Intervista a Khwezi Gule

Inserito da iopensa il Mar, 2006-09-26 12:38
Intervista a Khwezi Gule

Appunti presi durante l’intervista, Cape Town, 26 settembre 2006

CAPE Not Another Biennale


CAPE intervenire in diverse piattaforme. Intervenire ovunque dove si può. Aprire anche spazi per neri. Non solo per ottenere una partecipazione ma anche per cambiare le idee e le mentalità. Ci sono persone con livelli diversi di cultura visiva. Avvicinare persone anche con altri sistemi. Pubblicazione che include anche una parte teorica e di discussione. Coinvolgere pubblico. Stazione, musei, Bed&Breakfast, stanze di alberghi. Muoversi attraverso la città. Ognuno aveva la sua lista degli artisti che gli interessavano e si è negoziato. È stato un processo di consultazione. Io avrei avuto avere solo nuovi artisti ma è molto difficile avere solo nomi sconosciuti. Era anche importante avere nomi noti. La ricerca è stata realizzata attraverso contatti e i propri network. Durante la visita alla Biennale di Dakar anche altri curatori hanno suggerito nomi di artisti, per esempio artisti del Nord Africa. Ci sono regioni dell’Africa di cui sappiamo poco, tipo la produzione di Mozambico e Nigeria. Ci siamo anche affidati a collaboratori e consulenti. Nel progetto sono state pianificate anche alcune produzioni di nuovi lavori. In particolare performance. Alcuni artisti portano la lo produzione. Hanno scelto quello che considerano il loro miglior lavoro. È stata anche una decisione con gli artisti. Abbiamo anche chiesto cosa l’artista poteva offrire, considerati i tempi della mostra.
E-Kapa Non si capiva esattamente cos‘è CAPE, come organizzazione. Si voleva sapere chi c‘è dietro, quale è la visione e quali sono le intenzioni. E c‘è una lunga storia di diffidenza visto che ci sono troppi progetti che vanno e vengono.
Capisco l’idea di non voler fare una biennale – – CAPE non è solo un evento con network internazionale, è anche ricerca, archivio, impatto sul locale. È un po’ più ambizioso di una biennale. L’impressione però è che cerchiamo di fare più di quanto non riusciamo a masticare. Ci vuole tempo, questo è un processo che si costruisce, creando partenariati con istituzioni, con persone. Le struttura deve crescere e bisogna acquisire le competenze.
CAPE ha ricevuto pochissime application. Troppa responsabilità. Molti erano riluttanti all’idea di investirsi in una nuova organizzazione. In una cosa nuova non ci salti dentro. Aspetti e vedi cosa succedere. In effetti ancora ora non sappiamo esattamente cosa sia questa nuova cosa. La conferenza ne ha data un’idea e alcuni hanno visto che il treno ha cominciato a muoversi. Ma questa posticipazione dell’evento ha fatto bene.

CAPE e l’Africa


Un progetto come quello di CAPE può trasformare idea sull’arte dell’Africa. Il Sudafrica è un satellite dell’occidente. Invece è interessante ridirigere e allargare il focus su altri paesi africani. Come strutturare il cambiamento anche all’interno delle istituzioni e dei network. Bisogno di infrastrutture e di uno spazio dove il loro lavoro viene apprezzato. Ma anche riconoscere infrastrutture che non sono note. Ci sono collegamenti tra l’Occidente e l’Africa ma non all’interno dell’Africa. Ci sono poche relazioni Africa-Africa e poco viene fuori da queste relazioni. Ci sono state importanti esposizioni sull’Africa, ma queste non sono venute in Africa e gli artisti africani sono poco conosciuti. Con artista africano intendo anche l’artista che parla dell’Africa, può essere un artista della diaspora. Per noi è importante dare spazio agli artisti che lavorano sul continente, non solo quelli avvalorati dall’arena internazionale.

Fotografia di James Oatwat