Check List - L'Africa alla Biennale di Venezia

Inserito da iopensa il Mar, 2007-08-28 15:14

Iolanda Pensa, Check List in “Mousse”, 06/2007, cc by-sa. Versione originale dell’articolo.

Finalmente un padiglione dell’Africa alla Biennale di Venezia! – si devono essere detti i professori Carlo Anti e Aldobrandino Mochi, dandosi una pacca sulla spalla e rinfilandosi in tasca compasso e goniometro a pendolo. Era il 1922 e la tredicesima Biennale di Venezia invitava gli astanti a varcare la soglia del padiglione dei Paesi Africani.

Ottantacinque anni dopo, eccoci qui, desiderosi ancora una volta di festeggiare il “primo” padiglione “africano” di Venezia. E no, basta! Ammettiamolo una volta per tutte senza rammarico: non è la prima volta che l’Africa partecipa alla Biennale di Venezia. Ma non per questo la questione è risolta.

Il dibattito sull’Africa a Venezia dura da quasi un secolo, coinvolge arte, cinema, danza, musica, teatro e architettura ed oggi presenta una novità: il direttore dell’edizione 2007, Robert Storr, ha indetto la prima edizione del suo concorso a premi. La vincitrice è Check List, “una mostra che rappresenta l’arte africana contemporanea” – cito il comunicato – attraverso le opere della Sindika Dokolo African Collection of Contemporary Art, a cura di Fernando Alvim (artista, iniziatore del centro Camouflage di Bruxelles e della Triennale di Luanda) e Simon Njami (scrittore, curatore degli Incontri della Fotografia Africana di Bamako e di Africa Remix).

Che strana idea fare un concorso – si devono essere detti Okwui Enwezor e Salah Hassan – C‘è già il Forum for African Arts.

Durante la Biennale di Dakar del 2000, un gruppo di intellettuali capeggiati da Okwui Enwezor (direttore della Biennale di Johannesburg nel 1997 e di Documenta nel 2002), Salah Hassan (curatore e docente alla Cornell University) e Olu Oguibe (artista, critico e professore alla University of Connecticut) organizzarono un incontro con Harald Szeemann (all’epoca direttore artistico della Biennale di Venezia), inaugurando la carriera del Forum for African Arts. Questa istituzione nasceva con lo scopo di rinforzare e sostenere la partecipazione africana alle grandi mostre internazionali d’arte nominando curatori e selezionando artisti. L’incontro di Dakar non produsse un padiglione permanente dell’Africa alla Biennale di Venezia – come alcuni forse speravano – ma preannunciò Authentic /Ex-Centric: Conceptualism in Contemporary African Art, un evento off curato a Venezia nel 2001 dagli stessi Olu Oguibe, Salah Hassan e Forum&Co all’interno del programma Africa in Venice.

Se non era la prima volta che l’Africa partecipava alla Biennale (rieccoci), senza dubbio era la prima volta che veniva presentato un progetto con aspirazioni di legittimità istituzionale. Il Forum for African Arts voleva avere le carte in regola per negoziare con i grandi centri di potere dell’arte, ed effettivamente nel 2004 riuscì ad ENTRARE nella mostra ufficiale di Venezia, con l’esposizione Fault Lines, curata da Gilane Tawadros. Oddio, in quel rebelot della Biennale di Venezia del 2003 curata da Francesco Bonami riuscirono ad entrare un po’ tutti, stranamente molti di più che a Documenta di Kassel del 2002 (diretta, come abbiamo già preannunciato in amor di paradosso, dallo stesso Okwui Enwezor). Ad ogni modo, il Forum cresceva, ma le sue ambizioni e la sua legittimità contrastavano con qualche problemino di contesto: difficile sognare di fare il padiglione “nazionale” se non hai una “nazione” alle spalle, ma, soprattutto, difficile fare il rappresentante “continentale” se non hai un “continente” alle spalle.

Durante la Biennale di Dakar del 2004, fu proprio la legittimità del Forum ad essere fortemente attaccata: all’interno di una conferenza sulle biennali internazionali, si mise in discussione la sua natura, la sua missione e, palesemente, la lista dei suoi membri. Una vecchia storia che emerge regolarmente nei dibattiti in Africa è la questione del “dove vivi”. Il fatto che il Forum for African Arts fosse basato negli Stati Uniti, sostenuto in primis dalla Fondazione Ford e promosso da degli “africani della diaspora” – che, come ripete la litania, non conoscono e non vivono quotidianamente le realtà (e le difficoltà) africane – cominciò a dare acidità di stomaco ad un sacco di gente. L’acidità di stomaco andava di pari passo con il fatto che l’istituzione stava guadagnando terreno e cominciava ad essere un po’ troppo invasiva.

La Biennale di Venezia del 2005 segnò un primo scacco per il Forum (presente tra gli sponsor ma senza un progetto ad hoc), mentre la biennale del 2007 sembra oggi dichiarare il suo tracollo, dribblando i suoi membri con un nuovo processo di selezione per l’Africa.

Se la legittimità del Forum era in discussione già da tempo (se non da sempre), anche l’apertura di un concorso ha generato numerose perplessità. Nella sua open call, Robert Storr chiedeva non solo un progetto per un padiglione dell’Africa ma anche una disponibilità finanziaria per sostenerlo e produrlo: il tutto da presentare alla Biennale di Venezia nel giro di qualche mese. Tempi stretti e capacità finanziaria non sono cose che vanno d’accordo facilmente, soprattutto quando a candidarsi potrebbero (sarebbero potute) essere istituzioni con sede in Africa. Chi in effetti era in grado di garantire rapidamente una certa disponibilità di capitali era proprio il Forum for African Arts, già sostenuto da una rete ormai consolidata di partner e facilitato dalla sua sede statunitense.

Una lettera di Olu Oguibe pubblicata con l’autorizzazione dell’autore sul forum dell’Africa South Art Initiative (http://www.asai.co.za) racconta indirettamente e critica l’accesa reazione di Salah Hassan e Owkui Enwezor al concorso a premi: “I do not accept or share your view or Enwezor’s that under no circumstance should the process be opened to wider participation or that the Forum for African Arts should exercise a perpetual monopoly over African participation in the Venice Biennale outside the main exhibition.” Una risposta di Marilyn Martin – direttrice della Galleria Nazionale di Johannesburg e membro del Forum – ritrae in risposta lo stesso Forum come una specie di istituzione fantasma.

Sarà, ma si fa fatica a credere che l’idea di indire un concorso per la partecipazione dell’Africa alla Biennale di Venezia non sia in qualche modo diretta a silurare il Forum for African Arts.

Oltre a premiare con il Leone d’oro alla carriera il fotografo Malick Sidibé, la cinquantaduesima Biennale di Venezia del 2007 aspira ad offrire “un’informata e specifica prospettiva sul contemporaneo nel continente africano e nella diaspora africana”.

Trenta artisti, un concerto, un giornale, un’emissione radiofonica, un catalogo che apparirà a novembre: l’esposizione Check List mette in mostra parte della Collezione Africana di Arte Contemporanea Sindika Dokolo, associata ad una serie di opere in procinto di essere acquistate.

Finalmente un progetto AFRICANO alla Biennale di Venezia! Opere africane, artisti africani, collezionista africano, curatori africani, sede africana, finanziamenti africani, staff africano… Finalmente qualcosa di veramente africano, finalmente qualcosa di realmente basato in Africa, finalmente qualcosa che non passa da New York, finalmente qualcosa che risponde correttamente alla domanda “dove vivi?”.
Il curatore Fernando Alvim parla di africanità come lo Zio Sam; mentre racconta il concept della mostra me lo immagino su un cartellone con un parruccone in tesa, cappello a cilindro e dito puntato: Finalmente un progetto AFRICANO!

Certo, certo. A questo punto al sacrosanto concetto di africanità si potrebbero fare le pulci. Stanza buia, lampada da tavolo cromata puntata in faccia allo Zio Sam e via: dov’eri tu 10 anni fa? dov’era la collezione Sindika Dokolo 10 anni fa? dov‘è che sta Simon Njami? E magari, già che ci siamo: com‘è che ha fatto i soldi Sindika Dokolo? Perché hai selezionato una buona manciata di artisti stranoti, che in alcuni casi hanno già partecipato alla Biennale di Venezia? Perché l’appello alle candidature della Biennale di Venezia è stato posposto due volte?

Urca, la faccenda si fa complicata. Di certo non non ci vuole molto per fare le pulci al concetto di africanità. Flessibile, molliccio, internazionale, africanità alla fin fine si adatta e non si adatta benissimo a tutto. Un po’ come l’autenticità. Ma per Check List “africano” è semplicemente una parola d’ordine: il grido di battaglia, lo slogan, il brand. Indipendentemente da cosa significhi nel dettaglio, è una presa di posizione, una scelta politica, un modo di fare mostre e opere e progetti che ha sempre caratterizzato il lavoro di Fernando Alvim; forse un po’ meno quello di Simon Njami, lui più candidamente remix. Ad ogni modo “africano” è un riferimento alla letteratura e alle ideologie afrocentriche e panafricane degli anni Cinquanta e Sessanta e al Festival Mondial des Art Nègres (la grande mostra di Dakar del 1966), non un attestato di residenza o nazionalità. E’ lo spirito del centro espositivo Camouflage di Bruxelles, l’ispirazione a sabotare il mondo con dei nuovi spazi culturali (con la serie di acronimi CCASA, TACCA, CCAEA, CACAO) e con una Triennale in una città violentata dalla guerra. Idee e ideologia più che concreti progetti strutturati e strutturanti.

E forse lo stesso vale anche per Check List, una mostra che rappresenta l’arte africana contemporanea nel concept, non certo nella selezione degli artisti. Il fatto che le opere siano (quasi tutte) parte di una collezione elimina già il problema: non si cercano lavori/autori per rappresentare l’arte contemporanea africana, ma si espone una raccolta africana di arte contemporanea che ha già fatto le sue scelte. E’ la raccolta che la fa da padrona insieme al suo “ideatore” Fernando Alvim (curatore inizialmente della collezione Hans Bogatzke, venduta poi a Sindika Dokolo e oggi in crescita).

In sostanza Check List è una nuova performance di Fernando Alvim, proprio come lo sono gli acronimi (che in larga maggioranza sono rimasti acronimi, senza mai diventare spazi espositivi) e un po’ come lo è la Triennale di Luanda (che più che una Triennale, è un programma culturale triennale con la strategia di marketing di una Triennale).

Certo, resta poi qualche perplessità. Perché fare un concorso a premi e poi eleggere Fernando Alvim e Simon Njami? Il nome di Simon Njami, insieme al franchising remix, non è proprio sconosciuto e Fernando Alvim – insieme alla sua società di produzione LAX | SOSO e alla Fondazione Sindika Dokolo – è uno dei pochi ad avere le capacità finanziarie per sostenere una mostra a Venezia. Tanto valeva una nomina d’ufficio. Bof, sarà per la prossima volta: per la nuova prima partecipazione dell’Africa alla Biennale di Venezia. E si ricomincia da capo.

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