Articolo. Dak'Art 2004 (Domus)

Inserito da iopensa il Ven, 2004-06-18 01:38

Licenza Creative Commons
Dak’Art 2004 by Iolanda Pensa is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported License.

Versione orginale dell’articolo pubblicato su “Domus” numero 871, giugno 2004.

La proprietaria mi osserva incredula: la ragazza che era seduta al tavolo con me sta fotografando la turca del ristorante, “un buco” – urla – “formidabile!”. Ci emozioniamo più del ragionevole di fronte alle cose che vediamo per la prima volta.

Una biennale senza memoria

Ad ogni edizione la Biennale di Dakar regala al suo pubblico internazionale il privilegio della scoperta. Dak’Art è un’esposizione panafricana con sei edizioni alle spalle, quattordici anni di storia ed una nascita ben ancorata al passato culturale senegalese. Poco importa, ogni due anni si ricomincia da capo. Nuovo, vecchio, normale ed eccezionale si confondono rimettendo ciclicamente in voga le stesse discussioni, osservazioni e perplessità. Ma non solo: tra i tanti “post” in cui ci si può posizionare, la Biennale di Dakar quest’anno si gode anche il post-documenta.

La nuova geografia

Oltre ad essere una mostra, Documenta XI di Kassel curata da Okwui Enwezor è stata una calamita: ha attirato l’attenzione internazionale sul mondo e ne ha modificato i punti di forza. Questo a Dak’Art si manifesta con la presenza di un pubblico decisamente più eterogeneo rispetto alle passate edizioni e con diversi habitué che sfoggiano progetti di festival, esposizioni, biennali e triennali, utili per non perdere (o guadagnare) la propria posizione centrale in Africa o sull’Africa. Tra questi c’è l’esposizione parallela alla biennale “3×3 – The Official United States Participation”, la mostra itinerante “Africa Remix” pronta per luglio a Düsseldorf, la Triennale di Luanda prevista per novembre-dicembre 2005, lo studio di fattibilità per “Cape – Contemporary African Culture” (una specie di rinascita della Biennale di Johannesburg deceduta nel 1997 alla sua seconda edizione) e poi c’è la sensazione che anche a Lagos ci sia qualcosa che bolle in pentola, vista la vivace partecipazione di osservatori nigeriani.

Risposte

In questo scenario in cui l’arte più che essere protagonista è oggetto del contenzioso, il curatore di una delle esposizioni individuali di Dak’Art Yacouba Konaté ha risposto con tre scultori di diverse generazioni: Christian Lattier (1925-1978, Costa d’Avorio), Joseph Francis Sumégné (nato nel 1951, Camerun) e Tapfuma Gutsa (nato nel 1959, Zimbabwe). La mostra identifica alcuni protagonisti chiave dell’arte legati al continente africano ma non solo, li inserisce in una prospettiva storica, restituisce importanza alla scultura e cambia il tono: niente “novità”, niente “scoperte”, niente artificiosi localismi. Anche il Comitato Internazionale di Selezione e di Giuria mostra nei discorsi ufficiali una nuova attenzione verso l’arte. La biennale di Dakar è un’esposizione in cui i problemi organizzativi sono così vasti e fagocitanti che facilmente i dibattiti si arenano nella logistica: le opere che non sono arrivate, i video spenti, gli oratori non convocati. Quest’anno, con una determinazione ammirevole, il Comitato Internazionale di Selezione e di Giuria ha fatto di tutto per concentrarsi sull’arte.

Le opere

Per l’esposizione internazionale e di design di Dak’Art i partecipanti sono selezionati attraverso dei dossier inviati direttamente dagli artisti. Il Comitato Internazionale di Selezione e di Giuria visiona questi dossier e sceglie chi invitare e quale tra le cinque opere proposte esporre. La novità è la vivace presenza degli artisti egiziani. Tra loro la fotografa Maha Maamoon trasforma in Cairo Scapes il frastuono della sua immensa città in solitari paesaggi orizzontali calmi e fioriti; Amal El Kenawy e Abd El Ghany El Kenawy nella video installazione e performance The Room posizionano il dolore nello spazio, osservandone intimità, delicatezza e potenza; Khaled Hafez veste il video Idler’s logic con scenografie da collage, ricolme di gadget, citazioni, violenza, colori e immagini. Bello anche il video d’animazione Train Train Médina dell’artista senegalese Mohamadou Ndoye Douts che ricrea con sabbia e pezzettini di carta la vivacità caotica e ricca di storie di un quartiere popolare di Dakar.

La Biennale Off

Ma la biennale mostra quest’anno un’altra novità: il consolidamento delle iniziative indipendenti. La scena artistica locale si sta strutturando in modo sempre più stabile, maturo e con un respiro internazionale. Non si tratta più soltanto di gallerie private e di iniziative effimere, ma di una varietà di luoghi d’arte, residenze, collettivi d’artisti, centri interdisciplinari e multimediali. Il paesaggio della città si arricchisce di nuovi promotori e osservatori, che forse aiuteranno anche a dare continuità e ad approfondire il dibattito critico intorno a Dak’Art.