una confraternita è un po’ come appartenere ad un club socio-religioso: ci si incontra, ci si aiuta e si segue la filosofia del gruppo, ubbidendo alla gerarchia di marabut e califfi. In particolare la Confraternita dei Mourides – diffusa soprattutto tra i contadini e tra gli abitanti della periferia urbana – considera fondamentale la dedizione al lavoro, la solidarietà tra i suoi membri e la sottomissione. Visto che il lavoro è un atto di fede e visto che bisogna dare parte del ricavato ai marabut, la Confraternita dei Mourides è molto ricca e potente: controlla gran parte della coltivazione dell’arachide, dell’import-export e riceve donazioni dagli emigrati senegalesi in Europa; si è costruita una suntuosissima moschea a Touba (a 193 km da Dakar) ed ha un peso rilevante nelle elezioni politiche. Dopo aver sostenuto il presidente Senghor e poi il presidente Diouf, nel 2000 ha espresso una preferenza per il candidato e confratello Abdoullaye Wade, che – vincitore – pare abbia poi ricompensato “gli amici” con dei terreni (non bisogna dimenticare che aree molto legate alla confraternita, come Pikine, hanno un’immensa forza elettorale a causa della vastissima popolazione). Oltre che di questioni terrene i marabut della Confraternita dei Mourides si occupano anche di istruzione religiosa.

I bambini dei marabut

I genitori affidano i bambini ai marabut, affinché ricevano la prescritta istruzione islamica ed una prima educazione al lavoro all’intero delle dare. In queste scuole coraniche, i taalibé, ovvero gli studenti, imparano a memoria i versetti del testo sacro ed inizialmente si occupano della loro sussistenza e di quella del marabut chiedendo l’elemosina. La questua è una pratica diffusa in Africa anche perché sostituisce il sistema di assistenza pubblica; disabili, orfani, albini, vecchi, pazzi e lebbrosi vivono tutti grazie alla solidarietà della gente. Il sistema delle dare – che nelle campagne aveva una sua logica – è degenerato con la crisi agricola e con l’urbanizzazione: oggi vi è uno stretto legame tra le scuole coraniche ed il numero immenso di mendicanti che girano per la città. I taalibé sono schiavi vestiti di stracci che si muovono in piccoli gruppi e battono una latta vuota di salsa di pomodoro per attirare l’attenzione e raccogliere l’elemosina. Le loro condizioni igieniche e nutrizionali sono drammatiche e la loro vita è dominata da violenze ed abusi.

Arte, città e sociale

L’associazione di artisti Man-Kaneen-Ki si occupa di bambini di strada e durante la Biennale del 2000 ha raccontato la vita di alcuni di loro attraverso la suggestiva esposizione-percorso Les Enfants de la Nuit. La notte è il momento più difficile per i senzatetto che devono combattere contro le aggressioni dei più forti e contro la paura. Il legame tra arte, città e sociale è sempre più sentito in Africa, come dimostrano i progetti artistici di sviluppo urbano, i concerti di beneficenza, ma anche le opere stesse degli artisti, che raccontano la vita di tutta Dakar – senza dimenticare Pikine – e che incoraggiano i giovani ad essere veri protagonisti del cambiamento.