Introduzione alla tesi di laurea "La Biennale di Dakar"

Inserito da iopensa il Ven, 2004-06-11 04:15

L’oggetto di questo studio è la Biennale di Dakar, che dal 7 maggio al 7 giugno 2004 presenterà la sua sesta edizione. Dak’Art – come è chiamata la manifestazione dal 1996 – è nata grazie all’impegno del governo senegalese ed è il principale appuntamento mondiale d’arte contemporanea africana; la sua fama è estremamente cresciuta negli ultimi anni, insieme all’interesse internazionale verso la produzione di artisti provenienti da paesi “non occidentali”.

Storia della ricerca

Nel 1998 mi lasciai incuriosire da una breve recensione sulla terza Biennale di Dakar presentata dalla rivista “Africa”. In Italia cinque anni fa di arte contemporanea africana quasi non si parlava ed io non ero certo un’appassionata africanista: avevo studiato l’arabo, avevo fatto viaggi nel Vicino Oriente e desideravo avere un buon motivo per andare in Africa. Dak’Art fu la ragione per organizzare un sopralluogo. Il mio primo soggiorno in Senegal durò un mese, durante il quale feci ricerche bibliografiche, organizzai qualche intervista e cercai documenti. La Biennale di Dakar si rivelò un soggetto di studio molto più interessante e molto più ricco di quanto non avessi immaginato: aveva già avuto tre edizioni, aveva presentato numerosi artisti, era stata presieduta nell’ultima edizione dal critico italiano Achille Bonito Oliva, era legata a moltissime istituzioni internazionali ed era un ottimo punto di osservazione per studiare l’arte contemporanea africana. Al rientro proposi la Biennale di Dakar come argomento di tesi al professor Caramel, che – oltre alla sua autorizzazione – mi diede un sostanzioso ed incoraggiante mucchio di lettere di presentazione in inglese, francese e italiano.
Nel 1999 trascorsi sei mesi in Gran Bretagna svolgendo il servizio di volontariato internazionale della Comunità europea; lavorai in un progetto di assistenza sociale e allo stesso tempo cominciai le mie ricerche sull’arte contemporanea africana nella fornitissima biblioteca universitaria di Cambridge e a Londra. Il servizio di volontariato internazionale mi offrì la possibilità di richiedere il finanziamento europeo individuale “Future Capital”, che ricevetti per svolgere ricerche sull’arte africana e araba in Italia, Francia, Svizzera, Egitto, Senegal, Germania, Iran, Turchia e Sudafrica (2000-2001). Inoltre, riuscì a finanziare i miei spostamenti partecipando a diversi scambi internazionali del programma europeo Gioventù organizzati dall’associazione AFSAI di Roma (in Italia, Sudafrica, Giordania, Bielorussia e Russia) e scrivendo articoli per riviste generiche, specializzate in arte e sull’Africa (“Flash Art”, “Tema Celeste”, “Nigrizia”, “Africa” e “Gulliver”). Nel 2000 assistetti alle inaugurazioni di Dak’Art; raccolsi materiale, intervistai artisti e critici e partecipai a conferenze, dibattiti e laboratori. Nel 2001 svolsi ricerche in Egitto, presentai la Biennale di Dakar durante una conferenza all’Università Americana del Cairo, cominciai a lavorare come manager artistico dell’artista egiziano Moataz Nasr (che oggi espone alla Biennale di Venezia, http://www.moataznasr.com) e svolsi alcune consulenze per la galleria Lia Rumma di Milano, in particolare su artisti egiziani. Nel 2002 iscrissi Moataz Nasr alla Biennale di Dakar (dove fu selezionato e vinse il Premio Rivelazione) e curai i comunicati stampa di Dak’Art in Italia e in Europa, in modo da promuovere Moataz Nasr e l’evento al quale partecipava; assistetti alle inaugurazioni della Biennale di Dakar e – come durante l’edizione precedente, ma questa volta con più esperienza e maggiore coinvolgimento – raccolsi materiale, feci interviste e presi parte a conferenze, dibattiti e laboratori. Il lavoro con Moataz Nasr mi offrì l’opportunità di conoscere ed intrecciare rapporti con curatori ed organizzatori di eventi internazionali; allo stesso tempo divenni collaboratrice della rivista “Africa e Mediterraneo”, specializzata nella promozione culturale dell’Africa e nell’organizzazione di esposizioni e progetti internazionali.

Obiettivi della ricerca

Fin da principio l’obiettivo della ricerca è stato di analizzare la Biennale di Dakar e fare luce, attraverso questo evento, sul più vasto panorama dell’arte contemporanea africana, focalizzando l’attenzione sui protagonisti, le caratteristiche delle opere e le questioni critiche centrali.

Metodo di ricerca

La ricerca di informazioni sulla Biennale di Dakar e sull’arte contemporanea africana è stata la fase centrale di questo studio. Molti dei preconcetti e dei fraintendimenti sulla qualità, la vivacità e la varietà della produzione artistica africana sono infatti dovuti alla mancanza di informazioni attendibili ed aggiornate su quello che avviene in Africa e nel settore della sua arte contemporanea.
Per raccogliere informazioni gli spostamenti sono stati senza dubbio la parte essenziale e più ricca delle ricerche: mi hanno permesso di consultare e fotocopiare materiale, di visitare le esposizioni, di vedere le opere dal vivo, di osservare degli atelier e di discutere con artisti, critici, curatori e responsabili di istituzioni; mi hanno permesso di farmi un’idea della situazione dell’arte contemporanea africana e di capire che le ricerche erano molto più fruttuose fuori dal Senegal che in Senegal. A Dakar ci sono pochissimi libri, le istituzioni culturali sono spesso appesantite da una burocrazia lenta e ostile, i legami culturali con gli altri paesi dell’Africa si limitano per ora alla Biennale e numerosi protagonisti dell’arte risiedono in Occidente. Spostarmi mi ha inoltre permesso di scoprire gli assenti di Dak’Art, ovvero di capire quali fossero gli artisti africani di cui tutti parlavano e di conoscere la loro produzione nonostante non avessero partecipato alla Biennale (il caso più significativo è senza dubbio quello di Yinka Shonibare).
La Biennale di Dakar è un soggetto di studio poco documentato e poco esplorato: non esistono pubblicazioni che la raccontino ed il segretariato generale non ha conservato rigorosamente il materiale emesso durante le sue diverse edizioni. In particolare l’archivio della Biennale del 1992 è andato perduto ed i soli documenti che ho potuto consultare sulle Biennali del 1996 e 1998 sono alcuni studi di valutazione ed un raccoglitore nel quale sono conservate le rassegne stampa. Per quanto riguarda la Biennale del 2000 e 2002 ho quindi preferito basare le mie ricerche sul materiale che ho raccolto personalmente (visite, interviste, conferenze, dépliant, comunicati stampa).
Esiste una vasta bibliografia legata all’arte contemporanea africana, costituita da cataloghi di mostre, storie dell’arte africana, monografie, pubblicazioni tematiche, testi sulle singole nazioni o regioni, riviste specializzate, raccolte di saggi e tantissimi siti Internet. Anche le associazioni e le istituzioni che promuovono l’arte contemporanea africana sono molto numerose, così come è enorme il numero degli artisti che si possono definire “africani”. Le informazioni sull’arte contemporanea africana non sono però facili da reperire, non sono già organizzate (non c’è nessuna pubblicazione che le raccolga in modo sistematico) e sono spesso troppo recenti per essere già oggetto di pubblicazioni. Questa ricerca si concentra quindi soltanto sul materiale di alcune biblioteche (biblioteca del Castello Sforzesco di Milano, biblioteca d’Arte e di Storia di Ginevra, biblioteca universitaria di Cambridge, centro di documentazione della Biennale di Dakar e di Documenta di Kassel), sulle pubblicazioni in italiano, francese e inglese, sulle istituzioni ed i progetti artistici delle persone e delle organizzazioni che ho conosciuto personalmente grazie agli incontri della Biennale di Dakar e sulle esposizioni che ho visitato. Sempre per limitare il campo, questa ricerca dà poco spazio agli artisti della diaspora, ovvero gli artisti delle comunità nere delle Americhe e dei Caraibi.

Una caratteristica fondamentale dell’argomento di ricerca

L’arte contemporanea africana – in quanto fenomeno artistico – non esiste. Quando si parla di “arte contemporanea africana” si utilizza una categoria critica. In altre parole, esistono istituzioni (come la Biennale di Dakar), pubblicazioni ed esposizioni che decidono di focalizzare la loro attenzione sull’arte contemporanea africana ed esiste un dibattito critico intorno a questo concetto, ma ciò che non esiste è uno stile proprio dell’arte contemporanea africana, una sua storia continentale ed infine – punto assolutamente centrale – non esistono dei parametri chiari che permettano di individuare chi è un artista africano e chi no. Per questo motivo non è possibile analizzare l’arte contemporanea africana in se stessa; ciò che si può analizzare parlando di “arte contemporanea africana” sono le diverse visioni critiche che hanno creato questa definizione, che la sostengono o la utilizzano.

Risultati della ricerca

Questa ricerca – partendo dall’analisi della Biennale di Dakar e del suo contesto senegalese – presenta le caratteristiche principali dell’arte contemporanea africana messe in luce dalla critica: la situazione attuale, le categorie utilizzate, i concetti chiave più dibattuti, le caratteristiche stilistiche individuate, i protagonisti e le conseguenze economiche.
Per la difficoltà di reperire le informazioni e per la loro scarsissima diffusione (soprattutto in Italia), la ricerca presenta tutti i dati raccolti sulla Biennale di Dakar e sull’arte contemporanea africana.

Futuri sviluppi della ricerca

La comprensione delle diverse correnti critiche che hanno inventato o che promuovono la categoria dell’arte contemporanea africana è il prossimo obiettivo dei miei studi, insieme a nuove ricerche sulla situazione dell’arte nelle grandi città dell’Africa e degli Stati dell’ex-Unione Sovietica e alla promozione di alcuni artisti incontrati durante i miei viaggi.

Precisazioni

Le istituzioni della Biennale di Dakar hanno nomi diversi a seconda delle edizioni. Per facilitare la comprensione del testo si è mantenuta una certa coerenza nella scelta dei nomi (tradotti in italiano e scritti con la maiuscola), a discapito dei termini originali.
Le citazioni sono state tradotte direttamente in italiano, con riferimento all’opera da cui sono tratte o all’intervista in nota.
I nomi e i cognomi arabi sono stati riportati usando la grafia più corrente. Gli artisti sono stati elencati con il nome d’arte nel caso lo utilizzino (è comunque indicato anche il loro vero nome).
Le interviste effettuate durante le ricerche sono state documentate con delle registrazioni o con degli appunti presi direttamente in italiano. Spesso è stato impossibile utilizzare un registratore per il divieto imposto dagli intervistati (che hanno però acconsentito che si citassero le loro parole con il discorso indiretto).

Introduzione – file PDF 17KB

La versione integrale della mia tesi di laurea – con note, appendici ed una corretta impaginazione – è su tesinoline.it. Sul sito è possibile consultare gratuitamente l’indice, l’introduzione con parte del primo capitolo su Dak’Art e l’arte contemporanea africana (nella zona preview) e le 32 pagine di bibliografia. Scaricare l’intera tesi costa 24 euro