Dominique Malaquais

Inserito da iopensa il Sab, 2007-03-31 17:36

In assoluto la migliore analisi dell’opera di un’artista che ho sentito. Non solo qui.
Dominique Malaquais ha presentato il lavoro di Malam. Eccezionale. Ha decodificato la produzione dell’artista attraverso l’effimero. L’effimero è diventato l’elemento chiave: effimere le opere, la vita come stato effimero, effimera la condizione dell’esistenza illegale di Malam in Francia.

Avevo già sentito delle conferenze di Dominique Malaquais e ho letto alcuni dei suoi testi, ma non mi avevano completamente convinto. Ottima oratrice, ottima scrittrice, ma trovavo le osservazioni un po’ sproporzionate. In un articolo (che avevamo pubblicato nel dossier Ars&Urbis di Africa e Mediterraneo) partiva dall’analisi di un oggetto per raccontare la città, Douala, la mobilità nel continente. Il problema era che l’oggetto era pessimo e mal fotografato. Stimolava il racconto, ma non era in realtà all’altezza del racconto.

Poi avevo sentito una breve presentazione su Malam all’Africa Centre. Per questioni di tempo aveva mostrato e commentato solo un’opera, un’opera esposta a Nantes all’interno di un’esposizione collettiva. La sua lettura del lavoro però era troppo: troppe informazioni, troppe interpretazioni, troppi riferimenti esterni. Il lavoro di Malam era sotterrato e soprattutto dimostrava che non era all’altezza dell’interpretazione.

Questa volta è andata molto diversamente. E’ partita dal lavoro dell’artista e l’ha totalmente e profondamente valorizzato. Ha costruito il suo discorso su una decina di opere, mostrando la loro forza e la loro coerenza. Coerenza, non banalità. Non ha parlato di morte, ma di effimero: non è ovvio. Le scelte lessicali erano accuratissime ed è riuscita a creare una presentazione con un linguaggio realmente “contemporaneo”. Non so bene cosa significhi nemmeno io, quello che è certo è che si capiva benissimo che Malam è vivo (vivo, presente, vicino) e che il suo lavoro è rilevante (rilevante, denso, evocativo). Un’altra cosa interessante è che la presentazione si nutriva di competenze disciplinari e chiavi di lettura molto diverse. Forse mancava un’attenzione comparativa al linguaggio di Malam, ma allo stesso tempo il suo linguaggio era talmente al centro dell’analisi che non si aveva l’impressione che fosse un elemento marginale o sottovalutato, tutt’altro. Forse è semplicemente e propriamente un’analisi “interdisciplinare”: niente a che vedere con una panoramica superficiale che strizza l’occhio a varie discipline, ma un approfondito e limpidamente complesso racconto che riesce ad includere nella sua narrativa riferimenti, approcci e un lessico assorbito e rielaborato da una cultura fluida, finalmente libera dalla struttura a sussidiario alla quale siamo un po’ tutti assuefatti.

Anche il saggio su La Nouvelle Liberté di Sumegne di Beautiful Ugly (una raccolta pubblicata dalla Prince Claus Fundation) è molto brillante, ma credo che questo testo sia eccezionale. Penso che tutti gli artisti meriterebbero un’analisi del loro lavoro di questo livello. E se i cosiddetti “artisti africani” fanno fatica ad entrare nel gioco è forse perché non ci sono abbastanza analisi del loro lavoro di questo livello.