Cape Town per la rivista "Flair"

Inserito da iopensa il Ven, 2006-12-01 10:00

Visionaria Kaapstad. Versione originale dell’articolo pubblicato sulla rivista “Flair” dicembre 2006-gennaio 2007.
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Splendida. Basta un colpo d’occhio dall’alto della Table Mountain per rendersene conto. Città del Capo, Cape Town, Kaapstad – con i suoi nomi che evocano il passato coloniale – è semplicemente splendida. La città più bella del Sudafrica, con montagne, spiagge, musei e monumenti; con il suo cielo naturalmente azzurro che sembra ritoccato digitalmente, con il clima mite tutte l’anno, i suoi vini, i prodotti di agricoltura biologica e negozi, locali, musica, arte e design. Ma dietro la cartolina c‘è ancora di più. La città si prepara per la Coppa del Mondo di Calcio del 2010 e progetti visionari si infiltrano, creando nuovi cortocircuiti.

Edgar Pieterse ha un croissant in una mano e un cappuccino nell’altra. Lo incontro alle otto del mattino da Lola’s, il bar più frequentato del centro di Cape Town. Quindici persone mi hanno consigliato di intervistarlo, in una città in cui è raro trovarne due che siano d’accordo su qualcosa. Economista specializzato in politiche urbane, è consulente strategico per l’amministrazione pubblica della provincia. Brillante, sorridente, mastica Città del Capo come la sua colazione.

A sentir parlare gli intellettuali sembra che tutto vada male, gli spiego sbriciolando. Pochi progetti, poche infrastrutture rivoluzionarie, poco appoggio dal governo. Ma c‘è qualcosa che non mi quadra. La città è in fibrillazione. Ospiterà la Coppa del Mondo di Calcio nel 2010, il mercato immobiliare è in piena espansione e c‘è la caccia agli architetti (super-pagati e pieni di lavoro). Le palazzine del centro vengono ristrutturate per alzarsi con nuovi piani. Gente di tutto il mondo si riversa per le strade e chi può acquista pure appartamenti.

Non c‘è mica solo questo – annuncia risoluto – Il nuovo stadio Green Point è in cantiere, si sta lavorando alla riqualificazione della stazione e dell’area adiacente Grand Parade, l’Athlone Power Station diventerà un centro museale, ricreativo e residenziale. Anche la costruzione dell’archivio e centro espositivo Africa Centre dovrebbe decollare per fine anno. Il comune ha varato il programma Cape Town 2030. La città sta cambiando faccia, ma discretamente, per sollevare meno polvere possibile. Si temono le contestazioni, anche se io non sono d’accordo: serve l’opinione pubblica, serve il dibattito e, perché no, servono anche le contestazioni.

Mentre ascolto Edgar Pieterse penso al centro, all’Athone Power Station, all’Africa Centre. Sta nominando dei simboli più che dei posti. La costruzione del nuovo stadio e i lavori sulla stazione e la Grand Parade in vista della Coppa del Mondo del 2010 trasformeranno interamente il cuore di Cape Town, rinnovando le aree in assoluto più affollate e caotiche della città. L’Athone Power Station è una ex-zona industriale verso l’aeroporto con torri e ciminiere mastodontiche. Passando è impossibile non vederla e un intervento di quelle proporzioni avrà un impatto enorme anche su tutte le baraccopoli che la circondano. L’Africa Centre – infine – è un museo e archivio in costruzione a venti minuti da Cape Town. Voluto dalla società Spier Holdings, sarà creato all’interno dello Spier Estate, una proprietà con produzione vinicola, un grande albergo, attrezzature sportive, campi da tennis e golf, ristoranti e bungalow per gli ospiti.

In uno scenario perfetto – quasi di plastica – verde per la natura, bianco per gli avventori, il progetto dell’Africa Centre è una follia. Interdisciplinare, micro e macroscopico, in rete con istituzioni del continente, destinato al pubblico locale e internazionale, prevede un nuovo edificio polifunzionale e 3.000 unità abitative, destinate a famiglie con redditi diversi, ad artisti e intellettuali in residenza e a ospiti di un nuovo hotel, tutti allegramente mescolati insieme. Ma la cosa veramente incredibile è che l’idea del museo ideato come una città è stata concepita e dibattuta per 14 mesi da un gruppo di 10 intellettuali provenienti da formazioni, esperienze e paesi diversi. Se funziona – aggiunge Edgar Pieterse – sarà il progetto più visionario che sia mai stato realizzato in Sudafrica. La cultura può veramente portare il cambiamento, aprire nuove direzioni e coordinare lo sviluppo di Cape Town. Direi che ne sa qualcosa, visto che era tra le 10 menti che hanno progettato l’Africa Centre.

Salgo sul pulmino alle cinque. CAPE, la nuova biennale (“not another bienniale”, come ama ripetere) di Città del Capo ci porta a spasso per le istituzioni d’arte in attesa della sua apertura ufficiale. Bellissima la mostra da Bell Roberts Contemporary, che presenta i paesaggi marini di Lyndi Sales, un’artista che con mappe di carta delicatamente decorate racconta la tragica morte di suo padre, affondato nel mare insieme agli altri 158 passeggeri del volo aereo Sudafrica 295. La città e le gallerie sfilano davanti ai nostri occhi in un itinerario organizzato che va dal centro alla periferia. Woodstock è il quartiere più sorprendente con gli spazi di What if the World, The Old Biscuit Mill e i Greatmore Studios. La zona da popolare e malfamata si sta trasformando in una delle più vivaci e modaiole di Cape Town. Vicinissima al centro, sta diventando non solo una sede per l’arte ma anche per nuovi negozi e per un mercatino che il sabato va per la maggiore. Tra carote biologiche e pane appena sfornato si possono osservare tutti i contrasti della città: fabbriche dismesse, vecchie case cadenti, giacigli e palazzine nuove e rinnovate. La ricchezza più sfacciata si mescola alla miseria, costruendo una nuova classe media.

L’urbanistica di Città del Capo è stata generata chirurgicamente dall’apartheid. Bianchi di qui, coloured lì, neri di là; amministrazione e commercio in centro, locali e musica su Long Street, turisti incanalati nel tempio commerciale di Waterfront prima di imbarcarsi per Robben Island (l’isola della prigionia di Nelson Mandela) e proseguire per un giretto tra le spiagge di Cape Point, la Table Mountain e le township. Difficile uscire dai tracciati segnati dal tempo. CAPE sta cercando di farlo, con i suoi bus organizzati per il Cape Art Circuit e con l’evento TransCape – Contemporary African Art on the move programmato per il 24 marzo 2007 che coinvolgerà 60 artisti, 24 sedi e tutte le organizzazioni, i centri e i locali che già da tempo brillano in città.

Il pulmino si ferma e un nuovo gruppo di festanti visitatori sale abbandonando una scia di bicchieri vuoti. Stacy Hardy è in piedi davanti alla sede di CAPE: questa sera si occupa della sicurezza. Polivalente, poliedrica e polifunzionale, Stacy Hardy sa fare di tutto. Artista, scrittrice, scenografa, pubblicitaria, regista, fin dall’inizio ha seguito il progetto di CAPE nutrendolo e sostenendolo.
CAPE ha un’enorme forza comunicativa – mi spiega rannicchiata contro la porta, nervosa e pungente nei suoi vestiti neri che la rendono quasi invisibile – può coinvolgere un largo pubblico e può dare energia e luce all’intera scena artistica della città. Può creare nuovi percorsi e rinforzare iniziative e la visibilità degli artisti sudafricani. Arriva un altro pulmino, altri visitatori e altri bicchieri vuoti. Prossima fermata: Zula Sound Bar.

La musica assordante di Fela Kuti, il black president dell’afrobeat, invade le sale. La gente balla, beve, mangia in multicolour, e ogni tanto si affaccia alla terrazza per osservare cos’altro succede su Long Street, il cuore notturno di Cape Town. Ntone Edjabe si siede al mio tavolo e accende una sigaretta, mentre frotte di (belle) ragazze sfilano per salutare e rendere omaggio al DJ della serata. Ntone Edjabe è DJ, scrittore, giornalista, ex-allenatore di pallacanestro e direttore di “Chimurenga”, la rivista più cattiva e spudorata del Sudafrica. Si occupa di cultura e politica, sbraitando contro l’ossessione della nazione arcobaleno – come si definisce il Paese – di essere costantemente “politically correct”. Il suo numero 7 (luglio 2005) è consacrato a Cape Town. E’ un numero senza copertina. – racconta – A guardare come si vende, Kaapstad è solo copertina: spiagge, natura, centri commerciali, attrazioni turistiche. Ma questa non è la vera città. Bisogna essere cechi per non vedere tutte le contraddizioni. Sono palesi, ovunque, in ogni posto. Per questo abbiamo racchiuso il numero in una pagina bianca: per togliere di mezzo l’immagine patinata da dépliant e cercare di smascherare la brutalità e la ricchezza del reale, raccontandolo.

La bellezza di Cape Town è la sua forza e allo stesso tempo la sua debolezza. Prima del 1994, quando si divideva per governare, strade, ferrovie e confini naturali diventavano le frontiere tra ricchi e poveri, tra bianchi, coloured e neri. Con le sue splendide spiagge e le sue montagne giusto a ridosso del mare, la città è perfetta per nascondere e continuare a separare: si può decidere cosa scoprire e cosa vendere ai turisti. L’altra grande città del Sudafrica – Johannesbourg – è stata il motore del cambiamento e della lotta contro l’apartheid. Città del Capo è rimasta in disparte. Molto più elegante, sicura e ordinata di Johannesburg, è diventata il luogo di richiamo per il turismo, la sede prestigiosa dei monumenti e dei musei, il punto di partenza per escursioni nella sorprendente natura del paese. Sono gli intellettuali, i progetti culturali e i grandi eventi internazionali che oggi la scuotono, con lo sguardo rivolto al mondo e in particolare all’Africa. E’ piena estate a Cape Town e per scegliere il proprio itinerario basta leggere una delle tante pubblicazioni che investono la città: Artthrob, Art South Africa, I-jusi, Indaba Design, ITCH, One Small Seed, VISI, The South African Art Times, Afro Magazine, Asai, Digest of South African Architecture…

Perle di Cape Town
Spier Arts Summer Season (http://www.spierarts.org.za/ fino a marzo 2007) è la stagione culturale del centro Spier Estate con un denso programma di teatro, danza, musica. A Stellenbosch, 20 minuti da Cape Town.

Clarke’s Bookshop (http://www.clarkesbooks.co.za/). Dal 1956 la migliore libreria di Cape Town. 211 Long Street.

District Six è il museo imperdibile di Cape Town, che racconta il Sudafrica attraverso la storia della distruzione e del rinnovamento del multietnico quartiere di District Six.

Le opere di Jane Alexander, l’artista che popola il mondo dell’arte contemporanea di sculture e installazioni con personaggi ambigui, buffi e inquietanti mezzi uomini e mezzi animali.

100 Buildings – Contemporary South African Architecture è una pubblicazione in uscita a giugno 2007 edita dalla galleria e casa editrice Bell Roberts, promotrice anche delle riviste “ArtSouthAfrica” (http://www.artsouthafrica.com/) di arte contemporanea e “Itch” (http://www.itch.co.za/) di design

Il mercatino delle pulci dove si mescola tutto il passato del Sudafrica. Marine Drive, Millnerton

Cibo e quant’altro da Woolworths, la catena di supermercati più chic del paese con suggerimenti e ricette nella sua rivista “Taste”.

Don Pedro per cena o dopo cena a Woodstock. 113 Roodebloem Road.