Non siamo qui per criticare - Chi osserva e come si osserva la Biennale di Dakar

Inserito da iopensa il Lun, 2006-05-15 22:54

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Logo di Dak’Art, Biennale de l’Art Africain Contemporain


La Biennale di Dakar è un ottimo punto d’osservazione su quella che chiamano arte contemporanea africana. Ma più che le opere alla biennale sono le persone ad essere in mostra.

Nel 1998 l’installazione di Fernando Alvim è rimasta per mesi a navigare al largo dell’Arabia Saudita; nel 2004 al vernissage di Ivo Mesquita c’era praticamente soltanto Ivo Mesquita, con un sorriso un po’ imbarazzato e in mano un catalogo di Mario Cravo Neto.

È vero ci sono molti problemi organizzativi – racconta Rémi Sagna, segretario generale di Dak’Art dal 1996 al 2000 – ma la Biennale ha fatto dell’ospitalità un punto d’onore. Ed è per questo che a Dakar ci sono tutti. C‘è chi espone, chi organizza, chi produce e chi viene a vedere. Ci si va per scoprire gli artisti e i curatori, per esplorare il continente e la diaspora, per assaporare il gusto dell’arte contemporanea africana. E per tante altre ragioni.

Sei anni fa ero in coda davanti al battello che dall’isola di Gorée va a Dakar. Avevo appena assistito a un omaggio dedicato a Moustapha Dimé, uno stimato artista senegalese morto prematuramente nel 1998. Lo spettacolo proprio non mi era piaciuto: troppa retorica, troppe voci declamatorie e troppi ballerini asincroni. Per quanto Dimé meritasse e meriti tutt’oggi un omaggio, in coda davanti al battello borbottavo che avrebbe potuto ricevere di meglio. Ad un certo punto mi accorgo che i miei vicini di posto parlano italiano. – Che spettacolo!? – dico sorridendo per attaccare bottone. – Sì, molto interessante – rispondono. – VI È PIACIUTO? – Li osservo sbigottita. – Non siamo certo qui per criticare – dichiara la signora improvvisamente irrigidita.

La signora fa parte della prima categoria di quelli che si possono incontrare alla Biennale di Dakar: i gentili.
I gentili percorrono le vie della città pagando 2000 franchi CFA una corsa in taxi (quando il prezzo oscilla tra i 700 e i 1000 – informazione che può sempre tornar utile) ma dal loro sorriso traspare il dubbio di essere stati fregati; visitano mercatini di artigianato raffazzonato ed esposizioni improvvisate ripetendo “qui ci sono altri ritmi” e sfoggiano alle inaugurazioni la loro nuova parure di traccine esclamando vivamente interessati “Ah, allora lei è un africano!?”. Ai loro occhi l’africanità – insieme al senso del ritmo e una predisposizione naturale verso la pittura astratta e il color sabbia – è una virtù innata e una dichiarazione di inevitabile e sempre accattivante diversità. Visitano la Biennale di Dakar con passione anche se non completamente convinti: loro amano tutto quello che gli africani producono, ma non sono sicuri che la biennale sia del tutto africana, voglio dire autenticamente africana.

Seguono i socio-culturali, tipica categoria del no profit. Arrivano alla biennale perché l’arte produce sviluppo, e ripetono la parola sostenibile spesso, assaporando con la lingua il gusto di un finanziamento del Ministero degli Esteri. Prediligono le opere che fanno direttamente o indirettamente riferimento alle angherie subite dai popoli del Sud ad opera – ovviamente – dei popoli del Nord. Nel 2002 la loro preferita era la scultura Malgrès tout di Dominique Zinkpé: un manichino morente su un letto di ospedale nutrito da flebo policrome; su ogni flebo il nome di un’organizzazione internazionale di cooperazione allo sviluppo.

I possidenti sono quelli che la torta africana se la mangiano a colazione e che non perdono occasione per ripetere che loro sono in giro da molto prima di Magiciens de la Terre, l’esposizione al Centre Pompidou del 1989 che più di tutte ha generato scompiglio. Una sottocategoria dei possidenti è quella dei cospiratori, agguerriti combattenti che inneggiano – a seconda delle circostanze – all’African Pride, al Back Pride e al Pan-African Pride (quest’ultimo particolarmente gettonato dal 2004, da quando gli artisti egiziani hanno spopolato alla biennale). Gli espatriati sono gli europei vissuti per vent’anni su una piattaforma petrolifera al largo della Guinea Equatoriale e che tornati in patria diventano esperti di arte contemporanea africana.

Mentre gentili, socio-culturali, possidenti e altri professionisti internazionali (detti anche “loro”) sfilano a caccia dei fortunati, gli artisti – tutti con il passaporto di un paese dell’Africa – si godono lo spettacolo nei modi più diversi: c‘è chi ascolta, chi partecipa, chi ripete costantemente “scegli me! scegli me!” e chi alla Biennale di Dakar a giocare a fare l’africano non ci vuole stare. C‘è chi è stato fortunato e chi escluso, ma ecco che negli ultimi tempi è cominciata a circolare una domanda: ma com‘è che dobbiamo aspettare loro per avere un riconoscimento internazionale?

Mentre la grande esposizione internazionale Documenta di Kassel tenta di allargare la community con il progetto Magazine, la community comincia a sospettare che magari non è necessario partecipare a Documenta. Che sia giunto il momento in cui la Biennale di Dakar si renda finalmente conto che più che mostrare serve produrre? Ad ogni modo, se l’importante è partecipare, a Dak’Art c‘è spazio per tutti.

Versione originale di un articolo pubblicato con moltissime modifiche su “Il Giornale dell’Arte”, maggio 2006.