Methods 2006 - Asiles NGO

Inserito da iopensa il Ven, 2006-01-27 12:08

Wanda Hoesch


10 persone lavorano sul progetto. sono tutti volontari.
Lavorano in campi profughi in Libano. Sono in maggioranza palestinesi. Sono stati sostenuti dalla European Cultural Foundation, dall’UNESCO e da alcune organizzazioni e fondazioni francesi.

Rym Morgan

parla un po’ come Moataz, con la voce bassa. Fa una bella impressione.
I rifugiati hanno uno statuto senza diritti: non possono lavorare, non possono possedere una casa, non hanno passaporto, non hanno il diritto di votare nel loro paese, non possono creare un’associazione, non possono lavorare come liberi professionisti, possono studiare ma non è facile e possono lavorare in nero.
Sono praticamente invisibili, senza diritti.

Wanda Hoesch


In questo contesto che senso ha lavorare con l’arte?
[Carino: legge delle citazioni da diversi artisti]
Tempo: età 13-18. dal 1998 al 2001 si occupavano più di questioni linguistiche, aiutando nell’apprendimento del francese. L’arte era un pretesto per facilitare le discussioni e l’uso della lingua. Facevano attività nelle vacanze.
Non ci occupavamo di questioni di sostenibilità, impatto.
2001-2003. Un passo verso la sostenibilità. Case di amicizia franco-palestinese. Uno spazio di neutralità.
[come fa una “casa dell’amicizia franco-palestinese” ad essere neutrale?]
Un’appropriazione di spazi ma non di attività artistiche.
Emerge la questione di come fare a proporre arte.
Ora siamo in una fase di transizione. Cerchiamo di offrire strumenti per dare voce alla creatività. è cambiata anche la nostra mentalità. La gente ha iniziato anche a trovare altri finanziamenti per le proprie attività.
Avventure collettive.
[trovo bellissimo che il progetto I and Us si basi sullo stare soli. secondo me è molto più articolato dell’avventura collettiva]

Rym Morgan


Hanno creato un giornale.
In francese. La pubblicazione toccava più un pu

Wanda Hoesch


[ha l’aria proprio simpatica]
Creatività

Come riconosci le necessità del pubblico (domanda). Abbiamo pensato che potesse servire per aprire una porta. Alcune persone sono proprio appassionate, nelle attività di teatro sta andando molto bene, ci sono persone molto interessate. Ora – per le prossime attività estive – stanno pensando di lavorare con un metodo partecipativo [la domanda mi sembrava più “ma gliel’hai chiesto?].

Lavorare con comunità di rifugiati in Francia (domanda). Non siamo in un network di palestinesi. Asiles lavora in campi profughi.

Il video mosta dei bambini che ballano, fanno musica battendo le mani, si mettono il naso rosso, fanno i teatrini.
Come mi ha insegnato a dire Emilano: non capisco.

Autosperimentazione – un motore per creare un proprio punto di vista.

[Mi piacerebbe sapere che network hanno con altre istituzioni in Libano? Gallerie, homeworks…?]
Carino che hanno portato una lista delle difficoltà che hanno. Un bel modo di presentare il proprio lavoro. – attivit/passivi – copnoscenze pedagogiche – tutto viene giustificato o compreso come “differenze culturali”, magari ci sono altri problemi (un’illusione universale quella della diversità) – questione geo-politica. – questioni di priorietà economica – può l’arte fare veramente qualcosa? (l’arte come prodotto generato) – qual‘è il sistema di valutazione? come misurare l’impatto? – trasformazioni sociali all’interno del tessuto sociale. Impatto anche sull’intero sistema. – Quale arte per quale società? – cosa produce per i rifugiati? – a volte non c‘è vera cooperazione. – questione nord-sud. chi è mandato in queste aree è fondamentale. gli artisti a volte lavorano per se stessi non per le persone che vivono lì. [agghiacciante]

[la mia domanda è “ma quella che fanno è arte?”]
Carino il colorino azzuro e verde.

Blaise Patrix

L’arte è uno strumento per riconoscere, essere riconosciuti (ricevere considerazione) e dare riconoscimento all’altro.
Fa una distinzione tra sviluppo ed evoluzione. [Una persona nel pubblico chiede qual‘è la differenza. Nota più una differenza tra aumento e sviluppo, ma non tra sviluppo ed evoluzione.]

[perché la sostenebilità di un progetto è così importante? – questa era una domanda che continuava a urlare Ntone Edjabe]
[chi ha scelto il titolo “Speranza” per la rivista?]

Commenti


Da un punto di vista metodologico non sono certa del senso di invitare della gente a presentare un progetto all’estero. Capisco l’idea di lavorare e discutere insieme, ma non sono certa della modalità conferenza power point. Meglio power point di niente, ma forse ci sono sistemi migliori. La storia del picnic mi piace molto. Molto bella.

Uno dei limiti dei progetti di sviluppo (con o senza arte) è che danno per scontato che i destinatari non abbiano senso dell’umorismo e cinismo.

C‘è qualcosa di agghiacciante nella parola “loro”. Loro i clienti, gli utenti, i destinatari, il target. Difficile non usarla. Magari a volte ci si sbaglia. Credo che questo sia anche il problema delle presentazioni nelle conferenze. Non è detto che gli organizzatori siano le persone migliori nel presentare il loro progetto. O magari è proprio come pensano.