Articolo. Le mille Afriche degli artisti africani

Inserito da iopensa il Mer, 2003-01-01 13:02

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Versione originale di L’opera al nero: Africa & Arte in “Gulliver”, gennaio/febbraio 2003, pp. 188-194

Gli artisti africani si esprimono con un linguaggio contemporaneo, si inseriscono nelle grandi esposizioni internazionali e invadono le gallerie del mondo. Riflettono sui loro paesi d’origine, reinterpretano la storia, criticano l’indifferenza e ridisegnano l’Africa, puntando il dito sulle contraddizioni, sui fraintendimenti e sui luoghi comuni.


Tutto in effetti era già esploso con il Festival Mondial des Arts Nègres del 1966, una colossale manifestazione organizzata a Dakar dall’allora presidente del Senegal Léopold Sédar Senghor per mostrare al mondo quanto l’Africa fosse interessante. Il Festival divenne un evento mitico e si dimostrò anche un ottimo promotore delle collezioni di arte africana, facendo aumentare quotazioni e vendite (nonché furti). Poi il continente bisbigliò: qualche mostra all’estero, qualche acquisto di collezionisti e turisti, qualche nuova scuola e galleria; piccoli semi che avevano ancora bisogno di crescere.

Nel 1989, la mostra Magiciens de la Terre al Centro Pompidou di Parigi diede una scossa alla situazione. Jean-Hubert Martin aveva infatti radunato opere dai cinque continenti, mescolando artisti di fama internazionale con altri appena “scoperti” dai suoi assistenti negli Stati più remoti, su consiglio di antropologi ed etnografi. Seppur accompagnata da una miriade di critiche, l’esposizione faceva finalmente luce su una questione centrale: “l’arte in Africa esiste ed è contemporanea”.

L’immensa visibilità dell’evento incoraggiò la nascita di un nuovo mercato ed una vigorosa annaffiatura si riversò sui piccoli semi: nacquero riviste come “Atlantica”, “Revue Noire”, “NKA” e si moltiplicarono le mostre e le interpretazioni critiche. In Africa, alla Biennale del Cairo, si sono aggiunte quella di Dakar in Senegal, di Johannesburg in Sudafrica e quella della fotografia di Bamako, in Mali. Oggi la fama degli artisti africani è incredibilmente cresciuta: invadono le gallerie (soprattutto di Londra, Parigi e Bruxelles) e partecipano alle grandi collettive. L’edizione 2002 di Documenta a Kassel (in Germania) – una delle più importanti esposizioni internazionali – è stata addirittura organizzata da un curatore di origine nigeriana, Okwui Enwezor.

Osservando il panorama dell’arte contemporanea africana ci si accorge di quanto sia ricco e vario, esattamente come lo sono i suoi 53 Stati: perché l’Africa non è immobile, né solo povera. Gli artisti ne sono lo specchio; si esprimono con tutte le tecniche e con tutti gli stili, reinterpretano la storia, criticano l’indifferenza e ridisegnano il continente, raccontando le loro mille Afriche, come ama chiamarle il critico Teresa Macrì. I più giovani lo fanno nel loro paese d’origine o, spesso, dall’estero, con installazioni, video, pittura, scultura e fotografia.

L’egiziano Moataz Nasr (nato nel 1961) nel video The Water proietta su una pozzanghera dei volti, schiacciati poi da un anonimo passante: Nasr (vincitore della Biennale del Cairo, della Biennale di Dakar ed invitato alla prossima Biennale di Venezia) lascia la parola a dei visi muti, delle presenze che parlano di indifferenza.

La storia dei paesi africani, così come la storia ignorata dei paesi africani, è infatti al centro delle riflessioni di molti artisti: alcuni la analizzano attraverso la propria esistenza (come fanno ad esempio l’algerina Zineb Sedira e l’egiziana Ghada Amer, descrivendo la condizione delle donne musulmane), altri la raccontano attraverso degli sguardi (come i volti fotografati dal sudafricano Zwelethu Mthethwa e la solitudine delle sculture meccaniche della nigeriana Sokari Douglas Camp), altri ancora la evocano attraverso nuovi e vecchi oggetti, combinati insieme per confondere e provocare (come appare nelle installazioni del camerunese Pascale Marthine Tayou o nel “Museo di Arte Africana” creato da Meschac Gaba del Benin).

Gli artisti sudafricani sono certamente i più numerosi. Il passato del loro paese – torturato dall’apartheid – emerge con violenza nelle loro opere, incoraggiandoli ad affrontare le questioni della diversità, della convivenza e delle colpe.

Berni Searle (nata in Sudafrica nel 1964) modella il suo aspetto per renderlo incolore. Nel video Snow White (Biancaneve) appare nuda, inginocchiata nella penombra; dall’alto piove della farina e dell’acqua e lei mescola i due ingredienti sul pavimento, riducendo poi l’impasto in brandelli: la farina bianca cade sul suo corpo nero, confondendo le razze, e la miscela simula una convivenza, quasi impossibile nella realtà.

Nel video Oracle, Minnette Vari (classe 1968) si trasforma digitalmente in un essere androgino che divora frammenti di immagini e di notizie: finito il regime di segregazione, in Sudafrica sono cominciati i processi ed il paese ha dovuto digerire il suo passato drammatico, senza punire, ma senza nemmeno riuscire a perdonare.

Jane Alexander (1959) crea statue di persone metà umane e metà animali, accostando al loro aspetto innocente l’ambiguità di una menzogna o di una colpa velata. William Kentridge (1955) fa muovere personaggi disegnati e cancellati quasi fossero tagli sulla carta, evocando l’atmosfera opprimente di Johannesburg, dove i bianchi e i neri vivono separati dal filo spinato.

La storia del continente si intreccia così alle storie personali dei suoi artisti, facendo emergere il problema della loro identità. Yinka Shonibare (nato in Inghilterra nel 1962, di origini nigeriane) veste con stoffe africane astronauti e personaggi dell’epoca vittoriana, scombussolando il tempo e la geografia: le stoffe colorate che utilizza sono infatti “tipiche” dell’Africa, ma sono nate in Indonesia e sono poi arrivate sul continente soltanto nel XIX secolo, attraverso Olanda e Gran Bretagna. Shonibare ironizza sui simboli “tipici”, prendendo così in giro anche i critici e i curatori che vogliono fare di lui un artista “tipicamente africano”.

Otobong Edet Nkanga (nata in Nigeria nel 1974) presenta in Foot Pitch la fotografia di un campo di calcio disegnato sulla pianta dei suoi piedi e la scultura di un altro campo di calcio tagliato a metà. L’opera era nata nel 1999 in occasione di una partita in Francia, nella quale l’artista giocava allo stesso tempo per entrambe le squadre: la fotografia dei suoi piedi bloccati dal disegno è una traccia della performance, non tanto diversa dalla sua vita, giocata tra Lagos, Parigi ed Amsterdam.

Barthélémy Toguo (nato in Camerun nel 1967) e Mounir Fatmi (nato in Marocco nel 1970) raccontano la difficoltà dell’esilio e la preoccupazione di mantenere le proprie radici arricchendole di nuovi influssi: Toguo intaglia valige, giacche e timbri nel legno, preparando il pesante occorrente per chi si appresta ad emigrare; Mounir Fatmi (nato in Marocco nel 1970) costruisce grandi borse, borse così grandi da non poter essere trasportate.

A sintetizzare lo spirito di tanti artisti africani – tutti autentici, anche quando non corrispondono agli stereotipi – si possono forse chiamare due famosi fotografi del Mali, Seydou Keita (nato nel 1923) e Malick Sidibé (nato nel 1936): i loro ritratti parlano di un’Africa moderna che si diverte, soffre e sorride come il resto del mondo, tra mode, amori e sogni. Un condensato di mille Afriche non più esotiche e lontane, ma vive e contemporanee, estremamente vicine.

In Italia, la Biennale di Venezia del 2001 ha presentato diversi artisti africani (tra i quali Tracey Rose e Minnette Vari) e ha patrocinato Authentic/Ex-Centric: Africa In and Out of Africa organizzata da Salah Hassan e Olu Oguibe (tra gli artisti anche Berni Searle e Zineb Sedira). Milano ha accolto la Biennale della fotografia di Bamako (Spazio Oberdan) e, recentemente, un gruppo di pittori kenioti (Spazio Cargo, COSV), le personali di Meschac Gaba (Galleria Artra) e di William Kentridge (Galleria Lia Rumma). Moataz Nasr ha esposto a Napoli (Franco Riccardo Arti Visive), Seydou Keita e Zwelethu Mthethwa a Roma, Pascale Marthine Tayou a San Gimignano (Galleria Continua).