Senegal: Cultura e Politica

Inserito da iopensa il Gio, 2006-12-21 09:05

Dakar è in piena trasformazione. Villette in stile brianzolo costruite dagli emigrati senegalesi, gigantismo architettonico e urbanistico del presidente, una biennale d’arte sempre più visibile e visitata dal pubblico internazionale, il sogno politico di una nuova edizione del Festival Mondial des Arts Nègres. Gli artisti e intellettuali senegalesi sembrano spiazzati dal nuovo Senegal di Wade e rispondono parlando al mondo.

Siamo nel 2000, Rémi Sagna – segretario generale dell’evento – introduce la conferenza stampa della quarta edizione della biennale d’arte africana contemporanea di Dakar, la più grande e prestigiosa manifestazione culturale dell’Africa sub-sahariana. “Fino all’ultimo non eravamo sicuri se la Biennale avrebbe avuto luogo” – dichiara Rémi Sagna – “sapete, quest’anno ci sono state le elezioni”. “Ma in tutti i paesi ci sono le elezioni!” – esclama stizzito il curatore e presidente della giuria David Elliot, irritato probabilmente più dalla disorganizzazione dell’evento che dalla situazione politica nazionale. Forse – si osservano perplessi i giornalisti presenti – ma chissà cosa succederà adesso.

Abdoulaye Wade sale in carica il 1 aprile del 2000. La biennale apre i battenti il 5 maggio. Artisti, curatori e operatori culturali senegalesi aspettano con ansia il discorso del loro nuovo capo di Stato. “Il presidente del Senegal è il patrono degli artisti” – dichiara Wade sorridente e benedicente. Scroscio di applausi, gioia, entusiasmo e incitamenti si riversano nella sala del Teatro Sorrano, arredato a festa per l’inaugurazione. Forse, sognano i presenti, riaprirà il museo Dynamique, forse ci saranno nuovi finanziamenti alla cultura, forse ci sarà un ritorno alle glorie culturali dell’epoca di Senghor. Forse.

Léopold Sédar Senghor parlava costantemente di cultura, investiva su artisti e intellettuali, considerava le arti come un veicolo per una nuova percezione del Senegal e dell’Africa, come uno strumento ideologico per costruire una nazione e darle una posizione di rilievo nel continente e nel mondo. Ma osservando a distanza di tempo l’approccio di Senghor ci si rende anche conto di com’era fagocitate e invadente il suo ruolo. I creativi erano sì sostenuti dallo Stato, ma erano anche scelti dallo Stato: gli artisti dell’Ecole de Dakar venivano presentati e esportati come immagine del governo e della négritude, lasciando poco spazio ad una reale sperimentazione e libertà d’espressione. Paradossalmente gli artisti acquistano molta più libertà sotto il presidente Diouf, che sale al potere durante la crisi economica degli anni Ottanta. Viene chiuso il Village des Arts, il Museo Dynamique viene convertito a Palazzo di Giustizia, ma soprattutto sparisce dai discorsi presidenziali l’accenno costante all’importanza della cultura. È proprio in questo momento che i creativi si attivano con forza: orfani del patrono delle arti, sono loro ad aprire gallerie, atelier e spazi indipendenti, sono loro ad organizzare e a partecipare a workshop e network internazionali, e sono loro a volere una biennale.

Siamo nel 2006, sei anni e tre biennali dopo le elezioni di Wade. Niente museo Dynamique, niente nuovi finanziamenti, niente appoggio agli artisti. Solo una voce circola nell’aria dal 2004: il presidente vuole una nuova edizione del Festival Mondial des Arts Nègres, organizzato per la prima volta da Senghor nel 1966. Porta del Millennio, Monumento del Rinascimento Africano, nuova viabilità, piani strategici a lungo termine: il gigantismo estetico del presidente Wade sembra invadere l’architettura dell’intera Dakar e il progetto del festival si integra perfettamente nel quadro. E gli artisti? E gli intellettuali? Il presidente si appoggia al suo architetto e consulente Pierre Goudiaby Atépa, si affida a costruttori coreani, prende da sé l’iniziativa. Sotto Wade – il tanto atteso presidente del cambiamento – i creativi senegalesi sembrano ancora aspettare, volgendo lo sguardo altrove. Non è il Senegal ad essere oggetto dell’analisi (non lo è mai stato), ma il vasto mondo. Mansour Ciss Kanakassy propone una moneta unica per l’Africa nel suo AfroProject (http://www.deberlinisation.de), Kan Si osserva gli effetti della colonizzazione, così come Ndary Lô e Mara che si concentrano sulla storia e la geopolitica contemporanea.

L’associazione GAW (http://www.gawlab.net) organizza nel 2005 l’intervento urbano Action Bottle Boy nel centro di Dakar (http://www.gawlab.net/bottleboy). Un gruppo di artisti producono opere riciclando bottiglie di plastica trasparenti e adottando i tappi multicolori progettati dal Walking-Chair Design Studio di Vienna, che permettono di collegare tra loro, non solo le bottiglie, ma anche il progetto ad una rete internazionale. Un atto artistico, ma anche un atto politico che riecheggia il lavoro di Sét Sétal (un’iniziativa per rendere pulita Dakar lanciata negli anni Novanta) e attiva i creativi senza distinzione di formazione, sesso o età. L’associazione – diretta da N’Goné Fall, Sylviane Diop e Karen Dermineur – punta sul digitale, l’open source e l’uso di internet come veicolo per coinvolgere e iscrivere i produttori senegalesi in una rete mondiale. Nel 2006, durante la Biennale, GAW avvia un laboratorio multimediale nel Pen’Art Jazz Club. Con un budget limitatissimo e delle collaborazioni con fornitori e uomini d’affari di Dakar, l’organizzazione riesce a svincolarsi dal sistema dei finanziamenti governativi e internazionali, producendo in piena libertà uno spazio di sperimentazione animato da conferenze, proiezioni video e WJ, performance che mescolano e fanno ballare siti internet su una parete di monitor.

L’interesse per il digitale, la tecnologia e l’espressione è il centro d’attenzione di tutta una generazione di progetti avviati a cavallo del nuovo secolo. Mentre si fanno largo i centri telefonici (basati su sistemi voip di telefonia internet), aprono i battenti i progetti sperimentali di Métissacana (http://www.metissacana.sn, la celebre galleria multimediale creata nel 1996 dalla stilista Oumou Sy e da Michel Mavros e Alexis Sikorsk), il Forut Media Centre (http://www.forut.no, uno spazio di formazione audiovisiva inaugurato nel 1997 e finanziato dalla cooperazione norvegese), Groupe 30 Afrique (http://www.africinfo.org, un network panafricano promotore nel 2000 di AFRICINFO, un sistema di informazione culturale focalizzato sul continente) e Kër Thiossane (http://www.ker-thiossane.com, una residenza d’artisti e centro di produzione avviata a Colobane nel 2002 e sostenuta dalla Daniel Langlois Foundation for Art, Science, and Technology http://www.fondation-langlois.org e dal network Artfactories http//www.artfactories.net). L’attenzione si sposta sulla rete per contribuire a influenzare e trasformare il mondo, non solo il proprio Paese.

Bibliografia selezionata


Harney, Elizabeth. In Senghor’s Shadow: Art, Politics, and the Avant-Garde in Senegal 1960-1995, Duke University Press, Durham & London, 2004, pp. 316.
Boisdur de Toffol, Marie-Hélène. Politique culturelle au Sénégal in Anthologie de l’art africain du XX siècle, Paris, Editions Revue Noire, 2001, pp. 230-237.
Snipe, Tracy. Arts and Politics in Senegal 1960-1996, Asmara-Trenton, Africa World Press, 1998, pp. 174.
Sylla, Abdou. Arts Plastiques et Etat au Sénégal: Trente Cinq Ans de Mécénat au Sénégal, Dakar, IFAN-Ch.A.Diop, 1998, pp. 167.

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