Fernando Alvim

Inserito da iopensa il Ven, 2007-04-06 19:14

- Pronto? Riconosci la mia voce?
Oddio, penso tra me e me, un altro giornalista senegalese incontrato ad una conferenza, di cui non so il nome, non so il cognome, non so nemmeno se fa veramente il giornalista, ma ho fatto il tragico errore di dargli il mio numero di telefono. Accidenti, chi l’avrebbe mai detto che mi avrebbe chiamato. Accidenti, finisco sempre per dare il mio numero di telefono a dei giornalisti alcolizzati. – Pronto? La mia voce non ti dice proprio niente?
Un suono cavernoso emerge dagli abissi. – Non ti dice niente? Luanda? Bruxelles?
Mmm, o è un giornalista veramente ubriaco oppure è... – Fernando!
Il seguito della telefonata è piuttosto incomprensibile. Venezia? Sì, vivo a Milano. Biennale di Venezia? Sì, sono informata, so che sei il curatore del Padiglione dell’Africa alla Biennale di Venezia: Fernando Alvim, Simon Njami con la collezione Sindika Dokolo. Pasqua? Posso anche venire a Pasqua a Venezia.
Oddio, Pasqua a Venezia. Una dermatite compare improvvisamente sulle mie braccia. Va beh, Pasqua a Venezia, ne parlerò con Matteo. Alla fin fine gli è anche andata bene, poteva essere Pasqua a Cinisello. Tutto sommato Venezia non è male, se non fosse per il traffico. Possiamo andare in Eurostar, ma su quell’autostrada pedonale per “Rialto —> “...
Mentre sto ancora pensando a come Matteo affronterà l’intera questione, Fernando prosegue: vuole darmi delle informazioni.
Mmm, forse è veramente un giornalista ubriaco. Perché Fernando Alvim mi chiama per invitarmi a Venezia il giorno di Pasqua per darmi delle informazioni sul Padiglione dell’Africa alla Biennale? Perché quel cospiratore di Fernando Alvim chiama proprio me? Mmm, mi devo distrarre dal pensiero di Matteo furioso il giorno di Pasqua a Venezia che vaga con un dépliant di qualche mostra di un incisore fiammingo in mano, per concentrarmi completamente su quel cospiratore rivoluzionario di Fernando Alvim.

Dal primo giorno che l’ho incrociato (Biennale di Dakar 2002) non fa altro che inveire: ogni volta che lo incontro è impegnato in animate discussioni politiche, ideologiche, politiche, soprattutto politiche. Un predicatore, un propagandista, in effetti un artista geniale. E’ più forte di me, per Fernando Alvim ho proprio una passione. Esagerato, fuffoso, fanfaroso (e decisamente cattivo), ma niente da dire: onestamente e grandiosamente visionario. La Triennale di Luanda è secondo me un progetto tanto strampalato (e spesso inconsistente) quanto immenso e portante, e avvincenti e intensi sono Memorias Intimas Marcas, Next Flag, Camouflage e Co@rtnews. Quello che mi piace sono proprio i suoi progetti, il suo modo di montare aziende, agenzie di produzione, collezioni; costruisce reti, smuove capitali, contamina, scuote. Mi piace come gestisce il mondo. Come è il suo mondo, come diventa il suo mondo, ma anche come è capace di attivare persone perché quel mondo diventi anche il loro. Ha un carisma fuori dal comune e soprattutto non ha paura di sparare alto. In fondo le buone idee non necessariamente costano più delle cattive idee. E lui ha grandi idee. Trasformeremo il pianeta, lo dirò davanti a tutti, rovesceremo i poteri, ci posizioneremo, gli africani, l’Africa, lì bisogna guardare, lì si fa la storia. Non credo che siano veramente le sue parole, ma l’atmosfera è sempre da carbonari. In un salotto o intorno alla piscina, con Simon Njami che sorseggia un gin-tonic, Fernado Alvim predica in Senegal un catalogo della Biennale di Dakar senegalese, con stampatori senegalesi, staff senegalese, trasportatori senegalesi… sì, tutti senegalesi! Ci si sente in mezzo ad un onda in piena, The Big One, quella che se si fosse un po’ meno nerd si aspetterebbe da una vita. Si ha la sensazione che nella googlemap cresciuta nella nostra testa si intersechino frecce interplanetarie che collegano Bruxelles a Luanda, Luanda a Cape Town, Douala a Rotterdam, Il Cairo alla Svezia… e noi goffamente cavalchiamo la visione.
Ovviamente ci si rialza ubriachi, pronti a tornare ai problemi di mutuo e al recupero crediti, ma non Fernando. Lui ci riesce, lui sono anni che – altro che surfisti – è sulla strada: macina chilometri, viaggia, si trasferisce, si mette d’accordo con imprese, progetta spazi espositivi, si fa prestare immobili, anima dirigenti d’aziende, accoglie visitatori e residenti esteri, fallisce, ha successo, inizia, smette, compra opere, programma esposizioni, conferenze, attività didattiche. Insomma, ha montato una Triennale e non è per entusiasmo: per lui è una guerra. Sì, ogni tanto ride (o è piuttosto un ghigno), ma più che altro combatte. Perché per lui è tutta una questione bellica: poesia e politica.

Giulia dice che servono dei maestri. Io ho sempre creduto che serve una buona bibliografia. Ma se i maestri servono, credo che sceglierei quelli che sanno insegnare a non auto-censurarsi. Perché l’energia che dispensiamo nel frenarci è spesso più di quella che investiamo per puntare in alto. E in questo Fernando Alvim è un grande maestro. Vado a Venezia.