L’emozione profonda di essere visto - Introduzione di Simon Njami alla mostra Check List

Inserito da iopensa il Mer, 2007-05-09 11:16

“Perché il bianco ha goduto per tremila anni del privilegio di vedere senza che lo vedessero. Era puro sguardo, la luce dei suoi occhi traeva ogni cosa dall’ombra nativa, la bianchezza della sua pelle era un altro sguardo ancora, una luce condensata. L’uomo bianco, bianco perché era uomo, bianco come il giorno, bianco come la verità, bianco come la virtù, illuminava la creazione come una torcia e rivelava l’essenza segreta e bianca degli esseri. Che cosa speravate nel togliere il bavaglio che chiudeva queste bocche nere? Che intonassero le vostre lodi? Queste teste, che i nostri padri avevano piegato con la forza fino a terra, pensavate forse che, quando si fossero risollevate, vi avrebbero guardati con occhi adoranti? Ecco degli uomini neri in piedi, che ci guardano e io vi auguro di sentire, come me, l’emozione profonda di essere visti.” (Jean Paul Sartre, Orphée Noir, prefazione dell’Anthologie de la Nouvelle poésie nègre et malgache de langue française di Léopold Sedar Senghor, Parigi, PUF, 1948)

Precisiamo subito che il termine nero non rimanda a nessun colore in particolare. Come più tardi dirà Fanon, si tratta innanzitutto di esprimere un’umanità. Come nell’Inghilterra degli anni 1980, quando la parola black riuniva in una medesima problematica tutti coloro che non avevano origini britanniche, compresi, in una determinata epoca, anche i greco-ciprioti, bisogna intendere la parola nero come una metafora. Come il grido che chiama a raccolta tutti coloro che Fanon aveva battezzato i dannati della terra. Dunque, bisognerà vedere, nelle parole di Sartre, un’opposizione tra le potenze coloniali e i popoli colonizzati. L’emozione profonda di essere visto, perciò, non è più soltanto esperienza ontologica, ma si inserisce in un’impostazione politica che inesorabilmente condurrà alle indipendenze. Annuncia l’avvio di un processo di presa di coscienza in colui che vede. Se il dominatore del passato è l’oggetto di questa nuova acuità visiva, deve subirla passivamente oppure trasformarla in elemento di riflessione. Ma il dominatore del passato qui dovrebbe avere soltanto un ruolo secondario. Spetta a lui interiorizzare o meno i cambiamenti che la sua improvvisa oggettivazione supporrà. La storia degli anni successivi al colonialismo tenderebbe a provare che l’Occidente è stato incapace di fare propri i nuovi rapporti di forza instaurati dall’avvento di nazioni nuove e indipendenti, le cui aspirazioni non potevano più corrispondere ai progetti egemonici e monolitici che erano stati imposti fino a quel momento. Ma lasciamo perdere l’Occidente. Qui il nostro obiettivo non è fare la psicanalisi dei dominanti del passato, ma esplorare i meccanismi che implicheranno un’emancipazione intellettuale del continente nero, successiva all’emancipazione politica. La facoltà di veder rovesciare le vecchie posture e lo status quo che regnavano, trasformando l’ex-colonizzato in un essere responsabile, la cui aspirazione a pensarsi e a proiettarsi nel tempo e nello spazio si manifesta con l’energia e l’urgenza legate a secoli di silenzio. In questo gioco di specchi, la trasformazione dello status dell’Altro induce un altro rapporto con se stessi. “Il mio corpo è insieme vedente e visibile. Guarda ogni cosa, ma può anche guardarsi, e riconoscere in ciò che allora vede ‘l’altra faccia’ della sua potenza visiva.” (Maurice Merleau-Ponty, L’occhio e lo spirito, traduzione dal francese di Anna Sordini, SE, 1989) nel momento in cui vede l’ex-colonizzato passare dal ruolo di oggetto a quello di attore e mettersi nella situazione di esercitare quel che Merleau-Ponty chiama appunto la sua “potenza visiva”. La fine della colonizzazione e l’avvento delle indipendenze africane sono i primi effetti di questa metamorfosi che si distribuisce, a parte qualche eccezione, dagli anni 1950 fino all’inizio degli anni 1980, se non addirittura fino agli anni 1990, con la fine dell’apartheid e l’avvio del processo di pace in Angola.

L’emozione profonda di essere visto ha fatto nascere l’esigenza, per l’Africa, di pensarsi e di lanciare dei riferimenti (liberi dalla scorie di una storia dalla quale è stata assente per troppo tempo) nell’esperienza esistenziale dell’invenzione. Negli anni precedenti alle indipendenze alcuni pensatori si sono fatti carico della teorizzazione di questa volontà di disalienazione. Precursori come W.B. Dubois e successivamente Aimé Césaire oppure Frantz Fanon, per citarne solo alcuni, si sono impegnati a costruire un sistema critico specificatamente riferito agli ex-colonizzati. E se a volte il continente dà l’impressione di una cronica impotenza, non bisogna leggervi l’incapacità di farsi carico del proprio destino, quanto piuttosto la conseguenza dei soprassalti inerenti a un processo reso complesso dalla ridistribuzione effettuata sul mappamondo, nonché dai giochi delle grandi potenze economiche. Comunque sia, è in corso una riflessione politica su quel che dovrebbe essere ciò che Achille Mbembé ha chiamato la post-colonia. Le disillusioni conseguenti agli anni 1960 e la fine di un certo numero di miti ci permettono oggi di redigere l’inventario dei cinquant’anni appena trascorsi, allo scopo di trarne degli insegnamenti. Se appare che l’economia e la politica fatichino ancora a definire una metodologia originale, la riflessione avviata nell’ambito dell’arte contemporanea sin dall’inizio degli anni 1980 produce invece effetti tangibili. Le biennali di Dakar o di Bamako, la nuovissima triennale di Luanda, le pubblicazioni, quali l’emblematica “Revue Noire”, il “CoArtNews”, “Nka” oppure “Arts South Africa” hanno creato le condizioni per un dibattito endogeno, senza il quale la nozione di arte africana contemporanea sarebbe rimasta un’astrazione priva di fondamento. È tramite queste esperienze che veniva illustrato quel che Sartre, ha chiamato l’esilio da sé: «L’araldo dell’anima negra è passato per le scuole dei bianchi, secondo la ferrea legge che rifiuta all’oppresso tutte le armi che non è riuscito a rubare all’oppressore: e proprio grazie all’urto con la cultura bianca la negritudine è passata dall’esistenza immediata allo stato riflesso. Ma nello stesso tempo il poeta, più o meno, ha cessato di viverla. Scegliendo di vedere quello che è, si era già esiliato da sé. » (Jean-Paul Sartre, Orphée Noir, prefazione dell’“Anthologie de la nouvelle poésie nègre et malgache de langue française” de Léopold Sédar Senghor, Parigi, PUF, 1948
Orfeo Negro, in “Che cos’è la letteratura”, Traduttori vari, Milano, NET, Gruppo editoriale il Saggiatore, 2004)

Probabilmente, l’esiliarsi da sé rappresenta il risveglio alla coscienza artistica. Questo, innanzitutto, significa che siamo in grado di prendere questa distanza, indispensabile per qualsiasi realizzazione. E da qui deriva l’importanza di trovare una lingua adattata all’espressione di un mondo di sensazioni, in armonia con una storia che sfocia verso un progetto originale. Non nel dimostrare in maniera oltranzista il controllo di nuovi strumenti, ma nel rendere adeguati un messaggio e un’estetica che ne sarebbero il veicolo. La semplice riproduzione di concetti importati non è sufficiente. Sdoppiandosi, l’africano si è obbligato a guardare con occhio critico gli altri e se stesso, a re-inventarsi e a decostruire le percezioni, endogene ed esogene. In altre parole, è obbligato a riscrivere la propria storia con un vocabolario e una sintassi che aprono prospettive inesplorate. L’esistenza di una creazione contemporanea in Africa è possibile pagando questo prezzo. È per questo motivo che Check List non ambisce ad essere soltanto una mostra. Quale importanza potrebbe rivestire l’ennesima mostra africana se non si fonda sul passato per portare ancora un po’ più oltre il dibattito a proposito dell’Africa? A chi interessa ancora “scoprire” nuovi artisti che potrebbero essere integrati nel sistema? Il Padiglione africano, aperto per la prima volta ufficialmente nell’ambito della programmazione della Biennale di Venezia, esige la creazione di uno spazio di riflessione, di confronto, di proposta. Uno spazio dove ognuno è invitato a guardare le opere e il modo in cui esse sono presentate, per quello che esse sono e non per quel che si vorrebbe che esse fossero. Vogliamo rivolgerci ai sensi e al senso. Ai corpi e agli spiriti. Si tratta di un progetto, ne siamo consci, modesto e arrogante allo stesso tempo, perché rifiutiamo di credere che esista una buona arte o una cattiva arte, oppure un’arte africana la cui esistenza è parallela a quella dell’arte mondiale. Check List vuole essere un manifesto il cui obiettivo essenziale è l’espressione, lontano dai modi o dalle convenzioni stabilite al fine di poter finalmente continuare questa storia che rifiutava di manifestarsi alla memoria dell’artista El Anatsui, che, alcuni anni orsono, scriveva “L’ultima volta che ti ho scritto a proposito dell’Africa / ho adoperato una pergamena intestata / Nella lettera ci sono numerosi spazi vuoti… / Alcuni di quegli spazi posso riempirli oggi, perché… / Sono invecchiato.” (El Anatsui, in “International Review of African American Art, 9”, n°3, citato da Simon Njami in “El Anatsui: A Sculpted History of Africa”, Saffron Books & October Gallery, Londra, 1998)

Testo di Simon Njami e traduzione dal francese di Carla Toffolo

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Cominciamo dal titolo

La traduzione del testo mi lascia un po’ perplessa. Chissà se sono previsti altri cambiamenti. Il titolo è la cosa più palesemente sbagliata: L’emozione profonda di essere visto dovrebbe essere la traduzione di Le saisissement d‘être vu. Visto che il mio francese va più a spanne e impressioni che conoscenze tecniche sono andata a controllare. Già a naso, qualcosa proprio non quadra, ma quando ho visto che un dizionario traduce saisissement con “sensazione improvvisa di freddo, sbigottimento” sono venuti a me i brividi. Uf, mi pare una traduzione un po’ lontana da come Simon Njami aggredisce il mondo.

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