Articolo. Il Cairo e la sua Biennale del 2003: passami un palloncino

Inserito da iopensa il Lun, 2004-03-01 12:00

balloons-200.JPG

Un cinquantenne dall’aria seria e affidabile scorrazza per la Biennale del Cairo con un impermeabile addosso e un palloncino in mano. Dribbla le solite piramidi che ogni anno ibridano l’esposizione, scivola sinuoso sulla sabbia (un po’ di sabbia qua e là fa identità orientale e nomade) e nota perplesso le copiose immagini di cavalli appese alle pareti. Quasi fosse una bandiera, il palloncino rosa che l’uomo con l’impermeabile sta portando in giro mi ammonisce con una citazione da Anais Nin scritta in arabo “We don’t see things as they are. We see them as we are.” Cominciamo bene.

Nona edizione della Biennale del Cairo: sorprendente! chi l’avrebbe mai detto che sarebbe vissuta tanto! e in uno stato di salute così precario! La Biennale del Cairo non sta tanto bene perché è decisamente più interessante dal punto di vista politico e sociale che da quello artistico, soprattutto per quello che riguarda la partecipazione egiziana e araba. Ma cominciamo comunque dalle opere più interessanti in esposizione.

I palloncini di Johanna Kandl (padiglione austriaco) sono senza dubbio il lavoro che meglio si adatta alla manifestazione: si mescolano tra la gente, si intrufolano tra le cospirazioni ed alleggeriscono l’ambiente rendendo i loro portatori decisamente ridicoli. Su ogni palloncino c’è una citazione scritta in arabo, abbastanza pesante da far sentire saggio chi la trasporta e a disagio chi non la sa leggere.

This picture is not at Rest di Rashid Rana (padiglione del Pakistan) è un’immagine composta a partire da un poster comprato per la strade in Pakistan, un paesaggio rassicurante e svizzero che la gente acquista per arredare la sala da pranzo. Il poster è stato modificato digitalmente: da lontano ci si godono i colori forse un po’ troppo accesi dei pascoli alpini, poi da vicino ci si accorge che l’artista ha inserito delle piccole finestrelle televisive (grandi come un’unghia), dei fermo-immagine tratti dalle notizie di attualità, che inseriscono nella quiete idilliaca e familiare delle tracce di un’altra contemporaneità.

Ma Bohème di Lisa Schiess (padiglione svizzero) esplora e mescola video, musica, suoni, poesia, immagini dell’Egitto ed immagini della Svizzera, usando video, testi, concerti, proiezioni e un CD. L’opera è interessante perché è prodotta al Cairo, ma il fatto che sia in esposizione alla Biennale è un caso, perché il padiglione svizzero non può finanziare nuovi progetti, ma già che l’artista era lì in città...

Il padiglione americano presenta dei video grandi e piccoli di Paul Pfeiffer, una carrellata di frammenti barocchi, trionfi e disfatte colte negli attuali luoghi simbolo: nei templi dello sport e sul divano dove prima o poi finiamo tutti; in fondo c’è il sole, pronto per sorgere o tramontare, ma che non va né su e né giù, resta lì in mezzo come un groppo in gola.

Nel seminterrato della Galleria Akhnaton (dove effettivamente si svolge parte della Biennale) “Habitat Instabile” di Marcelo Salvioli e Federico Neder (padiglione argentino) sembra semplicemente un’autentica stanza della Biennale, diroccata e sottosopra: risultato probabilmente inatteso dagli artisti, ma decisamente felice e calzante nell’atmosfera generale dell’evento.

Come funziona

Ho parlato di padiglioni, ma l’espressione non è forse la più chiara. In effetti la Biennale del Cairo è strutturata sul modello di quella di Venezia, con i padiglioni nazionali, gli ospiti d’onore e gli invitati speciali, ma non ha edifici separati per le diverse mostre. Le opere sono esposte tutte insieme nei tre spazi espositivi (Opera House, Gezira Arts Centre, Akhnaton Gallery), con solo delle etichette sulle quali è riportato il nome dell’artista, la sua nazionalità e la sua appartenenza a uno dei detti gruppi. Il risultato è che non si capisce chi ha selezionato chi, di chi è il merito e di chi è la colpa. Evidentemente per gli organizzatori non è rilevante: tanto tutti gli artisti ed i curatori devono obbedire al manifesto redatto dal commissario generale Ahmed Fouad Selim (che quest’anno parla di mitologia); tanto ogni opera viene sottoposta al giudizio insindacabile del comitato supremo; tanto se l’opera non riflette il prestigio della Biennale o offende le sensibilità religiose può essere tolta. Ecco che qui entra in gioco un altro elemento chiave della Biennale del Cairo, fonte del suo infelice formato e indice delle intenzioni dei suoi organizzatori: il regolamento. Il regolamento della Biennale recita all’articolo 3 che “in accordance with the UN Charter, international law and the Arab League Charter, states that violate the sovereignty of other countries, occupy foreign territory by force, or tolerate and support violators and occupiers will not be allowed to take part in the Cairo International Biennial”. In base a questo articolo Israele non è mai stato invitato a partecipare all’evento e sempre da questo articolo si spiega perché “The Biennale is an important venue for the dialogue between the U.S. and the Islamic World” – come dichiara il comunicato stampa del 12/11/2003, emesso dell’Ambasciata Americana del Cairo. Gli Stati Uniti spendono molti soldi per fare una bella figura alla biennale e sono l’unica nazione ad avere effettivamente un padiglione, visto che il loro spazio espositivo viene costruito appositamente da un gruppo di tecnici inviati dagli USA; l’edificio può essere esterno (come nel caso della doppia sala video costruita per Judith Barry nel giardino della Galleria Akhnaton per l’edizione del 2001) o interno (come nel caso della stanza costruita dentro una stanza che ha ospitato le opere di Paul Pfifer per questa edizione).

L’Italia

Il padiglione italiano merita una visita per la sua peculiarità. I paesi che partecipano alla Biennale ricevono un invito ufficiale dal Ministro degli Esteri egiziano che domanda alle ambasciate e agli istituti culturali nazionali di selezionare e proporre degli artisti per l’evento; ogni paese segue una diversa procedura, che spesso viene adottata anche per altri eventi artistici internazionale, come la Biennale di Venezia o di San Paolo. L’Austria per esempio ha una Commissione di esperti che seleziona un curatore che a sua volta sceglie il rappresentante nazionale; la Svizzera ha una Commissione Federale con il compito di selezionare gli artisti; negli Stati Uniti The Fund for U.S. Artists sollecita le proposte rivolgendosi ad alcuni curatori ed istituzioni ed ha un comitato scientifico che infine decide, rifiutando tra l’altro le proposte di gallerie commerciali, le auto-proposte e le proposte in cui il curatore e l’artista hanno un legame personale. L’Italia invece ha Carmine Siniscalco. “Siamo indipendenti” – mi spiega Adelia Rispoli, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura del Cairo – “possiamo rivolgerci a chi vogliamo”. Carmine Siniscalco si occupa della selezione degli artisti per le biennali e le triennali egiziane, organizza esposizioni di artisti italiani in Egitto e di egiziani in Italia, è il direttore della galleria di Roma Studio S ed è il gallerista del Ministro della Cultura egiziano Farouk Hosni. “Quando ho curato io il padiglione italiano abbiamo preso dei premi” – mi racconta Carmine Siniscalco. Gli domando se non ritiene che ci sia un conflitto di interessi tra essere un gallerista privato ed un curatore che rappresenta l’Italia all’estero: “sono un pessimo gallerista” – mi dice – “non vendo, faccio delle cose fuori moda”.

Di chi è la Biennale del Cairo

Un documentario realizzato per il CD-Rom della Biennale del Cairo ritrae perfettamente questa manifestazione, “seconda solo a Venezia” – come amano ripetere gli organizzatori. L’immagine danza, barcolla, sbatte di qua e di là, ma mai – mai e poi mai – perde di vista i veri protagonisti dell’evento: non certo le opere esposte, ma il ministro della cultura egiziano Farouk Hosni ed il suo seguito di ansimanti cortigiani.

Il “comitato supremo” – composto tra gli altri da Ahmed Nawar (artista esposto nel padiglione egiziano dell’ultima Biennale di Venezia), Ahmed Fouad Selim (vincitore del gran premio della Biennale del Cairo nel 1988) e Fatma Ismail (direttrice del dipartimento dei Centri d’arte e vincitrice di un premio della giuria per un video nel 2001) – organizza, gestisce e dirige la Biennale del Cairo. Si direbbe che nessuno abbia niente da dire sulla sua organizzazione, visto che sono ormai nove edizioni che l’evento si ripete tutto sommato nello stesso modo. Il Ministro della Cultura Farouk Hosni sembra contento, il Presidente Mohammed Hosni Mubarak sembra contento, gli osservatori stranieri – anche se non sono contenti – tanto non torneranno più ed il pubblico… Il pubblico? Come da regolamento gli organizzatori dell’evento curano la pubblicità e la comunicazione della manifestazione. “La Biennale è un segreto: non è conosciuta all’estero” – sostiene Moataz Nasr – “Gli organizzatori hanno gli strumenti per avere l’unica voce e ci dicono che siamo i migliori: viviamo in una grande menzogna!”. Gli organizzatori della Biennale del Cairo sono poi più o meno le stesse persone che curano il padiglione egiziano della Biennale di Venezia e di San Paolo e che a volte vi espongono. Gli artisti egiziani ed internazionali scelti dal comitato supremo per la Biennale del Cairo e per i padiglioni egiziani di Venezia e San Paolo rappresentano quindi il gusto, la logica e i limiti di un gruppo di persone che attualmente occupa le più alte cariche delle istituzioni culturali in Egitto, ma in paese c’è molto di più.

Al Cairo c’è molto di più

Alla luce di esposizioni e progetti artistici come “Going Places” (fino a marzo 2004 e su http://www.cairobus.com/), “PhotoCairo” (Townhouse Gallery, http://www.thetownhousegallery.com/ dal 14 dicembre al 7 gennaio 2004), “Tabla Dubb” e “The Supreme Council” di Hassan Khan (due performance presentate durante “PhotoCairo”), “Two Days to Apocalypse” di Basim Magdi (una proiezione video organizzata da Aleya Hamza alla Galleria Falaki), il dibattito sulla Biennale del Cairo promosso fa Moataz Nasr al Centro Culturale al Sawi (18 e 19 dicembre 2003) e “The Workshop 4” (un atelier sulle nuove tecninche artistiche organizzato da Shady El Noshokaty per gli studenti della Facoltà di Arte di Gezira), ci si accorge che ci sono parecchi artisti, critici e curatori egiziani perfettamente al corrente dei difetti della Biennale del Cairo, che prendono le distanze dall’evento, che discutono il da farsi e che propongono delle alternative. Nel 2001 il Festival Al Nitaq con le sue numerosissime esposizioni è stato una buona dimostrazione della ricchezza e della vivacità della scena artistica del Cairo, ma purtroppo quest’anno non è stato organizzato e mancava moltissimo. La comprensione dell’arte contemporanea egiziana non merita infatti di essere completamente rovinata dalla mediocre qualità della sua Biennale e allo stesso tempo gli artisti egiziani (così come quelli del mondo arabo che la Biennale del Cairo vuole promuovere) meritano l’attenzione che normalmente le biennali sanno incoraggiare.

Versione originale del testo in inglese (poi tradotto in tedesco e francese) pubblicato sulla rivista online “Contemporary Art from the Islamic World”, sul sito di universes-in-universe.