Principessa

Inserito da iopensa il Lun, 2007-10-15 09:04

Iolanda Pensa, Princess in Douala in Translation, Episode Publishers, Rotterdam, 2008, pp. 110-117, cc by-sa.

Dakar 2006


“Principessa!” – grida Jean-Charles. Salta giù dalla sedia, esplode in un sorriso e corre ad abbracciare Marilyn. Durante la Biennale di Dakar, nel Jazz Club Pen’Art i musicisti accompagnano chiacchiere e ricongiungimenti.

Sono tutti allegri, contenti di rivedersi dopo tanti mesi, dopo anni. Marilyn Douala Bell ride. A Douala è la Principessa Marilyn Douala Bell figlia del Re Bell, discendente di Rodolfo Douala Manga, impiccato nel 1914 per essersi opposto all’estensione del dominio coloniale tedesco; ma tra amici è solo Marilyn. Quando Jean-Charles la chiama “principessa”, la vezzeggia con affetto. “Mio bellissimo fiore” – sembra ammiccare maliziosamente con un tono un po’ retrò – “noi sappiamo che non sei solo Marilyn”. Cosciente dei suoi molti incarichi, la Principessa Marilyn Douala Bell può rilassarsi. Questa sera è tra amici, può deporre le rappresentanze e fare il giro dei saluti.

Il tavolo è affollato. Mamadou Jean-Charles Tall è seduto al centro. Architetto, brillante e leale, ha progettato abitazioni popolari, case per i nuovi ricchi senegalesi e le stazioni di servizio Elton che – strutturate come piazze e punti di riferimento urbani – sono diventate un modello esportato in tutta l’Africa Occidentale e imitato dalle altre compagnie petrolifere. Poco più in là AbdouMaliq Simone. Antropologo: i suoi studi sulle città di Johannesburg e Douala sono dei punti di riferimento, ricchi di narrazioni, incontri, intrecci. Sylviane Diop, manager culturale e promotrice dell’associazione di arte digitale GAW, è di fianco alla collega N’Goné Fall, architetto e curatrice. Per molti anni N’Goné si è occupata della “Revue Noire”, una rivista parigina che dal 1991 al 2001 ha pubblicato la cultura contemporanea dell’Africa; ha curato un’antologia dell’arte africana, esposizioni e da sempre – volente o nolente – è coinvolta nella Biennale di Dakar. A capotavola siede Ntone Edjabe, scrittore, DJ, direttore della rivista “Chimurenga”, molto hot, secondo un articolo di Vanity Fair sulla new wave degli autori africani. Saluta la principessa con rispetto e formalità, la conosce di nome: vive a Cape Town ma è cresciuto a Douala.

Ci intrecciamo come una matassa. Jean-Charles, AbdouMaliq, N’Goné ed io siamo stati ospiti di Marilyn Douala Bell a Douala, durante il primo simposio Ars&Urbis. Insieme altri artisti, architetti, curatori, critici, intellettuali e operatori culturali, abbiamo discusso, raccontato le nostre esperienze e, soprattutto, abbiamo visitato e osservato i progetti in città, realizzati da Doual’art, Cercle Kapsiki e Goddy Leye.

“A proposito, è arrivato Goddy?”. Sono giorni che nei corridoi della Biennale non si parla d’altro. Due mesi fa Goddy Leye è partito via terra per Exit Tour, un viaggio dal Camerun al Senegal con sopralluoghi lungo la strada a atelier, gallerie e spazi culturali. L’obiettivo era raggiungere Dakar per l’inaugurazione della Biennale. Hanno incontrato colleghi a Cotonou, Lomé, Accra, Ouagadougou e Bamako, ma da giorni sono bloccati alla frontiera del Mali e solo il passaporto svizzero di Dunja ha varcato il confine per permetterle di portare notizie a Dak’Art. Sono partiti in sette: Ginette Daleu, Justine Gaga, Dunja Herzog, Luc Fosther Diop, Achillekà Komguem, Alioum Moussa e Goddy Leye. Goddy rappresenta un po’ un punto di riferimento: ha studiato a Yaoundé e ad Amsterdam alla Rijksakademie e quando, dopo diversi anni, è tornato a Douala ha mobilitato gli artisti intorno ad un nuovo luogo di incontro, residenza e formazione, la sua Art Bakery.

Douala 2005 e 2007


Art Bakery è una residenza per artisti a Bonendale, nella verde periferia di Douala. È un luogo informale, giovane, autogestito. Una vecchia casa coloniale con un porticato accogliente dove la gente si ferma a chiacchierare. Tutta la comitiva del simposio Ars&Urbis è arrivata in visita. “Qui una volta c’era un villaggio turistico” – ci spiega Goddy indicando la riva del fiume. A Bonendale oggi ci sono solo poche case tranquille e fuori mano, dove diversi artisti hanno scelto di vivere (tra i quali il primo è Joël Mpah Dooh). Art Bakery è stata creata qui nel 2003, con il sostegno di RAIN Artists’ Initiatives Network e della Rijksakademie. Una piattaforma per artisti promossa da artisti, con una struttura amministrativa leggera, uno spazio per ospitare residenti e dell’attrezzatura che permette di sperimentare video e manipolazioni digitali. Art Bakery non ha mai avuto una programmazione regolare (e nemmeno un frigorifero), ma è un modello di funzionamento che stimola discussioni, scambi e la nascita di nuovi progetti coraggiosi. Nel 2003 era alle spalle di Bessengue City (l’intervento site-specific promosso da Goddy Leye insieme a James Beckett, Jesus Palomino e Hartanto) e nel 2006 ha fatto da punto di partenza a Exit Tour.

Le iniziative di artisti non sono un fenomeno nuovo a Douala: alcuni si sono organizzati in gruppi e altri hanno saputo trasformare i loro atelier in punti di riferimento per i creativi della città. Per citare i casi più recenti, nel 1995 il Gruppo Kheops è stato avviato; nel 1998 ha fatto la sua comparsa il Cercle Kapsiki inaugurando poi nel 2003 la KFactory e Les Scénographies Urbaines. Nel 2000 e 2002 sono state organizzate le due edizioni di Squatt’Art e nel 2005 la prima edizione di DUTA, la prima biennale di Douala (che ha vacillato duramente nel 2007 sotto i colpi delle sue vaste lacune organizzative). Fuori dai confini di Douala, l’artista Barthélémy Toguo sta costruendo un centro d’arte Bandjoun e a Yaoundé, con collaboratori un po’ ovunque, è nata la rivista d’arte contemporanea “DiARTgonale” diretta da Achillekà Komguem. Le iniziative di artisti – spesso organizzate in piccole associazioni senza scopo di lucro – riempiono un vuoto istituzionale; creano occasioni di incontro, scambio e formazione; permettono di unire le forze e organizzare eventi, spesso indirizzati a coinvolgere gli abitanti della città. Gli interventi urbani sono diventati una parte importante del lavoro degli artisti soprattutto negli ultimi anni e il lavoro di Doual’art ha offerto stimoli (in particolare con il workshop Les Ateliers Urbains organizzato nel 2001 nel quartiere di Bessengue) e assistenza (essenzialmente nella produzione e logistica).

Doual’art è un’organizzazione nata nel 1991 senza una sede, con l’obiettivo di realizzare opere nelle diverse zone della città. Douala è stata da sempre al centro dell’interesse. Marilyn Douala Bell e Didier Schaub hanno realizzato murales, progetti fotografici, una jam session nel mezzo del fiume Wouri, la statua La Nouvelle Liberté. Poi nel 1995 hanno creato Espace Doual’art, restaurando con l’aiuto dell’architetto Danièle Diwouta-Kotto uno spazio adiacente la Pagode, uno dei luoghi storici della città e della famiglia Manga Bell. Nella loro sede hanno collocato uffici, spazi espositivi, una caffetteria e un giardino accogliente; hanno ospitato incontri, conferenze, proiezioni, installazioni e performance. La città non ha però smesso di essere protagonista del loro lavoro e con il tempo sono intervenuti in 12 quartieri di Douala. Per alcuni anni hanno realizzato piani strutturali, lavorando come mediatori tra comunità, amministrazioni e organizzazioni internazionali, poi – insoddisfatti dalla strategia puramente legata ai servizi primari – hanno cominciato ad elaborare un metodo di lavoro che permettesse loro di integrare l’opera degli artisti con la libertà d’espressione e le aspirazioni delle comunità coinvolte. Il processo che li aveva condotti alla costruzione della Nouvelle Liberté (con tutto il dibattito che era poi seguito), è diventato – rielaborato e adattato nel tempo – un modello per il loro lavoro successivo. Anche con lo stimolo del progetto Bessengue City curato da Goddy Leye, Doual’art si è concentrata nella produzione di opere urbane capaci di innescare processi: prima della loro realizzazione (durante gli incontri con le comunità locali, gli artisti, gli amministratori, i media spesso animati dal collaboratore Paulin Tchuenbou) e dopo (negli spazi di aggregazione creati, nel senso di sicurezza e di comunità suscitato, nella qualità e nell’eccezionalità dell’opera prodotta).

Rotterdam 2007


Didier ascolta con attenzione. Finché è Marilyn a parlare in inglese non ha bisogno di traduzione. Negli ultimi giorni hanno preparato insieme il discorso, le immagini, la scaletta delle cose da dire. Avrebbero voluto conoscere con precisione chi ci sarebbe stato e quali argomenti potevano essere più rilevanti, ma è impossibile sapere qual è il modo giusto di raccontare 16 anni di lavoro ad un gruppo di operatori culturali olandesi invitati appositamente in una saletta del Boijmans Van Beuningen Museum per incontrarli. Marilyn mostra delle fotografie di Douala. Dalla veduta a volo d’uccello su Akwa e il porto, lo sguardo si immerge nei quartieri di Bessengue, Madagascar, New Bell. Sono stati ore a discutere su quali immagini proiettare. Volevano mostrare i luoghi dove realizzano i loro progetti, ma non volevano che la miseria fosse in primo piano. Come rendere comprensibile la struttura della case e dei quartieri, la viabilità e la diffusione delle attività economiche? Come accennare alla situazione della proprietà delle terre, della gestione amministrativa, dello smaltimento dei rifiuti, degli impianti elettrici, della distribuzione dell’acqua potabile e dello scarico delle acque nere? Gli interventi site-specific possono essere raccontati senza riferimenti ai site? Marilyn parla con entusiasmo, fornisce poche e chiare informazioni sul contesto e passa velocemente ai progetti realizzati. Non ha importanza: sono bastate tre fotografie del contesto e davanti agli occhi di tutti – prima delle opere, degli artisti, di Doual’art, di 16 anni di lavoro – c‘è la miseria. È una fuliggine densa e appiccicosa che ricopre ogni cosa. Si riversa negli occhi, nelle orecchie, nelle teste del pubblico; fa da filtro a ogni parola e pochi riescono a ignorarla.

Marilyn continua; passa in rassegna le opere e gli eventi realizzati, cercando di tanto in tanto lo sguardo di Didier. Lei è la presidente di Doual’art, incaricata di presenziare gli eventi pubblici: fa i discorsi in francese, inglese e spagnolo, stringe la mano alle autorità, sorride reclinando il capo cortesemente, negozia con i partner istituzionali e mette in riga i burocrati degli uffici amministrativi. Didier in queste circostanze se ne resta ben in disparte. Lui visita gli atelier, seleziona gli artisti per le mostre, organizza le serate letterarie e filosofiche, coordina gli allestimenti, verifica che i microfoni funzionino, dà indicazioni sui contenuti da presentare nelle conferenze: è specializzato in arte contemporanea ed è il direttore artistico di Doual’art. Marilyn si affida al suo giudizio. Lei ha una formazione economica; ha una lunga esperienza in progetti di sviluppo e ha collaborato come consulente per la Banca Mondiale e organizzazioni internazionali di cooperazione. Con il suo ruolo di rappresentanza, nei discorsi ufficiali l’approccio socio-economico tende a dominare. In sordina Didier corregge il tiro, verifica che anche le scelte prettamente curatoriali siano presentate e che le opere ricevano il giusto spazio. Ascoltandoli separatamente, gli atteggiamenti dei due responsabili di Doual’art sembrano contrapposti, dicotomi; in realtà sono le voci di due genitori che parlano della loro organizzazione quasi fosse un figlio nel quale ognuno riconosce un pezzetto di sé. Doual’art è l’insieme delle due cose. La negoziazione tra le diverse competenze e gli specifici interessi di Didier e Marilyn hanno costruito dei processi e un metodo di lavoro che fonde cultura e sviluppo, senza che sia possibile identificare i contorni del settore che spetta all’uno e all’altro.

Per Didier è l’opera al centro del suo interesse, con la sua eccezionalità, forza espressiva e con il mistero e l’intensità del lavoro dell’artista. Per Marilyn, Douala è il centro. Non si tratta solo di migliorare le condizioni di vita dei suoi abitanti ma di regalare qualcosa alla città. Quando parla della Nouvelle Liberté, ripete sempre che hanno offerto la scultura alla comunità urbana. Non si tratta di aiuto, generosità, carità: è un gesto di rispetto e riconoscenza per il territorio che ha accolto i suoi antenati e tutte le persone al quale ora appartiene. Per Marilyn le tradizioni non sono la rincorsa nostalgica del passato, ma la capacità di adattarsi costantemente al presente. Il cosiddetto “sviluppo” non si misura solo in elettricità, acqua corrente e fognature, ma nella possibilità di dare voce ai propri pensieri e di sentirsi protagonisti del luogo in cui si vive. L’eccezionalità delle opere d’arte, la loro capacità di comunicare in una lingua nuova e diversa permette di scombussolare e aprire porte su mondi sconosciuti, mostrando alcuni degli impensabili percorsi che tutti gli uomini hanno di fronte a sé.

Parigi 2006


Ma come raccontare il lavoro di Doual’art? Come raccontare Douala, i progetti realizzati nella città e le istituzioni culturali? Come comunicare o semplicemente tralasciare un contesto? Come creare ponti che permettano un accesso a luoghi, immagini, situazioni sconosciute? Come tradurre un presente in un linguaggio che sia comprensibile a chi vive altri presenti? A volte si crede che una fotografia sia il ritratto più sincero, più leale. Ma in un’immagine della fontana di Bessengue quello che si vede è soprattutto la fuliggine della miseria: case fatiscenti, terreno disconnesso e in mezzo la fontana, un’altra baracca fatta con un tetto di lamiera. Come raccontare la fontana di Bessengue a chi non conosce il suo significato?

Discutiamo ormai da più di sei ore in un bistrò di Parigi. Lucia Babina, Marilyn ed io facciamo piani. Un workshop a Douala a marzo 2007 può permettere di raccogliere documentazione sulla città. Abbiamo bisogno di testi, ricerche, fotografie, disegni, interviste, idee. Elenchiamo persone interessanti a Douala e fuori da Douala che potranno lavorare per due settimane su una pubblicazione on-line e offline. Chi già conosce la città può mostrare angoli inediti, chi non la conosce può aiutare altri che la incontrano per la prima volta a infilarcisi. Tutti la tradurranno. Tutti la tradiranno. Coscienti dell’inganno rinunceremo a ritrarre Douala.

A cosa serve fare degli interventi artistici in una città come Douala, considerata la miseria e il bisogno di infrastrutture di base? Ma sono opere d’arte o progetti di sviluppo? Esiste l’arte contemporanea africana? Utilizzare il video non è rinunciare all’africanità e fare il verso all’occidente? Quali sono gli artisti camerunesi che hanno collaborato al catalogo? Marilyn e Didier, vi credete angeli incaricati di distribuire cioccolatini praliné in uno scenario da distruzione postbellica equatoriale? Quali sono gli artisti africani che hanno collaborato al catalogo? Didier, ma tu, di dove sei? Domande fuligginose resteranno senza risposta.

Douala 2003


“Permesso!” – mi annuncio ad alta voce per avvisare che sto salendo in ufficio. “Buongiorno” – rispondono in coro il presidente e il direttore artistico di Doual’art – “a quale circostanza dobbiamo il piacere di questa visita?”. Goffa e sudata comincio a raccontare che ho sentito una conferenza su Doual’art alla Biennale di Dakar del 2000; li ho incontrati alla biennale del 2002 e gli artisti Goddy Leye, Sandrine Dole, Jules Wokam e Hervé Youmbi mi hanno parlato molto bene della loro organizzazione. Così ho deciso di venire a vedere. La Principessa Marilyn Douala Bell mi osserva perplessa. “Puoi chiamarmi Marilyn” – aggiunge.

Licenza Creative Commons
Principessa 2007 by Iolanda Pensa is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported License.