Articolo. Dak’Art 2002 – 10 anni di esperienza

Inserito da iopensa il Dom, 2002-09-01 12:00

Versione originale di Dak’Art 2002 – 10 anni di esperienza in “Africa e Mediterraneo”, n. 1-2/02 (39-40), settembre 2002, pp. 86-88.

La Biennale di Dakar al suo decimo compleanno sfoggia cambiamenti. Aumentano le installazioni, aumentano le esposizioni laterali e aumenta il pubblico, impegnato a discutere l’identità e il futuro di questo unico esempio di Biennale Panafricana.

Dak’Art espone solo opere di artisti con il passaporto africano: i partecipanti inviano un dossier e la giuria internazionale sceglie. Le tavole rotonde e le conferenze servono poi – come ad ogni edizione della Biennale – per stabilire se esiste una “africanità” ed eventualmente teorizzarla e promuoverla. Per i critici d’arte contemporanea africana la Biennale di Dakar deve infatti essere una biennale delusione: mai che si riesca a trovare un elemento comune tra tutte le opere esposte, ed è probabilmente questo il merito e la grande ricchezza di chi possiede un passaporto africano.

A Dakar per un mese sfilano così artisti per tutti i gusti e per tutte le tasche: professionisti di fama internazionale, artigiani, amatori e giovani promettenti. Intorno a loro – ciascuno intento a cacciare la sua preda – gironzolano curatori internazionali, giornalisti, critici, etnografi con gallerie a New York e Parigi, volontari impegnati nel sociale e qualche personaggio animato da spirito rivoluzionario. In questa avvincente esposizione ricca di opportunità di scoprire ed essere scoperti, gli artisti africani dialogano con l’Occidente (speranza per una ricca carriera) e si interrogano su confini e ferite, su isolamento e indifferenza.

Il nigeriano Emeka Udemba ha costruito due corridoi. Da una parte il pavimento è ricoperto con terra fertile e rose rosse: l’ingresso è riservato a “US and EU-Citizens”. Di fianco invece, un altro cartello indica l’accesso destinato a “Others”: per terra c’è sabbia e appuntiti pezzi di vetro e metallo.

Un’altra nigeriana, Otobong Edet Nkanga, presenta un’opera composta dalla fotografia di un campo di calcio disegnato sulla pianta dei suoi piedi e da una scultura che rappresenta un altro campo di calcio tagliato a metà. L’immagine era stata realizzata nel 1999 in occasione di una partita in Francia, nella quale l’artista giocava allo stesso tempo per entrambe le squadre: la fotografia dei suoi piedi bloccati dal disegno è una traccia della performance, non tanto diversa dalla sua vita, giocata tra Lagos, Parigi ed Amsterdam.

Moataz Nasr (premio rivelazione della Biennale di Dakar) espone un video dove dei volti – proiettati su una pozzanghera – svaniscono schiacciati da un anonimo passante. La stanza di The Water è preceduta da una atrio con zerbino ed è interamente dipinta di nero; il pavimento è coperto da plastica trasparente ed acqua. Come nella video-installazione presentata al Cairo, l’artista egiziano lascia la parola a dei volti muti, presenze che alludono ad “assenze”, ovvero all’indifferenza, malattia internazionale.

Interessanti anche i lavori di Faissal Ben Kiran e Safaa Erruas, due artisti marocchini: il primo ha accostato griglie metalliche appesantite da vernice bianca; la seconda ha invece fissato alla parete cotone e spilli, quasi fossero delicati rimedi a tante ferite.

Molto più aggressivo è lo stile di due sudafricani, Lisa Brice e Rodney Place, protagonisti di un’attiva critica sociale e politica.

Grande successo di pubblico per l’opera di Dominique Zinke intitolata Malgrado tutto, dove un uomo di corda è sdraiato su un letto d’ospedale, ben nutrito da flebo colorate sulle quali sono scritti i nomi di una trentina di organizzazioni umanitarie.

Il commissario della giuria N’Goné Fall (tra i primi redattori della prestigiosa e ormai morta “Revue Noire”) è stata incaricata dalla Biennale di curare una mostra con tre artisti africani. Il risultato è un’ottima esposizione che rappresenta felicemente proprio quello che l’Africa è: un’idea dai confini nebulosi, alla quale sono legati artisti contemporanei interessanti. Amahiguere Dolo presenta sculture di legno e disegni dove tradizione e inventiva convivono allegramente; Berry Bickle fotografa piedi per ritrarre una città africana instabile e un po’ infangata, ma sostenuta da una pesante cornice metallica; Aimé Ntakiyica crea punti di vista, giocando sul visibile e l’invisibile con un tessuto cinematografico e un video.

Uniche eccezioni non africane – ma non per questo particolarmente interessanti – sono le mostre curate da due commissari della giuria: Bruno Corà, direttore del Museo Pecci di Prato (incaricato di scegliere senza restrizioni; ha scelto Franz West, Jannis Kounellis e Jaume Plensa) ed Ery Camara, museologo senegalese-messicano e presidente della Biennale di Venezia del 2001 (incaricato di scegliere artisti della diaspora africana; ha scelto Mushana Ali, Mario Lewis e José Angel Vincench). La prima esposizione è accattivante per la splendida sede: il Palazzo di Giustizia di Dakar, chiuso per l’instabilità dell’edificio e ancora arredato con scartoffie abbandonate; la seconda esposizione ha acquistato prestigio grazie alla lunga attesa prima dell’apertura (tre giorni e un’ora) e per tre case tradizionali africane piantate in mezzo alla città (opera dall’artista afro-americana statunitense Mushana Ali).

La Biennale di Dakar è anche l’occasione per una vivacissima sfilata di esposizioni non ufficiali, quest’anno ben 99. Molto interessante e molto ben allestita è La Terre est à nous, esposizione di artisti, fotografi, stilisti, disegnatori e designer della Costa d’Avorio, a cura di Yacouba Konaté. Divertente e senegalese è il breve film d’animazione di Ndoye Dout’s che ritrae il quartiere popolare della Medina, vivacemente animato dai suoi abitanti, dal caos e dai rifiuti. Invitato dal curatore Mauro Petroni, l’americano Jack Sal ha fissato su due alberi il sogno di partenza di tanti giovani senegalesi: due barca nei cortili di due scuole, pronte per salpare ma inevitabilmente legate a dei rami. Suggestiva è poi l’opera di Olga Kisseleva creata in collaborazione con gli studenti della scuola d’arte: delle fotografie di senegalesi con gli occhi azzurri (gli occhi dell’artista russa) sfilano proiettate su un muro della Medina.

La scelta della sede espositiva ha un’importanza centrale per la riuscita delle mostre: il rapporto tra le opere e Dakar – straordinariamente diversa da una città europea – può infatti diventare la chiave per il successo della Biennale. Permettere agli artisti di produrre opere site specific, riorganizzare il sistema di selezione con l’assistenza di curatori africani e facilitare l’accesso alle informazioni, potrebbero essere alcuni passi per rendere Dak’Art realmente competitiva e centrale nel panorama dell’arte contemporanea, garantendole un lungo futuro.

La Biennale di Dakar, dal 10 Maggio al 10 Giugno 2002. Fiera CICES (Esposizione Internazionale), Museo dell’IFAN (Esposizione a cura di N’Goné Fall), Area VEMA (Salone del Design), Vecchio Palazzo di Giustizia (Esposizione a cura di Bruno Corà), Casa della Cultura Douta Seck (Esposizione a cura di Ery Camara ed Esposizione Retrospettiva), Galleria Nazionale (Omaggio a Gora M’Bengue).