Cape: Not Another Biennale (Domus)

Inserito da iopensa il Gio, 2006-10-05 12:15

Città del Capo si prepara per una biennale. Programmata, posticipata, desiderata e tanto criticata, TransCape è ora prevista dal 24 marzo al 2 maggio 2007. Ma avrà luogo? Poco importa: già esiste. Con i suoi cinque anni di storia, Cape ha inventato se stessa. Un’idea, un bisbiglio, un eco, un progetto di comunicazione con una grafica avvincente affiancato addirittura da un trailer, indispensabile per decidere se guardare il film. “The world has become a global village” – annuncia la voce narrante – “where nations converge engage and celebrate culture”. A questo Venezia, Dakar, Il Cairo, Istanbul, San Paolo, L’Avana (etc.) esplodono nel video su una mappa globale, seguite da frecce interplanetarie che puntano sul Sudafrica e sull’alba di “Cape: Not Another Biennale”.

Nel 2002 Susan Glanville-Zini avvia una ricerca promossa dalla compagnia aeroportuale sudafricana in collaborazione con la città di Cape Town. Nessuna scoperta eclatante, solo la considerazione che una nuova manifestazione – dopo il prematuro decesso della Biennale di Johannesburg (1995 – 1997†) – potrebbe incentivare il turismo. La prima presentazione pubblica desta più sospetto che entusiasmo. La gente si interroga su cosa porterà, su chi coinvolgerà, su cosa ci fa una di Johannesburg a Cape Town a predicare una biennale iscritta nel contesto locale. Ma, proprio come sottolinea il sottotitolo, Cape non è un’altra biennale: propone una conferenza che si alterna ad una grande esposizione organizzata ogni due anni (biennale?), un ricco panorama di mostre a latere, un programma permanente di sensibilizzazione sull’arte e un’attenzione al continente africano.

Dicembre 2005 apre le danze. Artisti, curatori e intellettuali internazionali si riunisco per Session eKapa, un dibattito animato da presentazioni, urla, insulti, lamentele e manifestanti con la faccia dipinta di nero che fanno il verso al logo dell’evento. “Si è trasformata in una questione politica” – commenta Peet Pienaar, autore del progetto grafico e designer del gruppo Daddy Buy Me a Pony (http://www.9november.co.za) – “L’immagine è stata analizzata oltre misura e usata per parlare di altri problemi. Noi cercavamo semplicemente un’icona che veicolasse un’idea di Africa contemporanea e di cultura hip. Non c‘è stata nessuna discussione, nessuno spazio per spiegare le nostre ragioni e nessun sostegno da parte degli organizzatori, che comunque avevano approvato il progetto”. “Il logo di Cape era offensivo” – spiega Khwezi Gule, uno dei manifestanti e co-curatore di TransCape – “E ci siamo chiesti cosa volesse proiettare l’evento con quell’immagine percepita da molti come provocatoria. Non credo che gli organizzatori si fossero interrogati a sufficienza sul significato di quel logo, ma anche sul senso di collocare i dibatti negli spazi dell’International Convention Centre (http://www.capetownconvention.com) e sul costo d’ingresso per i partecipanti”.

La questione dell’accesso sembra riaprire le tensioni provocate dalla Biennale di Johannesburg del 1997 e curata da Okwui Enwezor. Un evento accolto con grande entusiasmo dal pubblico internazionale ma duramente attaccato dagli artisti e curatori sudafricani. “La Biennale di Johannesburg ha aperto i battenti mentre la città dichiarava la bancarotta” – racconta Stacy Hardy, scrittrice e collaboratrice di Cape – “I problemi finanziari non si possono certo imputare al curatore, ma sicuramente l’evento aveva dei punti deboli. Dopo l’inaugurazione le sedi erano semivuote, con pochissimo pubblico locale, e tanti artisti sudafricani si sono sentiti alienati, esclusi. Forse guardando indietro un errore di Session è stato di non voler riaprire la discussione sulla Biennale di Johannesburg. Volevamo guardare avanti, ma evidentemente molte delle questioni non erano ancora state digerite e non avevano ancora trovato lo spazio per essere analizzate”.

Al di là degli attacchi, il dibattito mette in luce le potenzialità di Cape: la possibilità di costruire relazioni diverse con il cosiddetto Occidente, di sperimentare nuove strategie di rappresentazione della produzione africana, di promuovere la nascita di infrastrutture e di osservare la realtà sudafricana con uno sguardo rinnovato. “Dobbiamo smettere di accusare l’Occidente e cominciare a chiedere a noi stessi cosa possiamo fare. Dobbiamo pensare e agire come se vivessimo in uno stato di emergenza”: questa frase della curatrice N’Goné Fall pronunciata durante la conferenza rimbalza di bocca in bocca, diventando lo slogan più citato per il futuro di un evento che dall’Africa vuole guardare all’Africa attirando gli sguardi del mondo su Cape Town. L’ultimo giorno di eKapa, a grande richiesta, il programma delle presentazioni viene modificato affinché Susan Glanville-Zini – principale promotrice e manager dell’evento – sieda davanti al pubblico e faccia chiarezza su cos‘è e come funziona Cape.

L’immagine resta nebulosa: l’unica cosa che appare chiara è che Gavin Jantjes – direttore artistico selezionato tra i soli quattro candidati ad aver risposto ad un appello pubblico – ha il compito di curare un evento di arte e cultura contemporanea africana di respiro internazionale e di coinvolgere l’intera città. Peccato che in sette mesi, con un’organizzazione tanto criticata e con una strategia finanziaria debole sia impossibile aspirare a tanto.

Due curatori aggiunti – Khwezi Gule e Gabi Ngcobo – sono nominati e iniziano le ricerche con un sopralluogo alla Biennale di Dakar. Cindy Poole avvia il programma di sensibilizzazione sull’arte (arts awareness) con incontri settimanali, lezioni e conferenze; Storm Janse van Rensburg coordina X-Cape, gli eventi a latere di TransCape. Lo staff si allarga e la città si prepara a ricevere il tanto decantato pubblico internazionale.

Ventun sedi e più di sessanta artisti vengono selezionati. “Ci siamo concentrati su opere in un certo senso irritanti” – spiega Gavin Jantjes – “capaci di stimolare i sensi. Strutturare una mostra in diversi spazi permette di generare un intervallo temporale tra un lavoro e un altro, una comprensione e una lettura più articolata, ma anche di creare una serie di itinerari all’interno della città”. “Ma l’interazione con la città richiede più di un approccio coreografico” – mette in luce l’architetto Iain Low, docente dell’Università di Cape Town e direttore della rivista annuale “Digest of South African Architecture” – e TransCape corre il rischio, come tante biennali, di produrre delle interferenze che si esauriscono con il progetto.

Mentre l’ufficio riceve più di settanta proposte di esposizioni a latere, chiaro segno di un nuovo entusiasmo e coinvolgimento delle istituzioni cittadine, viene annunciato il cambiamento di data. “Cape Africa has taken a strategic decision to change the dates”: la manifestazione è posposta al 24 marzo 2007.

“Posporre l’evento sembra aver resto cosciente la gente di quello che una manifestazione simile può portare” – spiega Gabi Ngcobo. “Non credo che gli organizzatori si siano resi conto fino in fondo di cosa abbia voluto dire la posticipazione dell’evento per molte istituzioni di Cape Town” – controbatte il critico e curatore Andrew Lamprecht – “e, come ha sottolineato Sue Williamson nelle pagine di Artthrob, il successo o l’insuccesso della manifestazione avrà conseguenza sull’immagine di tutti”.

Mentre delusione e perplessità continuano a nutrire gli animi, il 27 settembre viene organizzato il Cape Art Circuit, un percorso tra le gallerie e i centri d’arte della città che, con o senza TransCape, continuano a produrre mostre e dibattiti. “Progetti come Cape nascono con la responsabilità di cambiare le cose” – sembra concludere l’architetto Mokena Makeka (http://www.makekadesigns.com) membro del comitato direttivo dell’evento – “Ma Cape è solo un fiammifero. L’inferno lo produrranno le persone che rispondono a quello che facciamo”.

Più che di fuoco, sarebbe forse più appropriato parlare di fumo. La Biennale Culture non è fatta solo di eventi, ma anche di idee di eventi. Progetti Cape – così come la Triennale di Luanda ideata da Fernando Alvim in Angola (marzo 2006) o DUTA, la Biennale di Douala diretta da Samuel Nja Kwa (seconda edizione marzo 2007) e SUD-Il Salone Urbano di Douala promossa da Doual’Art in Camerun (dicembre 2007), per citare solo alcuni esempi africani – sono progetti di comunicazione nutriti dall’immaginario delle biennali ed eventualmente (se la sorte e i finanziamenti collaborano) da mega-esposizioni. Ma ideare una biennale può essere più vincente che produrla, generando un dibattito e una visibilità che si concentra non solo su una manifestazione ma su un contesto più complesso di quanto non immaginiamo. E fa comunque bene al turismo.

Cape (http://www.capeafrica.org) ha prodotto un video promozionale e un documentario su Session eKapa. La rivista “Art South Africa” (http://artsouthafrica.com) ha dedicato alla conferenza numerose pagine del suo numero di autunno 2006 (volume 4, numero 3). La rivista online “Artthrob” (http://www.artthrob.co.za) ha pubblicato i commenti della direttrice e artista Sue Williamson e del critico e curatore Andrew Lamprecht. E per i pettegolezzi si può consulatare il blog “Art Heat” (http://artheat.blogspot.com).

Versione originale dell’articolo pubblicato su “Domus” 898 dicembre 2006 in italiano e in inglese. Bisogna registrarsi per poter consultare il testo.

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